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La mia vita militare di Luigi Roggero CAP. VII - PRIGIONIA IN GERMANIA Il mattino dopo infatti fu troppo tardi. All'una della notte, i tedeschi, già preavvisati, bruciarono razzi rossi (segnale d'attacco) e fecero fuoco sulle nostre pattuglie e sulle nostre sentinelle. La casa in cui dormivamo fu accerchiata con quattro mitragliatrici ai quattro angoli, dalla finestra i tedeschi lanciarono due bombe a mano nel magazzino dove dormiva l'intero reparto comando. I nostri, colti alla sprovvista, si precipitarono dietro la casa, dove all'uscita c'era una scala di legno per scendere al piano seminterrato. Ma di questa più nessuno si servì, e quasi tutti saltarono di sotto dove, oltre alle mitraglie c'erano militari tedeschi che, appena i nostri scendevano, li inquadravano in un'unica colonna. Frastornato da quel rumore, aprii la porta per vedere cosa stesse succedendo, e mi vidi un tedesco col fucile puntato contro di me, e ancora non mi capacito dell'incoscienza con cui gli rinchiusi la porta in faccia, con molte probabilità di farmi sparare. In quel momento capii cosa stava succedendo e, tornato indietro, presi la mantellina, la gavetta, 2 pagnotte, uscii e me ne andai cogli altri spinto dal tedesco che mi aveva aspettato. Fummo incolonnati là, in piedi, fino al mattino alle otto circa; quindi ci fecero attraversare il paese, scherniti dai borghesi (i crucchi), che battevano le mani dicendo: "Avete finito di mangiarci l'uva!". Ci portarono nella caserma sita all'entrata del paese. Quella fu una giornata indimenticabile, perché non si sapeva di che cosa sarebbero stati capaci quei tedeschi, tanto più che Hitler in un suo discorso aveva detto: "Piombo ai nemici, ma gas ai traditori". Mentre eravamo in quella caserma, i borghesi di origine italiana cercavano di avvicinarci per avere i nostri indirizzi e scrivere così a casa nostra, per avvisare della nostra sventura e anche comprarci qualcosa che ci potesse servire. Invece il figlio del padrone dell'osteria dove passavamo intere giornate, di soli 17 anni, era, come tanti suoi amici crucchi, armato di moschetto a farci la guardia. Verso le dieci, vidi arrivare Baldo Demagistris, accompagnato da un militare tedesco. All'una di notte era capoposto alla porta del comando di divisione ed era sul portone colla guardia quando fu bersagliato dagli spari dei tedeschi, ma riuscì a ripararsi in un mucchio d'immondizie. Quindi, scavalcata una rete metallica, s'inoltrò in un frutteto e da questo entrò in una vigna, e camminò così al buio, finché incappò in un accampamento tedesco a cui fini per arrendersi. Verso le 11 lui e Ferreira, che parlava molto bene il tedesco e in Russia faceva da interprete nei ranghi superiori tra italiani e tedeschi con un trattamento tutto speciale, e che, nella ritirata, vestito da capitano di fanteria, riuscì ad uscire dalla sacca, portando con sé un gruppo di una decina di militari italiani, tornarono alla sede del comando di divisione, accompagnati da una guardia tedesca. Con l'aiuto di altri riuscirono a prelevare la cassaforte e, protetti dalla mantellina sotto cui la nascosero, la portarono in caserma, dove riuscirono ad aprirla, trovando solo una ventina di mille lire, che divisero in cinque o sei,e un assegno che non riuscirono mai a riscuotere. Il giorno dopo Ferreir si arruolò nelle truppe tedesche e, vestito come loro, nessuno avrebbe mai detto che era un italiano. Egli restò in Italia, volontario nella Wermacht tedesca, ove rimase fin verso la fine del 1944, quando fatto prigioniero dai partigiani comandati dal nostro ex-maresciallo.............. fu fucilato nei dintorni di Cuneo, chiedendo che fosse lo stesso maresciallo a sparargli. Passammo quei giorni con una tensione spasmodica, sempre incerti sugli ordini che, da un momento all'altro, sarebbero potuti arrivare. Nel pomeriggio del 2° giorno ci incolonnarono e, scortati da un buon numero di guardie, ci portarono a piedi a Bolzano e qui ci rinchiusero in una caserma all'uscita della città, sulla strada di Merano. Anche qui molta gente cercava di avvicinarsi a noi per portarci, nel limite del possibile, il loro aiuto, per comprarci qualcosa, ma, più di tutto, avere l'indirizzo delle nostre famiglie, per annunciargli la nostra prossima partenza per la Germania. Quali momenti desolanti e disperati! Io qualche giorno prima, avevo scritto a casa di non vendere le uve, poiché, visto come si stavano mettendo le cose, forse sarei ancora arrivato in tempo per aiutare a fare il vino. Ora, invece, stavo per essere portato in Germania prigioniero, e chissà quando sarei tornato nella mia cara Italia! Dopo due o tre giorni di indescrivibile ansia e disperazione,una sera ci inquadrarono in quel cortile e, dopo ore di attesa, verso mezzanotte ci portarono alla stazione. Si camminava in fretta contro i muri, con sentinelle tedesche ogni tre o quattro metri, che ogni tanto lanciavano grida forsennate per intimorirci. Io camminavo a fianco di Ornato e Demagistris e, passando vicino ai cancelli di quelle case, sentivamo forte la tentazione di entrare e nasconderci in quei cortili, ma era un tentativo troppo rischioso, innanzitutto perché le guardie erano vicinissime e non avrebbero esitato a spararci, e poi due terzi della popolazione del posto era di origine tedesca, e specie in quei momenti ci odiava e non ci avrebbe di certo aiutato. Arrivati alla stazione ci fecero salire su vagoni bestiame, bloccando la porta dal di fuori,e così partimmo per quel nuovo calvario. Il treno oltrepassò il Brennero, e si inoltrò in Germania, senza interruzione, senza mai che la porta fosse aperta. Dal finestrino cominciarono a volare cappelli serviti per le necessità fisiologiche più urgenti e dopo averli fatti passare a quanti più possibili, per farli durare più a lungo. La temperatura era ancora sopportabile. Alla sera finalmente il treno si fermò, ci aprirono e ci fecero scendere ognuno vicino al proprio vagone e passarono a distribuire un po' di zuppa e dei salamini così cattivi che erano immangiabili, pur colla fame che avevamo. La popolazione ci manifestava con gesti e parole il suo odio, la sua rabbia. Quei momenti furono assai duri, opprimenti. Ci sentivamo annientati. Per tutto il territorio tedesco quella fu la nostra accoglienza. Fortunatamente, però, arrivati in Polonia la cosa cambiò. La gente si dimostrò più comprensiva, poiché anche loro avevano subito le nostre stesse umiliazioni. Ci diedero zuppa di orzo dolce, molto buona, e cercarono di incoraggiarci. Partiti da Bolzano, attraversammo la Germania toccando Monaco, Lipsia, Berlino, Danzica e, dopo quattro giorni, il 17 settembre arrivammo a Hohenstein, allo stalag B. in Prussia Orientale. Questo campo era ad Osterode di fronte al monumento al maresciallo Lindendorf, che con una armata nel 1915 aveva sconfitto due armate russe ai laghi Mayuris. Era un campo enorme, e non so più quanti capannoni uno di fianco all'altro, disposti su tre o quattro file, ci fossero,circondati da una muraglia di filo spinato, di oltre tre metri di spessore e di quattro o cinque metri di altezza, con ai quattro angoli le garitte con riflettori per le guardie, sopra i fili spinati. L'inverno, ormai prossimo, incominciava a farsi sentire. Io ero partito con gli slippini e cominciavo a preoccuparmi per i giorni freddi alle porte. Con un lenzuolo, non grosso, che non so più come mi ero procurato, mi feci un paio di mutande, molto rudimentali, che però mi sono state molto utili. Nel lager i viveri erano molto scarsi, e non ci davano altro che barbabietole da zucchero, con qualche mezza patata, ma molto di rado. Un filone di pane nero, di due chilogrammi, fatto con non so che cosa, serviva per otto. Quello a cui toccava il compito di fare le parti, doveva cercare di essere molto preciso, poiché a lui toccava di servirsi per ultimo. Questa era la legge dei campi di concentramento, e dei campi di lavoro, dove si sognava notte e giorno quel pezzo di pane. Ogni tanto, senza sapere il perché e lo scopo, a tutte le ore diurne e notturne, all'improvviso facevano l'adunata fuori del capannone, sotto potenti riflettori, con grida minacciose; guai a non scattare immediatamente fuori, pena terribili cinghiate sul dorso. Ogni tanto qualche squadra andava fuori a lavorare e tutti cercavano di aggregarsi, perché così almeno c'era la possibilità di mangiare qualcosa in più. Ma fortunatamente non mi fermai a lungo nel campo, perché un giorno verso i primi d'ottobre mandarono una cinquantina di noi, tra cui io, Demagistris e Ornato a Joannesburg, a raccogliere patate e barbabietole da zucchero in una grossa fattoria, dove ci fermammo fino alla metà di novembre. Qui ci trovammo discretamente bene. Ci avevano sistemato in uno stanzone di una casa non grossa e, in questa camera,ci assegnarono il posto in letti a castello. La cucine era fuori e la marmitta era posta in un angolo fra due mura di una camera diroccata. Non so più chi fosse il primo cuoco, nè di dove fosse. Ma era uno che di buono aveva poco, sia come pulizia che come onestà. Infatti, della poca carne che ci davano per condire il minestrone di rape e patate, a noi non restava che poco brodo; e poiché, nelle giornate fredde e umide dell'autunno, le mosche si fermavano contro le pareti sopra le marmitte, lui con mescoli di brodo le faceva cadere nella pentola, rimescolandole con le patate. Questo, però, durò pochi giorni, perché, informata la guardia tedesca, lo sostituì subito, in quanto per i tedeschi la pulizia era sacrosanta. Il nostro alloggio distava cinque o seicento metri dalla fattoria, dove tutte le mattine verso le otto la guardia ci accompagnava a raccogliere le patate. Non so quanto fosse grande quella fattoria, ma so che una cinquantina di noi e un centinaio di polacchi, restammo fin verso la metà di novembre sotto lo stesso padrone a raccogliere solo patate. Una volta, non visti, ci avvicinammo alla residenza del padrone: era fiabesca, un parco enorme di abeti, con caprioli, lepri e ogni sorta di selvaggina. Un giorno il padrone ci fece visita e arrivò nei campi a cavallo di uno stallone meraviglioso. Quello fu un periodo tranquillo; la disciplina era poca e la fame non ci preoccupava. Il militare che ci faceva da guardia era un uomo piuttosto robusto, alto un metro e ottanta, biondo, un vero tedesco. In fondo a volte non pareva cattivo. Al mattino ci accompagnava al lavoro e tutto il giorno restava con noi. Arrivati nel campo ci disponeva in fila, uno a fianco dell'altro al margine di questo. Ognuno di noi prendeva un cesto e due o tre coppie prendevano ognuna una specie di barella su cui era fissato un cassone, dentro cui si vuotavano i cesti pieni di patate. Quando questi cassoni erano pieni, gli addetti andavano a vuotarli in mucchi sparsi in mezzo al campo, che venivano coperti con uno strato di paglia di 20-30 cm. e sopra si metteva 20 cm. di terra, avendo cura, però, di lasciare alcuni buchi che servivano da sfiatatoio. Quando poi si dovevano consumare, i camion andavano direttamente a caricarle nei campi. Prima che noi arrivassimo al campo, un trattore con una macchina con dei vomeri piatti che scalzavano le patate e con palette che le lanciavano a 3 metri circa di distanza, ci precedeva e a noi non restava che raccoglierle. Quella guardia, dopo aver dato gli ordini di lavoro, incitava continuamente gli ultimi; a qualcuno dava un calcio nel sedere e qualche volta usava anche il bastone. Questa punizione però toccava quasi sempre ad un certo Picone: un ligure che non aveva mai conosciuto il mestiere della campagna e si dimostrava poco disposto a fare quel lavoro, che d'altronde non era poi così massacrante. Quando gli arrivava la punizione, lui si girava e con risentimento, sarcasticamente diceva: "Oh, ma belin, sempre a mi ti me disi?". La guardia, però, poi divenne quasi crudele, usando senza parsimonia quel bastone per qualsiasi motivo. Finché un giorno, un francese pure prigioniero, ci consigliò di fare un reclamo scritto al comando. Così fece Demagistris, che conosceva molto bene il francese. Da allora quel militare non ci toccò più, sebbene ci dimostrasse apertamente il suo odio e la sua rabbia. La fame non ci preoccupava perché alla sera, se mai ne avessimo avuto bisogno, avremmo potuto prendere patate, carote, barbabietole da zucchero e poi a casa farcele cuocere. Io, Baldo e Pasquale, infatti, alla sera di ritorno dal lavoro ci portavamo a casa alcune barbabietole da zucchero. Le pulivamo, le grattugiavamo e, essendoci procurati una latta da marmellata da 8 kg., la riempivamo di questa poltiglia, quindi uno di noi a turno la faceva cuocere per 2 ore circa consecutive. La lasciava raffreddare, svegliava gli altri due e, nella stessa sera, la mangiavamo tutta, mantenendoci così in piena forma. Ma se pur risentivamo profondamente di quanto ci era successo e della situazione in cui eravamo, lontani da casa per chissà quanto tempo ancora, c'era chi non perdeva occasione per darsi ad avventure amorose. Ornato infatti, lavorando nei campi vicino ai polacchi, conobbe una bellissima ragazza sui vent'anni e, non so come, riuscì a convincerla ad accettare un appuntamento in un boschetto non lontano da casa nostra, per la domenica dopo pranzo. I polacchi erano liberi, solo alla sera ad una certa ora dovevano essere tutti nella casa dove alloggiavano. Anche noi eravamo abbastanza liberi, poiché la guardia che ci accompagnava al lavoro, alla sera ci riportava alla nostra casa e poi andava a dormire presso un piccolo comando vicino all'accampamento dei polacchi, e raramente veniva da noi la domenica. Ma quella volta aveva capito che tra Ornato e quella ragazza c'era qualcosa e, quando vide la polacca andarsene sola, non tardò ad arrivare anche lui da noi e subito fece l'appello. Naturalmente mancava Ornato, ma io, come d'accordo, feci capire a quel militare che Pasquale era andato a cercare rami per fare una scopa. Mi mandò a chiamarlo e Pasquale tornò con quattro o cinque rami. A questo punto la guardia se ne andò sbuffando, per aver capito d'essere stato preso in giro. Durante questi primi giorni di lavoro e di prigionia conobbi Astegiano Mario di Camerana, Bianco Antonio di Cengio, Drocco, un bonaccione, un vero contadino di langa, Canavero, un volpone da cui bisognava stare all'erta, anche se con noi si comportò sempre onestamente, Ambrogio di Cavallermaggiore. Drocco e Canavero erano ambedue dei dintorni di Ceva, e con tutti e cinque passai l'intera prigionia. Finita la raccolta delle patate, tornammo al lager e di qui ci mandarono, una quindicina, a lavorare presso una segheria. Eravamo 8 piemontesi e cinque o sei meridionali. A Ornato affidarono la stalla: tre cavalli e quattro mucche. Quello era il suo lavoro. Con carrelli su rotaie andavamo a prendere i tronchi ammucchiati e, arrivati vicino alla segheria, li mettevamo uno alla volta su appositi carrelli forniti di due grosse morse che, agganciatili, li sorreggevano e li portavano alla sega. Questa era formata da grosse e numerose lame, disposte l'una a fianco dell'altra secondo la distanza voluta e lo spessore di assi richiesto; il tronco passava in una sola volta. Oltrepassata la sega, un'altra morsa su un altro carrello li rinserrava tra loro e questo li portava alle cataste, dove i miei compagni li disponevano secondo le misure. Ad azionare le seghe c'era, al piano sotto di fianco alla segheria, un grosso vecchio motore a fuoco, alimentato colla segatura e scarti di lavorazione. Quando arrivammo in quel posto di lavoro, c'era un tale mucchio di tronchi che pareva non dovesse mai più finire; invece in una ventina di giorni, con nostro stupore, lo esaurimmo. Presso quel padrone si stava bene. Dormivamo in uno stanzone riscaldato, in letti a castello, e il mangiare era buono e abbastanza abbondante. Ornato, addetto al bestiame, passati i primi giorni e conoscendo le abitudini della famiglia, la sera,prima che scendesse la domestica ad allattare le mucche per la famiglia, ne allattava mezza gavetta che portava nel dormitorio, dove, il mattino dopo, la divideva con me e Demagistris. Restammo in quella segheria fin verso il dodici di dicembre. Però Demagistris, ai primi di dicembre, si ammalò e fu ricoverato all'ospedale, da dove poi, guarito, fu mandato a lavorare in campagna, passando così una prigionia tranquilla, senza problemi di fame e lontano dai pericoli dei bombardamenti. Non lo rividi più, se non al ritorno in Italia, alcuni mesi dopo la fine della guerra. Dopo alcuni giorni dalla partenza di Baldo, Ornato, una mattina, stava dividendo il latte con me, quando un meridionale, roso dall'invidia di vederci mangiare il latte tutte le mattine, alzatosi di scatto diede una spallata alla gavetta di Pasquale e gliela rovesciò. Ornato, che era bravissimo, ma nervoso,diede uno spintone a quel tale, pregandolo di fare più attenzione. Quello, che era un attaccabrighe, rispose sgarbatamente, e così cominciarono a volare pugni tra loro due. Pasquale pesava una volta e mezzo quell'altro, che però era estremamente agile. Ad un certo punto ci mettemmo in mezzo e li dividemmo, senza però accorgersi che il meridionale aveva tolto di tasca il coltello e cercava in ogni modo di ricominciare. Ripresero la lotta e quel terrone riuscì a colpire tre volte Pasquale a una gamba. Due ferite furono leggere, ma la terza fu abbastanza profonda, senza per toccare parti vitali. Non ce ne accorgemmo, se non quando vedemmo quel tale fuggire e gettare il coltello in un rio lì vicino e Pasquale appoggiarsi contro i letti a castello e impallidire, nel momento in cui cominciò ad uscirgli sangue da una scarpa. Capimmo allora quel che era successo e lo spogliammo e sdraiammo sul tavolo, con asciugamani abbiamo legato ben stretta la gamba per fermare il sangue, mentre uno andò ad avvertire il padrone che, subito accorso, lo portò in macchina all'ospedale. Con noi lavoravano due tedeschi, uno dei quali, alto magro, sui quarantacinque anni, saputo dell'accaduto, diede tante botte a quel meridionale da lasciarlo più morto che vivo, tanto che il giorno dopo finì anche lui all'ospedale insieme a Pasquale. Qui cercò di scusarsi con Ornato, dicendo che si era sentito offeso nell'onore e così fecero la pace. Per Ornato quell'avventura non andò male; guarito, dall'ospedale tornò in segheria a badare alle sue bestie e, come poi mi raccontò, ebbe anche simpatiche avventure amorose con una giovane maestra che stava presso la famiglia del padrone per educargli i figli. Qui, non lontano da Demagistris, rimase anche lui fino alla fine della guerra. Io restai solo con Astegiano Mario, Bianco Antonio, Canavero e Drocco e il 12 dicembre partimmo anche noi. Ci portarono alla stazione, ci aggregarono ad altri e, saliti sul treno, fummo trasferiti a circa 1000 km. di distanza, a Dresda. Ma prima di mandarci in quella città ci portarono in un altro lager per la disinfezione, dove già la neve era alta mezzo metro. Arrivammo che era quasi notte. Quindi, a turni di una quindicina, ci facevano spogliare in un grosso salone e ci facevano uscire ad appendere le nostre robe ad un attaccapanni a sbarre, che poi entravano in un forno per la disinfezione. Quindi ci avviavano alla doccia, ci facevano asciugare con l'aria calda e ci fecero ancora una iniezione molto dolorosa nello stomaco. Dopo un po' ci fecero rivestire. Ma se prima era facile uscire ad appendere la nostra roba, era molto più difficile cercarle dopo,nudi su quella neve, rischiando di restare anche qualche minuto fuori in quello stato. Finita la disinfezione, ci fecero uscire in fila indiana. Qui seduti in mezzo alla neve, all'una di notte, a turno accelerato ci sedevano su una sedia e due parrucchieri, se lo erano, con una tosatrice da cavalli, ci raparono a zero. Quindi, incolonnati in un sentiero affiancato da fili di ferro spinato, ci avviarono verso dei capannoni per riposare il resto della notte. Ma, a metà sentiero, in un punto più basso, l'acqua era alta oltre mezzo metro, riempiendoci fasce e scarponi, ma non avevamo altra via di scampo. Arrivati ai capannoni gremiti di gente e senza luce, riuscimmo a malapena a trovare, tra le maledizioni degli altri a cui pestavamo i piedi, un posto in cui raggomitolarsi per quella notte. Al mattino partimmo per Dresda, dove ci aspettava una vita molto più dura e dove proprio provammo cosa era la vera prigionia. Arrivammo a metà di dicembre in questa città e ci portarono in un capannone, che avrebbe potuto essere a due piani, ma mancava il piano di mezzo e si vedevano i coppi, da cui ogni tanto s'intravedevano lembi di cielo, e qui ad ognuno assegnarono un posto tra quei letti a castello. Al fondo c'erano i lavandini e in mezzo i tavoli da dodici, su cui ci distribuivano i viveri. Quel capannone da una parte comunicava col nostro posto di lavoro, che era una grossa officina in cui si riparavano i vagoni devastati dai bombardamenti, o che necessitavano di qualche lavoro di normale manutenzione. Nell'officina, posta vicino ad una grossa stazione merci in un borgo della città, entravano quaranta binari, e ogni binario aveva la sua porta e all'interno gli addetti ad un particolare lavoro. Era enorme, però metà coperta in vetri. Nella stazione i vagoni erano ispezionati e su ognuno di questi venivano scritti i lavori di riparazione di cui necessitavano, a seconda dei quali erano avviati sul binario appropriato. Eravamo nella seconda metà di dicembre, faceva freddo, ma da questo ci riparavamo abbastanza, poiché nell'officina c'era un discreto caldo e fuori erano pochi quelli che dovevano andare a lavorare, anche se saltuariamente. Il nostro capannone, alla sera quando rientravamo o al mattino prima della sveglia, era riscaldato ad aria calda. Quello che più esigevano i tedeschi era la pulizia, che forse fu quello che più ci aiutò a sopravvivere in quei giorni. Tutte le sere, prima di metterci a letto, era d'obbligo lavarsi i piedi, e una guardia sulla porta del lavandino controllava che nessuno se la svignasse. Tutte le mattine dovevamo lavarci a torso nudo e tutti i sabati ci portavano in fabbrica a fare la doccia, e qui ci distribuivano mutande e camicia pulite e ritiravano quelle sporche della settimana prima. Ma la cosa che più mancava era il mangiare: al mattino ci davano un po' di the e una fettina di margarina. A mezzogiorno portavano a ogni tavolo da dodici una marmitta di rape con dentro, ma raramente, cinque o sei mezze patate, che creavano dei problemi a chi doveva distribuire quella brodaglia, che era tutto il nostro pranzo. Alla sera altra marmitta di rape, un po' più spessa, col medesimo numero di patate e in più c'era il pane: un filone di due Kg. in otto. Era pane di non so cosa, nero, mezzo crudo, ma che in quei momenti aveva tutti i gusti del mondo e, appena lo si prendeva in mano, pareva si sciogliesse come il ghiaccio al sole. Al nostro tavolo eravamo tutti piemontesi, e cercavamo di fare le cose per bene, ma più di tutto di tenere i nervi a posto, anche se ci pareva di ricevere qualche torto. La fame era tanta che si viveva con i nervi a fior di pelle, ed ogni pagliuzza diventava un trave, anche se ognuno di noi dodici faceva a turno le parti. Accanto a noi c'erano due tavoli di calabresi che, quasi tutti i giorni, vedevano ingiustizie da parte di chi distribuiva quel rancio e, quasi tutti i giorni, con tutta la fame che c'era, bisticciavano e si tiravano piatti ancor pieni in faccia, con botte da orbi, tanto che a volte dovevano intervenire i tedeschi. Chi sollevava quasi sempre quelle grane era uno più grande e grosso degli altri, agile e forse tirava anche di boxe e le suonava a tutti, tanto che al suo tavolo più nessuno voleva distribuire la zuppa. Un bel giorno però trovò pane per i suoi denti, uno più svelto e forse più allenato di lui si rivoltò contro e gli diede tante botte da piegarlo tra quei letti a castello costringerlo ad arrendersi. Da allora le cose sono cambiate e si viveva un po' più tranquilli. Arrivati in quel posto di lavoro ci divisero fra le diverse colonne, spazio assegnato ad ogni binario, e io fui assegnato a un magazzino dove erano accatastati tutti i pezzi di ricambio grossi e piccoli necessari nell'officina. In questo magazzino lavoravano due signori piuttosto anziani, sui sessant'anni, e una signora sui venticinque anni, che mi sembra ancora di vedere. Era di statura media, snella, magrolina, camminando pareva non toccasse i piedi per terra, sembrava un angelo che passasse sfiorando il pavimento. Era gentile e aveva tanta comprensione di me così affamato e magro, che al mattino venendo al lavoro portava due fettine di pane con strutto in mezzo e, entrando nel magazzino, le nascondeva sotto la mantellina, che io posavo su di un tavolo vicino alla porta. Alle 9, quando si fermava il lavoro per l'intermezzo, cioè per mangiare un panino, come usavano i tedeschi, anch'io di nascosto mangiavo quelle fettine di pane, che per me in quel tempo erano tantissimo. Le mangiavo di nascosto, perché quei due vecchi rimbecilliti non si accorgessero che quella signora mi usava qualche attenzione. Neppure potevo ringraziarla, perché quelli non mi toglievano mai gli occhi di dosso. Questo lavoro per me non durò molto e un giorno mi sostituirono con un sergente maggiore, che però finì male, avendo osato troppo con quella signora, e io fui mandato a fare un corso di limatore. Il corso durò una quindicina di giorni e fu il peggior periodo della mia prigionia. Se fosse durato più a lungo sarebbe stata la mia fine. Per tutto quel periodo dovetti tirare avanti colla sola razione del campo, colla quale non si poteva vivere molto, e in più vicino al banco a cui lavoravo c'era un radiatore dei termo, che col suo calore mi toglieva quelle poche forze che mi restavano, tanto che alle volte ero costretto ad appoggiarmi al muro per reggermi in piedi. Fortunatamente arrivò il giorno del mio cambio e mi assegnarono in una colonna a riparare vagoni, io solo italiano con due tedeschi, che con me si comportarono bene. Uno si chiamava Bili, era del 1908 ed era già stato forse ferito, perché camminava un po' storto. L'altro era Odo e aveva sui sessant'anni. Odo aveva avuto un figlio che gli era morto a diciott'anni e forse era pressappoco della mia età. Appena arrivato, mi si assegnò una cassa con tutti i ferri che potevano servirmi in quel lavoro. Io però, che non conoscevo il nome in tedesco, e ogni tanto, quando mi mandavano a prendere il martello, una pinza o una chiave, quasi sempre prendevo il ferro sbagliato. Allora quelli, uno per parte, mi accompagnavano alla mia cassa, e facendomi passare tutti quei ferri me ne dicevano il nome, che però dopo due minuti non ricordavo più. Ma quelli non s'arresero e lo ripeterono tante volte finché lo imparai. Il mio lavoro consisteva nel cambiare respingenti e ingrassare tutte le parti mobili del vagone di fianco e di sotto. I primi giorni furono anche qui abbastanza duri e tristi, tanto che venni a trattative con un tedesco per vendergli l'orologio da taschino, orologio che mi aveva portato mio fratello dal viaggio di nozze ed era tutto quel che mi rimaneva di casa mia. Lo vendetti per 10 Kg. di pane e 30 sigarette. Costui mi portò un Kg. di pane e 10 sigarette, prese l'orologio e non lo vidi più. In quelle colonne c'erano degl'italiani venuti volontari a lavorare coi tedeschi nel 1939, sotto Mussolini. Tra costoro ne trovai qualcuno che verso di noi si comportò peggio dei tedeschi; altri, invece, cercarono di aiutarci. Tra questi, uno, per la sua serietà e volontà, aveva fatto carriera ed era capo colonna. A lui mi rivolsi, raccontandogli ogni cosa e descrivendo come meglio sapevo quel tedesco che da ormai otto o dieci giorni mancava dal lavoro. Questi prese la cosa a cuore e mi assicurò di ritrovarlo. Infatti, dopo 2-3 giorni mi riportò l'orologio, chiedendomi se c'era tutto. Gli spiegai che mancava la catenina, ma quel tale già mi aveva portato del pane e sigarette. Ma il giorno dopo mi riportò anche la catenina, spiegandomi che non era da uomo, specie da tedesco, comportarsi così. In seguito poi mi domandò se volevo venderlo a lui, che l'avrebbe comprato volentieri, portandomi del pane scaglionato nel tempo, insieme, ogni tanto, a delle sigarette. Mi rincresceva di cuore venderlo, mi piaceva molto e con me era già stato su tutti i fronti, anche in Russia, ma la fame di quei momenti era tanta, che mi costrinse, ancora una volta, a cederlo. Non fissammo un prezzo, ma quel tale mi portò per tanto tempo 2 kg. e mezzo di pane al giorno e ogni tanto sette-otto sigarette. Come mi portava il pane, subito lo mangiavo, senza incorrere nel pericolo che qualcuno me lo prendesse, come mi era già capitato con quel kg. che metà me lo rubarono. Con questo aiuto continuo andava già un po' meglio. Dopo un mese circa che lavoravo con quei tedeschi, i nostri rapporti cominciarono a migliorare. Quei due, vedendo che facevo tutto quello che mi comandavano, senza cercare di svignarmela, mi presero a ben volere, e cominciarono anche loro a portarmi qualche fetta di pane e a volte anche una sigaretta. Quando poi regalai una camicia da militare quasi nuova, che ancora avevo nello zaino a Odo, per ringraziarlo di quanto faceva per me, lui si fece portare una gavetta da fanteria che avevo e, d'accordo con Bili, quasi tutti i giorni, dopo aver mangiato alla mensa della fabbrica, passavano in cucina e se c'era della minestra in più, ne prendevano un mestolo o due, come meglio potevano; la nascondevano sotto la giacca e, arrivando prima di noi al loro posto di lavoro, me la nascondevano sopra un vagone. Quando arrivavo Odo mi chiamava e con un gesto della mano mi indicava il vagone. Non so cosa avrei fatto per quei due così bravi e concordi nell'aiutarmi. Poiché ero solo a lavorare con loro e dovevo maggiormente sforzarmi per capirli, ebbi così occasione di imparare tante parole tedesche più degli altri, e ogni tanto ci fermavamo a parlare o fumare qualche mezza sigaretta in quei vagoni. In queste occasioni e quand'eravamo soli, anche loro maledivano Hitler e la guerra, causa della rovina di gran parte del mondo. Ma quando, fuori del vagone, incontravano un loro compagno, più non parlavano, se non per stringergli la mano ed esclamare: "Ehi Hitler, viva Hitler!". Non solo, non parlavano della guerra neppure in famiglia, forse neanche colla moglie. Un giorno mi fermai con loro a parlare della mia famiglia e del mio lavoro in Italia e parlai loro del vino e vidi Odo in particolare che lo sognava, quasi lo pregustava, al solo parlarne. Come avrei voluto mandargliene un po' a fine guerra, ma loro erano rimasti oltre cortina, e non c'era nulla da fare. In quel periodo quasi mi commosse la disponibilità di quei due tedeschi, mentre provai sdegno verso un italiano, un meridionale che dal 1939 lavorava in quell'officina e col nostro arrivo s'era sentito forse un po' screditato. Infatti un giorno, mentre lavoravo sotto un vagone, lui mi passò a fianco e lasciò cadere il mozzicone della sigaretta. Io, che come i miei compagni, sentivo pesare dopo la fame, la mancanza del fumo, tentai di prendere quel mozzicone, ma lui, più svelto di me, lo pestò, dicendomi : "Non mi chiedete niente, perché non vi do niente". Ma, prima che finisse la guerra, fu lui che ne chiese a me, in un momento che eravamo terrorizzati dai bombardamenti di Dresda. Lo lasciai fumare, ma poi gli dissi: "Sappi che io sono più umano di te. Ricordi quando per poco non mi pestavi le dita. Nessun tedesco me l'ha mai fatto". Si vergognò, mi restituì la sigaretta e se ne andò. Un giorno qualcuno riuscì a sfondare un vagone pieno di biscotti amaretti, e fu un continuo andare e venire per quelli che riuscirono a saperlo. Però se ne accorsero anche le guardie tedesche che subito fecero suonare l'adunata e ci passarono in rivista, frugandoci ovunque e per quelli che sorpresero con qualcosa in tasca, furono guai seri. Li picchiarono, li misero in un tavolo a parte e li fecero stare dieci giorni a pane e acqua. Nelle nostre condizioni quel castigo era tremendo. Io, che me ne accorsi in tempo, mangiai tutto quello che potei e il resto lo gettai via e, con molta fortuna, passai la rivista senza che mi trovassero niente. Ma a sera, togliendomi i pantaloni, saltò fuori un amaretto: il sangue mi diede un brivido, pensando che non l'avevano trovato. Eravamo verso la fine di aprile e le cose per noi cominciavano a migliorare. La fame, se pur sempre tanta, non era più terribile come prima, quando si riusciva ad uscire nella stazione si andava in cerca di un'erba grassa, sporca, lungo i binari, per mangiarla, cosa che oggi mi fa ribrezzo solo a pensarci. Un giorno, uscendo per la stazione guidati dalla guardia, riuscii a prendere una rapa metà marcia nell'immondizia, ma coll'altra metà feci una colazione d'oro. I quattro miei amici lavoravano anche loro in quell'officina, ma in posti diversi. Canavero e Drocco lavoravano sovente fuori o in altra colonna, e li vedevo di rado sul lavoro. Bianco, che a casa faceva il falegname, andò a lavorare nel reparto falegnameria, e Astegiano Mario fu assegnato a una colonna dove aggiustava i vagoni passeggeri e dove aveva avuto la sfortuna di trovare un capo pestifero,veramente cattivo. Mario era bravissimo, era di Camerana, ed erano cinque fratelli. Lui era il secondo ed era molto avveduto. Sua mamma era morta da alcuni anni. Faceva la venditrice ambulante e quando Mario parlava di lei, che attraversava tutte quelle colline, percorrendo sentieri non facili attraverso quei boschi solitari e paurosi, per procurare il necessario alla famiglia, colle lacrime agli occhi, esclamava : "Era una santa, era una martire". Suo papà era negoziante in bestiame e lui e i suoi fratelli ne seguivano le orme. Da giovani, prima del militare, negoziavano in pecore, agnelli e capre, e tornati dal militare fecero un passo avanti, trattando anche vitelli. Il fratello maggiore Luigi, del 1920, in quel periodo era prigioniero in Russia e Mario ne sentiva la mancanza, perché era il suo sostegno e il suo consigliere più affiatato. Sembrava che tutto congiurasse contro di lui, ma non si arrese mai. E anche quando quel disgraziato suo capo, un misero tedesco che odiava a morte gli italiani, se la prendeva con lui, senza in fondo un motivo valido, visto che Mario non aveva mai fatto quel lavoro e non poteva essere subito perfetto, lui non si perdeva d'animo e in piemontese gli restituiva pan per focaccia, rispondendo alle sue improperie. Alla fine venivano poi da me, perché Mario gli aveva fatto capire che io parlavo tedesco. A volte ci penso e mi viene da ridere, perché non posso più immaginarmi cosa dicessi a quel tedesco, io che a malapena sapevo qualche parola imparata in quei tre o quattro mesi. Eppure quel suo capo ci credeva, perché quasi tutti i giorni capitavano da me litigando a tutto andare. Ma le mie parole non dovevano servire un gran che, perché, andandosene, non facevano tre metri che ricominciavano a discutere, il capo naturalmente in tedesco e Mario sempre in piemontese. Mario, come ho già detto, era molto in gamba e aveva un gran cuore, e pur nelle ristrettezze in cui eravamo, era sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare chi ne avesse bisogno. Dopo quattro-cinque mesi della nostra prigionia, avendo scritto a casa e mandato moduli per pacchi, questi cominciarono ad arrivare, e allora per non doverli conservare troppo a lungo, col pericolo che finissero in altre mani, si cercò di dividerli in due. Lui, d'accordo con Bianco e Canavero, li divideva con Drocco. Io ero rimasto solo, ma non aveva importanza, perché a volte loro dovevano qualcosa a me ed io a loro. Anche in questo, Mario ebbe sfortuna, infatti per tutto il tempo della prigionia, non ricevette nè un pacco e nè una lettera da casa. I pacchi, sebbene importanti, non erano quelli che più lo preoccupavano, anche se passò come me e forse ancor di più, a causa di quel disgraziato capo, un lungo periodo di fame terribile. Più di tutto, però, lo preoccupava il non avere notizie da casa, e pensare che a casa sua c'erano ancora, oltre al papà, tre fratelli più giovani. Ma in seguito mi raccontò che, già prima che lui partisse militare, suo papà aveva una relazione con una donna che, sia lui che suo fratello maggiore, non vedevano di buon occhio. Suo papà, approfittando della loro assenza, l'aveva sposata e non osava farglielo sapere. Mario, anche se non riceveva pacchi e divideva quelli di Bianco, cercava in tutti i modi di ricambiare questi favori. E quando Bianco si fece un grosso taglio ad una mano con la sega, lui lo assistette come un fratello. Passati poi i primi mesi duri di fame, quando poi ci passarono civili, da vero commerciante si diede al mercato nero, riuscendo così a ripagare ogni suo debito. Era commerciante ma leale e col suo modo di fare sapeva attirarsi la simpatia di chi lo avvicinava. Così strinsi con lui una vera amicizia che lui ricambiò con la sua naturale spontaneità e che ho conservato fino ad oggi. Drocco, come gi dissi, era uno di quei paciocconi che facevano proprio al caso di Canavero, che da vero "pulaiè" sapeva farsi servire, benché colla sua astuzia nel gioco e nel commercio sapesse procurare da mangiare anche per l'amico. Lui infatti era giocatore provetto di carte e il suo lavoro era quello. Quando ci fecero prigionieri lui subito si procurò un mazzo di carte, che furono il suo campo di battaglia. Non tardò l'occasione di poterlo usare, poiché nei primi tempi di prigionia tutti avevamo soldi italiani che nessuno in Germania voleva. Così, non potendoli spendere, si giocavano volentieri e lui cercava in tutti i modi più o meno onesti di guadagnarne il più possibile. Un giorno ci confidò che cercava sempre di seguire un consiglio di suo papà, che gli diceva sempre: "Tieni stretto quello che gli altri gettano via" e questo detto si dimostrò giusto per ben tre volte nel corso della nostra prigionia. Quando ci portarono a Dresden a riparare i vagoni, gli italiani che trovammo lì li prendevano molto volentieri e lui riusciva così a comprare pane e altre cose, mentre noi restavamo all'asciutto. Nel periodo poi che abbiamo lavorato in quell'officina, ci pagavano con marchi per prigionieri, soldi che nessuno voleva perché non si potevano spendere. Lui continuava a giocare e ad ammucchiare quei marchi. Quando passammo civili, ce li cambiarono in marchi civili e lui si trovò ad avere un mucchio di soldi, continuando a comprare tutto quello che era necessario per lui e per l'amico Drocco. In seguito continuò a giocare e quando rimpatriò, penso che non si sia trovato in difficoltà per i soldi. Fin dai primi giorni sovente suonava l'allarme perché numerose squadriglie di pesanti bombardieri sorvolavano la città per andare, fortunatamente per noi, a bombardare altre località. Durante gli allarmi, mancando l'intera città di veri rifugi, ci facevano scendere negli scantinati della fabbrica dove passavano grosse condutture di acqua e penso anche di gas. Fortunatamente, fin verso la fine del 1944, non presero di mira la nostra città. Se avessero anche solo colpito quelle condutture,avremmo fatto una brutta fine. In quel periodo battevano forte su Linz e Lipsia dove c'erano grosse industrie belliche. Dopo nove mesi circa dalla nostra prigionia ci passarono civili. Ma nei giorni precedenti questo cambiamento ci fecero pressione perché aderissimo al loro governo e ci arruolassimo nel loro esercito, promettendoci un ottimo trattamento. Fu un momento difficile, perché temevamo la loro reazione. Tutti però fummo solidali nel rifiutare. La loro reazione fu meno grave di quanto ci aspettassimo, perché già lo presumevano. Era finita, in un certo senso, la nostra prigionia. Alla sera si poteva finalmente uscire per la città, entrare nelle birrerie e mangiare qualche porzione di ricotta con qualche patata. Ogni porzione doveva essere accompagnata da una birra e un tale la prima sera ne ha bevute diciassette con altrettante porzioni. Si poteva passeggiare per le vie in cerca di mozziconi di sigarette, poiché trovare sigarette era difficile e per i fumatori era un vero tormento. Abbiamo avuto così la possibilità di visitare la città che aveva opere d'arte meravigliose, tra le quali un duomo cattolico e uno protestante tra i più belli d'Europa. A completare la sua bellezza c'era l'Elba, che scorrendo placidamente la divideva in due, mentre sei magnifici ponti la ricongiungevano. Ora rimpiango di non averla visitata meglio, con più cura, con più attenzione, prima che quegli inesorabili bombardamenti riducessero i un mucchio di rovine tutti quei tesori. Ricordo che una sera, mentre rientravo col tram verso le 9 com'era d'obbligo, trovai un giovane sui diciotto anni, che mi disse di essere di S. Rosalia e di essere stato rastrellato nei pressi della cantina di Roddi e portato in Germania a lavorare. Gli domandai con ansia cosa capitava nei pressi di S. Maria. Quel giovane era ancora sconvolto e sotto choc e mi raccontò cose sbalorditive: persecuzioni, rastrellamenti, deportazioni, incendi. Da quasi una settimana non ricevevo posta e proprio in quei giorni ricevetti una cartolina dai miei col timbro di Narzole. Stupito dal timbro, anche se nei pressi di quel paese avevo tantissimi parenti, subito pensai che i miei si fossero rifugiati là. Subito scrissi a casa per sapere cosa succedeva. Furono giorni d'inferno, finché un altro scritto mi rassicurò che tutto era abbastanza tranquillo. Quando ci passarono civili ci spostarono in un capannone a 200 m. di distanza dall'officina, ma dalla parte opposta della città, in mezzo ad una piazza vicino alla quale si costruì una specie di rifugio, profondo 3 m. e largo un metro e mezzo, coperto da 6o cm. di terra e trattenuto da traverse. Ma quando suonava l'allarme, nessuno cercava di scendere la dentro, ma tutti stavano fuori a contare gli apparecchi che ci sorvolavano, tanto ci eravamo abituati a quello spettacolo. Inoltre Dresda era stata dichiarata "città aperta" perché priva di fabbriche s non farmaceutiche e non aveva la più piccola difesa antiaerea. Ma un triste giorno, mentre guardavamo quegli apparecchi arrivare, ne vedemmo uno seguito dalla sua formazione, abbassarsi in modo strano e subito dopo sentimmo un sibilo e uno schianto. Capimmo che questa volta facevano sul serio e fu un fuggi fuggi generale. Parte si gettarono a capofitto in quel rifugio, altri si rifugiarono sotto un ponte che collegava due strade a cavallo di u canale a pochi m. da noi e altri ancora si rifugiarono in un sottopassaggio dell'acqua, profondo tre m. sotto la strada. Quest'ultimo era senz'altro il rifugio più sicuro: alto 1 m. circa, ovale in cima, fatto in cemento armato e lungo circa 10 m. Durante quel bombardamento un nostro compagno che era con me e altri sotto il ponte, non sentendosi sicuro, tentò di ripararsi nel sottopassaggio poco distante da noi, ma fatti una ventina di m. gli cadde una bomba quasi sui piedi e una scheggia gli sfracellò il viso. Quello fu il triste preavviso di ciò che ci aspettava qualche mese dopo. Infatti nel mese di febbraio del 1945,quando già si delineava la fine della guerra, con quattro terribili bombardamenti in tre giorni consecutivi, venne rasa al suolo una delle più belle città tedesche, paragonata per i suoi monumenti e la sua cultura alla nostra Firenze, causando oltre duecentocinquantamila morti. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovarci al limite esterno di un borgo della città, e i bombardamenti incominciarono la loro opera distruttrice a 50 m. da noi. Durante il primo e il secondo bombardamento, avvenuti nella medesima notte, ciascuno dei qual effettuati da oltre 1500 apparecchi e durati il primo dalle 21 alle 22.30 e il secondo dalle 24 all'1.30, tutti cercammo di entrare in quel sottopassaggio e non so quanti fossimo nè come fossimo sistemati, ma appena si riusciva a vedere qualche squarcio fuori era una cosa terrificante. Tra la luce dei bengala, gli scoppi delle bombe, il fumo e le fiamme degli incendi che davano al cielo un color rosso sangue, sembrava la fine del mondo. Il terzo bombardamento venne il giorno dopo, verso le 11. Noi riuscimmo a fuggire su di una collina poco distante dalla città e da dove si poteva vedere l'intero abitato a 500 m. da noi. Arrivarono gli apparecchi quando già noi eravamo lassù. Fu uno spettacolo indescrivibile, agghiacciante. Le formazioni di quei bombardieri arrivavano da tutte le parti ed erano tanti che oscuravano il sole. A ondate successive si lanciavano su quella città, pareva dovessero toccare i palazzi, tanto si abbassavano sicuri per l'assoluta mancanza di contraerea. Al loro passaggio un grappolo di bombe ben visibili si sganciavano e si vedevano quei palazzi ad uno ad uno saltare in aria e rovinare su quel mare di macerie. Come ripeto era una cosa sbalorditiva. In quel momento, per quanto odiassimo i tedeschi, non si poteva fare a meno di sentirsi stringere il cuore nel pensare a quante donne, quanti bambini, quanti vecchi, quanti innocenti pagavano sotto quelle macerie per la vanità, la superbia, gli sbagli di comandanti accecati dall'ingordigia del potere. Dresda era una città tranquilla, caratterizzata dalla calma delle acque del suo fiume. Pareva che la guerra non la riguardasse; non aveva difese, non aveva rifugi ma solo ospedali e fabbriche farmaceutiche. Chissà quanti perirono in quelle cantine, sotto quei palazzi, bloccati inesorabilmente dalle macerie. Chissà quanti sono morti in quelle vie mentre stavano cercando di fuggire da quell'inferno in cerca di scampo in campagna. Non troverò mai parole adatte a descrivere, neanche lontanamente, quello che ho visto in quei giorni. Nella terza notte arrivò il quarto bombardamento a completare l'opera nefasta. Nei giorni che seguirono, più nessuno lavorò e noi sei, poiché con noi c'era pure un certo Ambrogio, terrorizzati da quegli avvenimenti, trovammo rifugio in una baracca di lastre in un orto sulla collina e scendevamo solo in cerca di viveri. Dopo una settimana ci richiamarono in città per riprendere il lavoro nell'officina, ma non c'era più entusiasmo ed anche i tedeschi lavoravano mal volentieri, perché oramai vedevano l'inutilità del loro lavoro e la loro fine avvicinarsi inesorabilmente. Lavorammo ancora per due settimane, finché un giorno, suonato il preallarme e usciti dall'officina, abbiamo visto due caccia americani che, arrivati su di noi, si staccarono l'uno dall'altro, lasciando una scia di fumo per ricongiungersi un centinaio di metri dopo e andarsene. Capimmo che si trattava di un avvertimento e quella sera tornammo a dormire nella baracca sulla collina. Verso le 23 arrivarono i bombardieri e resero inservibili la stazione e l'officina nostra, seguendo esattamente la zona circoscritta dai due caccia. Quando, lungo il giorno, tornammo giù, trovammo cose che mai ci saremmo immaginati: binari divelti lanciati a 50 m. di distanza, vagoni completi scaraventati l'uno sull'altro, altri sfasciati completamente, colle ruote a chissà quale distanza da loro; vagoni carichi di ogni sorta di ben di Dio inceneriti dagli incendi, altri ancora in parte salvi. Visto che ormai non si poteva più lavorare e nessuno pensava più a noi, ci procurammo dei sacchetti, li riempimmo di farina di grano e di zucchero e ce li portammo in baracca nell'orto, dove non si mangiava che pappetta dolce. Dopo qualche giorno ci assalì il timore che qualcuno un bel momento ci facesse scendere a dissotterrare i morti e allora pensammo di andarcene in direzione dell'Italia. Tornammo a rifornirci in quella stazione e, risalendo, vidi una squadra di vecchietti tedeschi che stavano scavando una trincea, consapevoli dell'inutilità dei loro sforzi, con sui loro volti la desolazione e la disperazione. Tra costoro vidi Odo che, salutandomi da lontano, si mise a piangere. Sarei corso ad abbracciarlo, perché quel vecchio mi aveva voluto bene e mi aveva tanto aiutato. Restammo ancora un giorno per studiare bene la strada da farsi, quindi, divisa tra tutti la farina e lo zucchero in parti più o meno uguali, visto che bisognava camminare a piedi e portare a spalla, oltre alla nostra roba, anche quei viveri, partimmo verso l'Italia, senza sapere fin dove saremmo arrivati. Non potevamo fare molta strada, perché quel carico pesava. Avevamo oltre un quintale di viveri; ma non avevamo fretta. Una sera ci ospitarono in una cascina in campagna e ci fecero la polenta con il formaggio e ci misero a dormire su della paglia abbastanza comoda, sotto un portico. Arrivando, avevamo visto in una casa vicina un carretto quasi nuovo da tirare a mano, e al mattino lo rubammo. Era bello e solido. Così vi caricammo ogni nostra cosa, felici di non doverla più portare a spalla. Ma non durò a lungo. Dopo una decina di km. arrivammo alla frontiera cecoslovacca dove i gendarmi ci perquisirono e ci presero tutta la farina e lo zucchero e ci lasciarono il carretto. Proseguimmo il nostro viaggio ed arrivammo a Teplig, dove la gendarmeria ci prese tutti i dati e ci mandò a lavorare in una fornace di un paesino di cui non ricordo il nome vicino a Briz. Qui c'erano miniere di carbone in cui hanno lavorato e sono morti molti italiani. Ci accantonarono in una casetta vicino alla fornace, con un cortile recintato e formato da due o tre camerette. Non era male, ma il cibo non era gran che e il fumare poco. Ma ormai tutto ci faceva presagire che la guerra era alla fine. I russi premevano da una parte e gli americani dall'altra e noi eravamo proprio al centro. Un bel giorno abbiamo visto colonne di camion tedeschi arrivare da tutte le parti e proprio nei pressi del nostro paese gli autisti abbandonare i camion e darsi alla fuga su quelle colline. Si sentirono ancora pochi colpi qua e là e tutto era finalmente finito. Non sembrava vero che dopo 5 lunghi anni, la guerra potesse finire. Approfittando di quei camion abbandonati ci siamo fatti una buona scorta di pane e tabacco. Prendemmo circa 60 filoni di pane da 2 kg. e un'infinità di tabacco e lo portammo indisturbati nella nostra casa. Cercammo il comando tedesco più vicino per avere i documenti nostri che in quei giorni, dietro loro richiesta, erano arrivati da Dresden a quel comando, ma non trovammo più nè militari, nè documenti. Per qualche giorno ce ne siamo stati tranquilli nella nostra casa, senza lavorare. Finché ci fecero sapere che dal vicino centro di Briz si stava formando una tradotta per l'Italia. Prendemmo quel che più ci fu possibile e ci recammo alla stazione, salimmo sul treno ed aspettammo. Ma quel treno non partì mai. Arrivarono dei partigiani che si facevano consegnare quello che avevamo. Vista la situazione, ce ne tornammo alla nostra casa. Dopo una settimana si preannunciò un'altra partenza. Partimmo anche noi, ma dopo un giorno di viaggio ci accorgemmo che il treno andava verso la Prussia, dalla parte opposta alla nostra Italia. Allora io, Astegiano, Bianco e Ambrogio decidemmo di tornare indietro, mentre Drocco e Canavero proseguirono. Salimmo su di un treno che ci incrociava e tornammo nel nostro paese passando per Tepliz, dove già si era formato un comando italiano che cercava di coordinare il nostro rientro. Lasciammo il nostro indirizzo e tornammo nella fornace. Ma nel frattempo, le scorte di pane e tabacco che avevamo lasciato là erano sparite, e dopo qualche giorno abbiamo dovuto rimetterci a lavorare. Finita la guerra i cecoslovacchi si stavano vendicando di quello che avevano subito dai tedeschi, quando questi occuparono i loro paesi. Quando i tedeschi invasero la Cecoslovacchia, espropriavano i padroni dei negozi, cinema, fabbriche e se ne impadronivano. Adesso capitava il contrario e toccava loro lasciare quello che avevano e di cui allora si erano indebitamente appropriati colla forza. Oltre ad essere cacciati, quelli che più avevano fatto pesare il loro domini approfittando del loro potere, adesso venivano presi di notte nelle loro case e portati chissà dove e in che modo a pagare i loro misfatti. I loro figli erano costretti a fare i lavori più umili. Nella nostra fornace arrivarono signorine dalle mani curate, che alla fine della giornata sanguinavano, specie alla punta delle dita. Due di queste lavoravano con noi e in noi cercavano aiuto. Ma la nostra posizione era delicata, perché se anche ci facevano compassione, pensavamo che dove prima erano arrivati i tedeschi, non avevano mai avuto riguardo di nessuno. Questo i cecoslovacchi lo ricordavano e non ci avrebbero permesso di prestare loro qualche attenzione. Tuttavia la sera, dopo il lavoro, qualche volta quelle due venivano a trovarci nelle nostre case, portandoci burro e marmellata, poiché una di esse aveva prima un negozio di commestibili e l'altra era proprietaria di un cinema. La loro visita, se pur gradita da una parte, dall'altra avremmo preferito farne a meno per il pericolo di vendetta degli abitanti. Restammo in quel paese un mese circa, finché un giorno ricevemmo l'avviso che stavano organizzando una tradotta per il rientro di quelli che si trovavano in quella zona. Finita la guerra tutte le case dei tedeschi furono contrassegnate con una bandiera bianca posta sopra la porta e noi la sera stessa in cui ricevemmo quell'atteso avviso di partenza, abbiamo fatto un po' di festa, attardandoci di più con quelle signorine. Al mattino partimmo presto, ma uscendo da quella casa trovammo anche noi la bandiera bianca sulla nostra porta. L'ordine di partenza ci era arrivato a proposito. Partimmo a piedi coi nostri pochi bagagli e, dopo una decina di km. arrivammo a Tepliz e qui trovammo il treno a cui erano agganciati diversi vagoni già pieni o quasi di italiani, ex prigionieri e rastrellati, portati in Germania a lavorare. Ci sistemammo alla meglio in un vagone ed aspettammo. Ma era tanta l'euforia di quel momento e il desiderio di tornare a casa che i minuti sembravano eterni. Ognuno faceva progetti per l'avvenire della sua vita in Italia, con tanto entusiasmo ma a volte con poca convinzione. Dopo mezza giornata di attesa, il treno partì tra la gioia di tutti. Però la nostra contentezza non durò a lungo, perché, dopo un'ottantina di km., trovammo un comando russo che, fermato il treno, ci costrinse a scendere. Salirono i russi che c'erano in quella zona e il treno ripartì verso la Russia, lasciandoci in un boschetto non lontano da un comando americano. Eravamo tanti e quello fu proprio un fulmine a ciel sereno, poiché neppure quei pochi che avevano preso il comando non sapevano cosa ci sarebbe capitato. A qualcuno venne l'idea di rivolgersi al comando americano. Infatti in tre-quattro piemontesi, tra cui un torinese che parlava molto bene il francese, ci recammo al comando americano e, trovato il comandante, domandammo se non era possibile rientrare con qualche mezzo di fortuna, se per lui ci avesse fatto un lasciapassare. Si dimostrò abbastanza comprensivo e ci disse che se riuscivamo a procurarci un camion nè tedesco nè americano e se gli avessimo fatto una lista con i nomi di quelli che sarebbero partiti, lui ci avrebbe fatto il permesso. Ci demmo da fare per cercare il camion e ne trovammo uno francese e a forza di braccia lo tirammo sulla buona strada. Trovammo un autista e meccanico milanese che in poco tempo lo rimise in quadro. Cercammo benzina da altri camion e compilammo la lista. Eravamo 32 piemontesi più l'autista milanese. Portammo l'elenco a quell'ufficiale americano che, senza esitazione, ci fece il lasciapassare. Ricordo che su quel treno trovai Cavallo, di Alba, mio ex compagno di collegio e anche lui era lì fermo. Gli domandai se voleva entrare nella lista, ma lui preferì restare con amici toscani, con i quali aveva trascorso tutta la prigionia, ormai convinto, come tutti, che il rientro fosse cosa fatta. Purtroppo però non fu così. In quel posto non tardò ad arrivare un comando russo, che li spostò nell'interno verso la Polonia, ove subirono ancora campi di concentramento e tanta fame, ritornando tre mesi dopo di noi. Prima di separarci, io e Cavallo ci siamo scambiati una lettera, coll'intesa che il primo che fosse rientrato doveva portarla alla famiglia dell'altro. Partimmo subito, per quel viaggio di ritorno, che fu ricco di peripezie a volte piacevoli, a volte meno, ma sempre allietato dal sogno di ritornare finalmente e per sempre in Italia. Forse non riuscirò più a raccontare i fatti per ordine, ma ciò che racconto ci è tutto realmente capitato. Per qualche giorno la benzina non ci mancò, ma la difficoltà principale stava nei viveri, poiché non sapevamo come fare per farcene dare. In seguito, però, trovammo modo di averne, poiché in ogni paese andavamo dal sindaco con il lasciapassare e avevamo un po' di tutto: pane, patate, margarina, ecc. Risolto il problema viveri, sorse quello della benzina. Essendo in riserva, un giorno vedemmo dei bidoni davanti a una casa, sorvegliati da alcune donne, e ne rubammo due. Ma quelle si misero a gridare, così che nella fretta non ci accorgemmo che era nafta e, vuotatala, bloccammo il camion. Così restituimmo la nafta che riuscimmo a recuperare. Ma adesso eravamo a terra completamente, e saputo che poco lontano c'era un posto di blocco americano, ci recammo lì per domandare aiuto. Comandava il blocco un italo-americano che, saputo l'accaduto, ci disse di aspettare. Dopo mezz'ora arrivò un camion e rimorchio carico di taniche di benzina. Era guidato da un negro e mentre quel milite controllava i recipienti, noi, come d'accordo, abbiamo preso quattro taniche invece di due. Così non abbiamo più avuto problemi di benzina. Un giorno in una curva siamo finiti in un campo, fortunatamente non c'erano fossi. Strada facendo arrivammo a Linz e mentre stavamo per imbucare il ponte sul Danubio, che portava in città, fummo sconsigliati da italiani, chiusi in una caserma, di attraversarlo, per il pericolo di finire lì con loro, mentre ci consigliarono di proseguire lungo il Danubio, finché avessimo trovato un traghetto. Percorremmo per una ventina di Km. quella strada, passando poco lontano da Mauthausen, il famoso campo di sterminio, che rimpiango di non aver visitato allora per vedere ancora recenti le atrocità commesse in quei luoghi. Arrivammo al traghetto, ma nonostante il lasciapassare, non ci volevano traghettare, perché, pur essendo gestito da americani, era per trasporto militare. Era mezzogiorno e li supplicammo fino a sera. Nel frattempo s'era messo a piovere e il nostro camion era senza tendone e allora ci permisero di passare la notte nell'interno del barcone, dove però pioveva se non come fuori, poco meno. Al mattino, stanchi della nostra insistenza, ci trasportarono dall'altra sponda. Il letto del Danubio in quel punto era larghissimo e l'acqua era tanto calma che a stento la si vedeva muovere. Arrivati per dall'altra sponda non ci fu più verso di mettere in moto il camion e fummo costretti a spingerlo a braccia fuori del traghetto. Qui il nostro meccanico mise a prova tutte le sue capacità, ma non riuscì ad aggiustarlo. Forse si era rotto qualche pezzo. Alla fine ci dissero che in un paese vicino c'era un meccanico in gamba, ma c'erano sei km. in salita, non ripida, ma pur sempre in salita. Pensammo a mille rimedi, ma il meccanico non sarebbe venuto giù, per cui alla fine decidemmo di spingerlo lassù. Trovammo il meccanico, ma i soldi che avevamo erano pochi per la riparazione. Infine ce l'aggiustò ugualmente, ma ci costò tutti i soldi, e quasi tutto il tabacco che avevamo. Ripartimmo entusiasti di arrivare alla nostra bella Italia, e dopo qualche giorno di cammino arrivammo al Brennero felici di rivedere i nostri paesi. Avevamo percorso circa 600 km., impiegando una decina di giorni. Molte altre avventure ci capitarono in quei giorni, ma ora non le ricordo più. Arrivati al Brennero, il comando militare italiano, dietro ordine degli americani, non ci lasciò oltrepassare i confini e ci rimandò a Innsbruck, dove formavano tradotte complete di rimpatriati per evitare che si rimpatriasse alla spicciola. Tornammo a malincuore in quella città, poiché oramai non avevamo più viveri, e là ci siamo fermati solo 24 ore ma senza mangiare. Eravamo tanti e ne arrivavano in continuazione ed era difficile anche per chi comandava organizzarsi un po. Nel nostro camion cera ancora benzina e tutti quelli che erano capaci lhanno provato. Fortunatamente, come dissi, non ci fermammo molto, quindi, convogliati in tradotte ci mandarono in Italia, a Bolzano. Il nostro entusiasmo era indescrivibile, solo frenato dalla fame. A Bolzano la Croce Rossa distribuiva panini, che nonostante fossero poca cosa, attenuarono un po quellappetito. In quel tempo in Italia le ferrovie erano per lo più rese inservibili, i ponti per il 90% resi inservibili dai bombardamenti o fatti saltare con le mine. Era impossibile proseguire per ferrovia. LOpera Pontificia delle diverse città si fece carico di far assoldare i camion esistenti per il trasporto di tutti quelli che dovevano raggiungere le loro case, rientrare nei loro paesi. Con questi camion arrivammo a Torino, seguendo strade riassestate alla meglio e a tratti abbastanza pericolose. Un comando tappa di partigiani ci diede da mangiare, ma la nostra fame era insaziabile. Da Torino si poteva proseguire in treno e quando già eravamo sul treno nella stazione di Torino, avendo io espresso il desiderio di avere un bicchiere del nostro vino, ma impossibilitato dalla mancanza di soldi, una signora fu felice di darmi il denaro per comprarmi una bottiglia, per la qual cosa vorrei ancora ringraziarla. A Torino ci separammo, io Astegiano e Bianco, e ognuno prese il mezzo che più gli serviva per arrivare al proprio paese. Sul treno verso Carmagnola dissi che avevo una sorella in quella città, dove gestiva una bottiglieria, che proprio non maspettava. Una signora e sua figlia conoscevano bene mia sorella , arrivati alla stazione la figlia inforcò la bicicletta e corse da mia sorella ad avvisarla del mio arrivo. Mia sorella Giacinta e mio cognato lasciarono ogni cosa e mi corsero incontro, felici di riabbracciami. Mi rassicurarono sulla salute dei miei genitori e dei miei familiari. Finalmente mi sfamai. Era il pomeriggio di martedì 19 giugno del 1945. Mi fermai quella sera ed il mercoledì fino a mezzogiorno, perché quel mattino essendo giorno di mercato a Carmagnola, mia sorella non poteva assentarsi. Verso sera partimmo in bicicletta, io e mia sorella, perché io avrei voluto arrivare a casa di sera verso notte perché nessuno mi vedesse. Arrivai ai Tetti sul far della notte, ma incontrai Elio Vegetabile che mi riconobbe e chiamò quelli dei Tetti Alti, che adesso sono spopolati, ma allora vi abitava una trentina di persone. Tutti scesero a salutarmi con grandi effusioni, infatti ero uno dei primi che arrivava dalla Germania. Accorsero mia zia Rosina, la cugina Liberina e prima che fossi a casa mia mi raggiunse mia zia Maria, mia madrina. A metà strada mi raggiunse anche mio fratello Giacomo, che aveva saputo che anchio ero per strada da Giovanni Castagnotto, rastrellato dai repubblichini e portato in Germania ed era tornato nello stesso giorno. Questultimo laveva saputo sul treno dalla sorella di mio cognato. Abbracciai mio fratello colle lacrime agli occhi e a braccetto proseguimmo verso casa. Mia mamma piangendo dalla commozione mi venne incontro per un centinaio di metri, ma mio papà non ne ebbe la forza e mi aspettò anche lui commosso alle lacrime, dietro casa. Non saprò mai descrivere quegli incontri. Le lacrime di gioia di mio papà e mia mamma non li dimenticherò mai e solo mi rimprovero di non aver saputo o potuto piangere anchio in quel momento. Da tanto tempo pregustavo quellincontro e la sera prima di addormentarmi avevo versato un mare di lacrime; ora ero quasi avaro di effusioni, benché in cuor mio piangessi quanto loro. Era la vigilia di San Luigi, il 20 giugno e i vicini della borgata si erano organizzati per portare gli auguri di buon onomastico al mio omonimo Luigi di Andrea, che quella sera non si sentì bene. Saputo del mio arrivo, si riversarono a casa mia, felici che i loro preparativi non fossero stati vani e fecero festa con me. Solo la famiglia Ellena non poteva prendere del tutto parte alla nostra gioia, perché il loro figlio Francesco non era ancora tornato dalla prigionia e sua mamma, poverina, mi disse più volte: Perché non hai portato con te anche il mio Francesco?. Ma non tardò ad arrivare anche lui. Il giorno dopo vennero a salutarmi tutti gli amici di Santa Maria; amici più fortunati, che seppure passarono momenti pericolosi a casa per i rastrellamenti, almeno scansarono la prigionia e non soffrirono la fame. La domenica successiva, mio papà invitò i parenti più intimi, ed ancora si festeggiò il mio ritorno e la fine di quella vita di difficoltà a volte insormontabili e di sacrifici spesso inumani. Vita che per me durò per me ben sessantaquattro mesi!
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