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La Storia del Reggimento
Savoia Cavalleria (...) Si giunse così alla storica giornata del 24 agosto. La marcia della colonna Bettoni, costituita da "Savoia", rinforzato dal II gruppo delle Batterie a Cavallo e da cannoni anticarro, su quota 213, era stata osservata dal nemico nella stessa sera del 23 agosto. Per parare quella minaccia il comando sovietico rinforzava il proprio schieramento portandolo a tre battaglioni. Alle ore 3,30 elementi esploranti di "Savoia", in movimento verso nord-ovest, venivano presi sotto violento fuoco di mortai e di armi automatiche completamente occultate dalla vegetazione. All'azione di fuoco avversaria rispondeva immadiatamente la reazione dell'artiglieria, dei pezzi anticarro e delle mitragliatrici lasciate in postazione dalla notte, mentre gli squadroni si apprestavano a muovere. La subitanea e forte reazione italiana sconcertava l'avversario e ne faceva diminuire l'intensità del fuoco. Il comandante il Reggimento decideva allora di contrattaccare subito frontalmente con il 4° squadrone appiedato. Quindi, pre realizzare la sorpresa, il colonnello Bettoni lanciava il 2° squadrone a cavallo, comandato dal capitano Francesco De Leone, sul fianco sinistro del nemico. Il 2° squadrone assunse una formazione da piazza d'armi. Plotoni affiancati con il capitano in testa, quindi i quattro ufficiali e poi tutti i cavalieri. Compiuto un ampio giro, lo squadrone piombava sul nemico, travolgendolo a sciabolate; poiché i nemici, abbassatisi nelle buche al passaggio della carica avevano ripreso a sparare alle spalle dei cavalieri, lo squadrone compiva un'evoluzione che lo riportava in senso inverso sullo stesso terreno, eseguendo una seconda carica, completata dal lancio di bombe a mano. Era appena cominciata la carica quando il comandante dello squadrone ebbe il cavallo ucciso, rimanendo così appiedato; ma la continuità dell'azione di comando venne assicurata dal maggiore Dario Manusarsi, che già comandante del 2° squadrone aveva voluto seguirlo nella carica, come semplice gregario agli ordini di De Leone. Il battaglione nemico che aveva sostenuto l'urto rimaneva travolto e i suoi superstiti si sbandavano venendo poi catturati. Le restanti forze nemiche, pari a due battaglioni, pur avendo subito perdite, reagivano con energia e il colonnello Bettoni decideva allora di far proseguire da una posizione più avanzata l'azione dello squadrone appiedato e di reiterare la carica, impiegando il 3° squadrone. DUrante l'azione cadde il capitano Silvano Abba, sportivo di gran classe oltre che soldato insigne. Alla sua memoria verrà concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Mentre il 3° squadrone si allontanava per affrontare il combattimento, il comandante del gruppo, maggiore Alberto Litta-Modignani lo raggiunse al galoppo con l'aiutante maggiore sottotenente Emilio Ragazzi e il personale del comando. Poco dopo il Maggiore Litta-Modignani cadeva ferito, ma continuava a combattere a piedi, finché non veniva colpito ancora e questa volta a morte; cadevano con lui il sottotenente Ragazzi e altri del comando. Il comandante dello squadrone, capitano Marchio, venne ferito gravemente alle braccia e dovrà poi subire l'amputazione del braccio destro. Anche alla memoria di Alberto Litta-Modignani verrà concessa la Medaglia d'Oro al V.M. La carica del 3° squadrone travolgeva definitivamente anche i battaglioni rimasti sul campo. Alle ore 6,30 circa lo scontro era finito, il Reggimento restava padrone del terreno, che veniva rastrellato mentre il nemico avviava una reazione di artiglieria. L'azione condotta con energia e tempestività era costata al nemico 250 morti, 300 prigionieri, numerosi armi pesanti automatiche, armi leggere. Le conseguenze tattiche consistettero nell'allentamento della pressione dei russi sul caposaldo di Chebotarevski e nella totale liberazione della posizione di Isbuscenski, mentre continuava ad essere esercitata dal Reggimento la minaccia sul fianco e sul tergo del nemico. Le perdite italiane, in relazione al risultato conseguito, non furono molto gravi: 32 morti, dei quali 3 ufficiali, 52 feriti, dei quali 5 ufficiali e 100 cavalli fuori combattimento. Sembra giusto ricordare anche i cavalli perché il rapporto fra un soldato di cavalleria ed il suo cavallo non è il rapporto fra un uomo e un mezzo, ma quello fra un uomo ed un suo compagno d'armi, il cavallo, un'arma, anzi la prima arma del cavaliere. Un'arma non di metallo inanimato, ma di sangue e di muscoli, con i suoi istinti profondi e, perché no?, con i suoi sentimenti generosi. Solo chi frequenta e conosce i cavalli può cogliere tutti gli aspetti di questo animale nobile, prezioso nelle miti opere di pace e prode in guerra, può, infine, amare il cavallo. Dei cavalli di "Savoia" che caricarono il 24 agosto del 1942, ne restano indimenticabili due, che vogliamo citare a ricordo di tutti gli altri. Due cavalli di squadrone, due umili, buoni cavalli di squadrone. Uno era Palù, un grigio, montato da un giovane tenente del 2° squadrone. Venne ferito fin dai primi momenti della carica; colpito ancora e più gravemente non cadde, ma strappatosi di mano al suo cavaliere che aveva appiedato, galoppò via per morire in battaglia, per finire come un buon soldato. L'altro cavallo era Albino, un baio che portava in sella il sergente maggiore Giuseppe Fantini del 2° squadrone. Senza cavaliere, abbattuto da una fucilata nemica, ferito ai fianchi, il cavallo galoppava scosso sul campo della lotta. Albino guarì e tornò in Italia con il Reggimento. La guerra e il dopoguerra ebbero le loro vicende. Quattro anni dopo la fine del conflitto, un ufficiale di "Savoia" riconobbe Albino fra le stanghe di un carro, anche per la stella bianca che gli marcava la fronte e per le cicatrici delle ferite sui fianchi. Fu ricomprato e finì i suoi giorni al Reggimento, onorato reduce di guerra, simbolo vivente di un passato glorioso. La "carica" di "Savoia"destò subito ammirazione ed entusiasmo fra i combattenti, anche fra i tedeschi, non facili a riconoscere il valore militare altrui, specialmente quello italiano. Il fatto è che la "carica", forma classica di combattimento a cavallo, era ormai desueta fra gli eserciti occidentali; sembrava impossibile che in pieno secolo XX si trovassero ancora cavalieri risoluti a combattere a cavallo con determinato coraggio e ferma risoluzione. E piace che questi cavalieri fossero italiani, che fossero italiani questi soldati armati soprattutto d'una insopprimibile forza morale che li fece combattere, e come combattere, su una trincea che non avevano davvero scelta, per fedeltà al dovere militare che non conosce parti politiche, per fedeltà alla Patria ed al re, per fedeltà ad un retaggio d'onore più che secolare, per fedeltà ad uno stendardo mai abbassato. Nel 250° anniversario della sua fondazione il Reggimento aveva scritto forse la più bella pagine della sua lunga storia. Il giorno della "carica" gli ufficiali del Reggimento erano:
Nel pomeriggio vennero raccolte le salme dei Caduti e il Reggimento rese loro gli onori militari. Il colonnello Bettoni fu giustamento orgoglioso e della bella giornata di "Savoia" scriveva a Cadorna in questi termini:
Le brillanti prestazioni della cavalleria in Russia avevano non solo confermato la possibilità, verificandosi certe condizioni, di un redditizio impiego dell'Arma a cavallo, ma anche fatto pensare a costruire grandi unità di cavalleria, integrate e rinforzate con elementi motorizzati. Era lo stesso colonnello Bettoni che riprendendo un argomento come abbiamo visto già trattato, ne scriveva all'amico Cadorna: "S.E. Messe aveva addirittura proposta la costituzione [per la Russia] di una Divisione di Cavalleria su te Reggimenti: "Savoia", "Novara" e un terzo + le Btr. a cavallo rimesse a nuovo + 1 Reko [raggrup. esplorante] - uno Sr. semovente e altri elementi. Sono convinto che qui darebbe risultati fantastici". È da notare come tutte le valutazioni positive di un impiego della cavalleria da parte del colonnello Bettoni non prescindessero dal riferimento costante alla considerazione del terreno che in Russia si prestava in modo singolarmente favorevole all'azione dell'Arma a cavallo. Bettoni si mostrava così non un acritico esaltatore della cavalleria, ma uno sperimentato uomo di guerra, conscio dei limiti che in altri teatri di guerra il terreno poneva all'azione dell'Arma. I successi della cavalleria italiana in Russia suscitarono una pur velatissima polemica sulle pagine della "Rivista di Cavalleria". Nel fascicolo di settembre-ottobre del 1942, in un articolo intitolato Nella terra dei cosacchi, a firma R.C. (cioè Raffaele Cadorna), venivano così riassunti gli elementi che avevano rese possibili le brillanti affermazioni dei reparti montati in Russia:
(...)
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