Benvenuti in sempre allo spaccio.
Qui sei fra amici. Non sempre "sinceri", ma veri...

Google
Motore di ricerca


cerca in Internet
cerca nel sito



Click to subscribe to sempreallospaccio

Stop all'uso dei bambini soldato!



Camping sul Garda,
vacanze allo spaccio!




Visite SaS
dal 1 gennaio 2003

Visite a ECulture.org
dal 1 giugno 2004

 

La Grande Guerra degli Italiani
di Antonio Gibelli

Introduzione

1. A distanza di circa ottant'anni dalla sua conclusione, la memoria della Grande Guerra è ormai piuttosto sfuocata. I reduci rimasti sono pochissimi, quasi tutti centenari. Gli studenti delle ultime generazioni generalmente non sono in grado di associare alcun evento alla data del 24 maggio che segnò, nel 1915, l'entrata dell'Italia nel conflitto. Molti l'attribuiscono erroneamente alla cosiddetta battaglia del Piave, che invece ebbe luogo nel 1917-1918, forse fuorviati dai primi versi di una canzone patriottica che ancora la mia generazione ha imparato sui banchi di scuola: "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio". Tuttavia non mi è mai capitato quel che ha raccontato un celebre storico inglese: di aver nominato, di fronte a un pubblico di studenti americani, la seconda guerra mondiale, e di essersi sentito domandare se ve n'era stata dunque anche una "prima".

Ma gli Stati Uniti non sono l'Europa: per quel paese l'esperienza della prima guerra mondiale, per quanto importante, non ebbe lo stesso peso che per il vecchio continente, se non altro perché fu di durata assai più breve (gli Stati Uniti entrarono nel conflitto solo nel 1917) e si svolse lontano dal loro territorio. Agli occhi degli europei essa ebbe invece il carattere di un'esperienza traumatica e in qualche modo indimenticabile, di una ferita che si poteva bensì cicatrizzare e occultare, ma non cancellare. In certe regioni della Francia capita ancora che i contadini, dissodando al terra, portino allo scoperto tracce di bossoli o resti di ossa umane lasciate dalle tremende battaglie che allora vi si svolsero. Qualcosa del genere può accadere sull'altopiano del Carso o sulle montagne del Trentino, che furono teatro degli scontri tra italiani e austriaci. Chi visiti oggi quel territorio, seguendo una delle tante guide storico-escursionistiche confezionate allo scopo, vedrà il terreno solcato da camminamenti, segnato da resti di fortificazioni e disseminato qua e là di rottami: cascami di uno scontro immane nel quale migliaia di uomini vissero lunghe attese e morirono contendendosi rabbiosamente pochi chilometri o addirittura poche centinaia di metri di terreno. Sono i luoghi, carichi di memoria luttuosa, che in tante sue opere ci ha raccontato lo scrittore Mario Rigoni Stern. In un ricordo dell'Altopiano di Asiago collocato intorno agli anni Sessanta, Rigoni ha scritto:

Anche il bosco non si era ancora ripreso dai danni della Grande Guerra. Tra gli alberi antichi si era nascosta una batteria austriaca di sei obici da dieci, ma poi, nell'estate del 1918, un fuoco di controbatteria di centinaia di cannoni aveva distrutto obici alberi e uomini. Si raccontava anche che avessero sparato a gas e che per questo il bosco non si riprendeva, e gli alberi giunti a una certa altezza si seccavano e morivano. Qui, poco lontano, cento metri, ci sono ancora i ruderi dei ripari, dei camminamenti, e i segni di infinite esplosioni di bombe d'ogni calibro. Dovetti lavorare molto per spianare il terreno, levare ceppi, reticolati, cespugli. Dalla terra appena smossa uscivano pezzi di granate, palle di piombo, cartucce. Anche ossa.

Ma la memoria della Grande Guerra va al di là dei resti materiali che essa ha lasciato nel paesaggio del fronte: è disseminata nel territorio nazionale, pressoché in ogni comune, affidata a monumenti, lapidi ed elenchi di caduti spesso più lunghi di quelli relativi alle guerre successive compresa la seconda guerra mondiale. È questo il frutto di una campagna monumentale di proporzioni mai viste prima, che ebbe luogo nel dopoguerra nell'intento di celebrare e rendere permanente la memoria dell'evento appena concluso: testimonianza a conferma del peso straordinario che esso ha avuto nella storia nazionale.

Per comprendere questo aspetto bisogna fare riferimento al senso di discontinuità conseguente all'esperienza compiuta non solo in Italia, ma in tutta Europa. Al di là delle trasformazioni che comportò sul piano economico, politico e sociale, nonché su quello degli assetti territoriali, il conflitto fu vissuto dovunque come un trauma culturale indelebile. Anche se questa verità fu occultata e coperta dalle celebrazioni nonché dalle interpretazioni ideologiche, esso era stato, in prima istanza, un evento biologico di proprzioni inaudite, difficile da rielaborare: per circa quattro anni, in alcuni territori del continente europeo, milioni di uomini si erano sistematicamente dedicata ad ammazzare altri uomini mediante l'impiego di moderne tecnologie; milioni di corpi per lo più giovani e in buona salute erano stati trasformati in cadaveri in putrefazione. E ciò era avvenuto nel cuore di una società che per decenni aveva profuso le migliori energie per produrre una ricchezza crescente e per sfruttare le innovazioni tecnologiche allo scopo di migliorare la qualità della vita pubblica e privata: illuminare le città, rendere più confortevoli le abitazioni, più veloci i trasporti, più facile la comunicazione a distanza, più accessibili le meraviglie del mondo.

2. Il 24 maggio del 1915 cominciava quella che può essere considerata a tutti gli effetti la prima, grande esperienza collettiva degli italiani: esperienza collettiva nel senso che tutti, non solo gli uomini in età militare e wuindi i combattenti, ne furono in qualche modo coinvolti. Perciò si parla della prima guerra mondiale come di una "guerra totale", anche se bisogna intendersi sul significato dell'espressione. Solo la seconda guerra mondiale fu infatti totale in senso proprio, con la caduta della distinzione tra fronte e fronte interno a causa dei bombardamenti aerei, dello sconvolgimento dell'intero territorio, della deportazione di popolazioni, sicché davvero tutti, compresi i vecchi, i bambini e le donne, ne videro con i propri occhi gli effetti, ne subirono direttamente le conseguenze e talvolta - con l'esplosione della guerra civile - vi presero parte attiva. Ciò non accadde nel corso della Grande Guerra, che non investì il territorio della penisola se non nel caso limitato dell'occupazione austro-tedesca del Veneto dopo l'autunno del 1917. Chi rimase a casa non poté rendersi conto appieno di cosa fossero gli assalti e i bombardamenti, non conobbe direttamente gli scenari della trincea e della morte di massa, ma dovette limitarsi a immaginarli sulla base dei racconti altrui. Su questo punto si creò anzi una profonda frattura psicologica tra chi aveva fatto personalmente la guerra - sopportandone materialmente gli effetti più duri - e chi non l'aveva fatta, ossia vista e vissuta, frattura che generò un risentimento dei combattenti verso tutto il resto del paese e fu poi un ingrediente essenziale dello spirito reducistico. La prima guerra mondiale fu dunque una guerra totale solo nel senso che tutte le energie economiche, sociali e intellettuali furono mobilitate per sostenerne il peso e la vita di tutti ricevette dalla guerra in corso un'imprnta molto forte.

Gli operai delle fabbriche, quando non vennero direttamente arruolati e non finirono anch'essi nelle trincee, furono sottoposti alle nuove forme di organizzazione del lavoro e al nuovo regime disciplinare dettato dalla guerra, che compèortò tra l'altro, la sospensione del diritto di sciopero. Le donne a loro volta vissero per tempi lunghi separate dagli uomini, e questa era di per sé una novità densa di conseguenze. Inoltre li affiancarono talvolta nelle occupazioni tradizionalmente riservate ai maschi (come spazzine o conduttrici di tram, ma anche come operaie nelle fabbriche metalmeccaniche), videro moltiplicarsi i loro compiti e le loro responsabilità nel lavoro dei campi e nelle aziende domestiche, si arruolarono come volontarie nelle associazioni di assistenza come la Croce Rossa. In tutti i casi guadagnarono un livello di presenza pubblica e di "visibilità" sociale prima sconosciuto. Anche i bambini sentirono in un modo o nell'altro l'influenza di quanto stava accadendo: i loro padri e fratelli più grandi erano partiti e qualche volta morivano, i giornalini a loro destinati e le letture scolastiche parlavano sempre di guerra, i loro consumi alimentari - come quelli della maggioranza delle persone - subirono una contrazione. Tutti i cittadini furono inoltre "bombardati" di messaggi che parlavano della guerra: anche i passanti più distratti che percorrevano le vie delle città non potevano fare a meno di guardare i manifesti in serie che tappezzavano i muri invitando a unirsi agli sforzi comuni per la patria e a sottoscrivere i prestiti nazionali. La vicenda della guerra comportò insomma esperienze nuove non solo per i combattenti, ma per l'intera popolazione.

3. Si capirà quindi il senso forte dell'accento, posto sul titolo del libro, sugli "italiani" come protagonisti della nostra ricostruzione. L'ambizione di queste pagine, la loro peculiarità, è di inserire nella narrazione, più ampiamente di quanto per solito si faccia, le voci di tali protagonisti, attingendo alle testimonianze scritte di volontari, soldati, prigionieri, contadine, operaie, infermiere, casalinghe, insomma di quella che si suole chiamare "gente comune": testimonianze private come epistolari, diari, memorie, per lo più inedite, che stanno venendo alla luce grazie a un vasto lavoro di raccolta avviato nell'ultimo decennio, attingendo al serbatoio pressoché sterminato ma nascosto - e a lungo ignorato - degli archivi familiari. Un pezzo importante di memoria privata per questa via sta riemergendo e trasformandosi in memoria sociale della guerra, quindi anche in memoria storica. E nel racconto storico è diventato possibile immestare con larghezza inedita le vicende personali di singoli attori rimasti fin qui nell'ombra dell'anonimato. Ciò non risponde tanto a un'istanza morale di restituzione della storia ai suoi protagonisti più dimenticati, quanto a un'opzione stenografica volta a cogliere le linee di una profonda trasformazione culturale (di abitudini, mentalità, modi di pensare) indotta da quell'evento in tutti i soggetti che vi furono a vario tipo coinvolti.

L'adozione degli "italiani" in senso proprio - non come semplice somma di individualità - quale soggetto collettivo della nostra storia rinvia a un quesito tutt'altro che risolto, al quale cercheremo di dare una risposta: vale a dire quanto i cittadini del regno d'Italia fossero e si sentissero davvero italiani, e in che misura l'esperienza della guerra modificò tale senso di appartenenza. È opinione consolidata che gli italiani non esistessero prima della guerra, nel senso che mancava una forte identità collettiva in cui tutti si riconoscessero al di là delle differenze regionali e sociali. Il processo di unificazione era stato il frutto di una di un'iniziativa fortemente elitaria ed eminentemente dinastica. La lingua italiana alla vigilia della guerra era patrimonio del 60% circa della popolazione. Interi settori delle classi subalterne furono gettati al massacro prima di poter farsi la più pallida idea di cosa fossero l'Italia e la patria per le quali erano chiamati a morire. Il senso dell'appartenenza nazionale non fu dunque un presupposto dell'intervento né un fattore preventivo di coesione e di resistenza di fronte ai tremendi sacrifici che la guerra doveva comportare, quanto un risultato che una parte delle classi dirigenti si attendeva da essa: risultato in parte raggiunto, ma a prezzo di una forzatura traumatica che della patria fece emergere i risvolti più inaccettabili e luttuosi . Quando al termine del conflitto si contarono i morti e vennero edificate le lapidi e i monumenti ai caduti, si vide che il 10% di coloro che erano partiti non era tornato, che intere generazioni erano state falciate e solo in questo senso si avvertì che l'Italia esisteva e che anzi doveva essere una cosa grande e terribile, se era costata tanto sangue a ogni più piccola comunità, senza risparmiarne nessuna.

Qui sta la differenza sostanziale del caso italiano rispetto alle maggiori nazioni europee, pur nel quadro di un'esperienza ugualmente sconvolgente, fortemente uniforme e dotata su ogni piano - dalle economie alle mentalità - di un enorme potere di omologazione. Come vedremo, la guerra fu imposta all'Italia da una minoranza (la Corona, il governo, gli intellettuali e gli studenti interventisti di orientamento nazionalista o neorisorgimentale, una parte del mondo industriale, alcuni grandi giornali come "Il Corriere della Sera") contro la volontà della maggioranza parlamentare, contro l'opinione delle maggiori correnti politiche e delle masse popolari. E fu condotta dapprima con la feroce disciplina repressiva del comandante in capo generale Cadorna, solo più tardi con le tecniche persuasive della moderna propaganda.

In questa specificità risiede in gran parte la spiegazione del fatto che la Grande Guerra ebbe in Italia, a dispetto dell'esito vittorioso, conseguenze tanto destabilizzanti, fino allo sfaldamento del sistema politico su cui il paese si era retto nel precedente mezzo secolo, al crollo dello stato liberale e all'avvento del fascismo. Nel momento in cui sembrava compiersi il disegno del Risorgimento con la conquista di Trento e Trieste, si comprese che l'Italia liberale nata da quel disegno era ormai finita, e che proprio la guerra ne aveva segnato la fine, anche se questa avrebbe atteso qualche anno per venire a compimento. Durante il conflitto la forma del regime liberale rimase in piedi, ma alcune delle sue regole e garanzie vennero messe in discussione e provvisoriamente sospese. Contemporaneamente si affacciò una spinta al compattamento forzoso della nazione che il fascismo avrebbe ripreso, trasformato in sistema e reso stabile.

 

Ciò avvenne anche perché una prova tanto dura venne sffrontata con presupposti deboli non sotto il profilo strettamente economico e militare, ma sotto quello della maturazione civile, della coesione sociale, dell'attrezzatura culturale e della stessa identità nazionale. Di qui il quadro presentato dal paese nel dopoguerra: l'ingovernabilità delle tensioni sociali, la profondità irreversibile delle lacerazioni politiche tra nazionalisti e "neutralisti" (visti come un vero e proprio nemico interno da annientare con ogni mezzo), l'inceppamento del sistema rappresentativo, incapace di mediare le tensioni e di offrire una guida autorevole all'altezza dei compiti di trasformazione imposti dalle circostanze.

4. La guerra fu un capitolo decisivo di quella modernizzazione forzata e autoritaria che ha dato l'impronta alla storia d'Italia e che doveva avere nel fascismo la sua espressione più conseguente. Ma la modernizzazione della società italiana, Benché accelerata dalla guerra, rimase largamente incompiuta. Per molti aspetti si trattò di embrioni di una trasformazione che solo più tardi doveva svilupparsi appieno. La guerra fece emergere alcuni tratti tipici della società di massa, ma non segnò quella crescita generalizzata e quella diversificazione dei consumi che ne rappresentano uno degli elementi costitutivi: alcuni ne collocano pertanto il decollo negli anni Trenta, ma la sua piena affermazione non si ebbe che negli anni Cinquanta, quelli del cosiddetto "miracolo economico". L'Italia del periodo tra le due guerre rimaneva un paese relativamente arretrato, ben lontano dagli standard di nazioni come quella statunitense, francese e inglese. Anche per questo la costruzione del consenso da parte del regime fascista fu tutta affidata all'organizzazione dall'alto e inseparabile dalla componente autoritaria.

La stessa nazionalizzazione delle masse tentata dal fascismo fu un'operazione forzata, coercitiva, e per molti versi fallimentare, segno tra l'altro che la guerra non era stata sufficiente a rendere compiuta l'identità nazionale, anzi vi aveva impresso un tratto violento e traumatico più che una forma consensuale. I moderni mezzi di comunicazione fecero anch'essi le prime prove nel corso del conflitto e poi si affermarono ampiamente nel periodo fascista. Ma solo l'avvento della televisione nel secondo dopoguerra determinò una totale italianizzazione del linguaggio e del costume portando a termine un processo che nel corso della guerra era appena iniziato. Malgrado tutto questo, resta vero che l'insieme dei fenomeni ai quali si suole dare il nome di modernizzazione conobbero, nel corso della prima guerra mondiale, le prime manifestazioni significative, le prime anticipazioni e anche le prime forme di sperimentazione.

Il fascismo contribuì ad edificare con gran dispiego di mezzi il mito della guerra patriottica e se ne appropriò, separando definitivamente l'idea di nazione da quella di libertà e inquinando l'idea di patria con la politica militarista di aggressioni coloniali e di guerre, fino alla catastrofica alleanza con la Germania nazista. L'idea di patria, che era sembrata cementarsi sui campi di battaglia del primo conflitto mondiale, ne uscì totalmente screditata. Essa fu rilanciata nel secondo dopoguerra solo dai neofascisti, ma risultò estranea e indigesta alle generazioni dell'Italia repubblicana perché profondamente contaminata dall'uso che ne era stato fatto e dalla retorica che l'aveva circondata. Sull'elaborazione di un'identità nazionale è calato d'allora un silenzio pressoché totale. Solo da poco siamo tornati a domandarci con insistenza se sia utile e soprattutto se sia ancora possibile restituire all'idea di patria - ovvero di comunità nazionale -, così carente e così violentemente imposta nella Grande Guerra, poi così gravemetne manomessa dal fascismo, un volto meno impresentabile. Se insomma sia possibile restituirle un significato fondato sulla solidarietà e la libertà, sottraendola alle nostalgie reazionarie, ma anche alle pulsioni antistatuali, agli egoismi a sfondo etnocentrico e alle mitologie separatiste riesplosi di recente con tanta forza. Non può essere compito di un libro come questo rispondere a domande del genere né tracciare una storia dell'idea di patria nel corso del Novecento, che manca e che meriterebbe certo di essere fatta. Tornare alla Grande Guerra può avere un senso anche da questo punto di vista: si tratta di una vicenda che offre ancor oggi materiali copiosi, in certa misura indispensabili, per una riflessione non improvvisata e non superficiale del nostro essere italiani.

agosto 1997