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La mia vita militare di Luigi Roggero CAP. VI - RITIRATA - Seconda parte In quel giorno, durante il nostro cammino,improvvisamente apparvero sul nostro orizzonte tre apparecchi russi. Arrivarono a metà colonna e cominciarono a mitragliare. Si diressero, sempre mitragliando, verso la testa della colonna, quindi si volsero indietro e percorsero tutta la colonna e, sempre mitragliando, tornarono in metà, da dove poi se ne andarono, lasciando sul terreno migliaia di morti. Passammo momenti indescrivibili, perché se avessero voluto, di noi non sarebbe rimasto nessuno: vestiti in grigioverde su quella bianca pianura, senza il minimo riparo, neppure un albero. Nel tentativo disperato di cercare un riparo, nascondevamo la testa sotto la slitta, oppure ci riparavamo sotto i buoi, senza pensare che, se colpiti, ci sarebbero caduti addosso. Moltissimi rimasero sul terreno colpiti da quelle mitraglie, lamentandosi e invocando aiuto. Ma nessuno più poteva soccorrerli, tanto eravamo mal ridotti e sfiniti anche noi. La nostra colonna, quindi, proseguì verso Nicolayewka. Già da lontano si sentiva il rombo dei cannoni e gli scoppi delle granate, perché in quella città già si combatteva con molta furia. Quando arrivammo ai margini della pianura, sul pendio che sovrastava la città, la battaglia infuriava terribilmente. I colpi dei mortai ci sbarravano il passo e tre di queste granate inquadrarono la nostra slitta, scoppiando ai due lati e dietro a non più di tre metri di distanza. Ma solo Carossino restò leggermente ferito, o meglio sfiorato ad un braccio. Attorno a noi però si fecero grandi vuoti tra i compagni che ci circondavano. La nostra salvezza la dobbiamo a quelli che in quel momento erano così compatti che ci fecero da scudo col loro corpo. In quel momento la nostra colonna si sparpagliò e anche noi cercammo di allontanarci un po', gettandoci a terra e lasciando soli i nostri buoi che, spaventati da quel frastuono, avevano rotto il giogo e se ne stavano tornando indietro. Intanto, nella città i nostri alpini stavano combattendo con un eroismo sovrumano. Sembrava l'inferno: le mitraglie cantavano ininterrottamente d tutti i lati, i cannoni e i mortai intercalavano coi loro boati il ritornello di quei parabellum e dei nostri fucili mitragliatori. Si combatteva casa per casa. Dalla pianura dietro noi, sparava la Katiuscia tedesca che, col suo sibilo e colla sua scia, ci dava brividi di paura. La battaglia durò fino a notte inoltrata. Quando diminuì un po' il pericolo, rincorremmo i buoi e, presili, gli riaggiustammo il giogo per poter ancora trainare la slitta. Finita la battaglia, quando i russi si allontanarono sparando gli ultimi loro colpì, scendemmo anche noi in città. Quella durissima battaglia l'avevano combattuta, più di tutti, la Tridentina e la Julia, già più volte provate sul fronte del Don e in altri combattimenti, e qualche resto della Cuneense, disperso come noi e scampato per caso alla funesta battaglia di Novo Gorlowka e all'agguato di Valuyki. Era notte fonda, ma alcune case in fiamme illuminavano di luce sinistra la città. Come nostro solito, fermammo i buoi all'entrata della città e, mentre due stettero di guardia, gli altri andarono per le vie in cerca di una casa dove ripararci dal freddo e dormire per quella notte. Andammo tutti assieme, perché temevamo qualche brutta sorpresa: qualche partigiano o militare russo ancora annidato tra quelle mura. Non trovammo nessuno vivo, ma tanti morti. Camminando per quelle strade semioscure, ogni tanto inciampammo in qualche corpo senza sapere se italiano,russo o tedesco. Trovammo finalmente una casa. Entrammo con cautela;
c'era un'unica camera in cui avremmo potuto ripararci, ma era occupata da cinque
o sei militari russi morti. Forse qualcuno li aveva sorpresi in quella camera
e uccisi ed aveva in seguito loro preso le armi, perché non avevano più
nulla. Solo il coraggio e l'insensibilità che, a poco a poco, si erano impadroniti di noi in quei giorni di massacri, ci davano la forza di fare certe cose. Erano momenti indescrivibili e quasi a volte non ci sembrava più di essere umani, di non avere più un cuore. Si cercava ancora di aiutare gli altri nella necessità, ma di fronte a quella catastrofe, di fronte a quella ritirata che non accennava a finire, ci pareva che non ci fosse più speranza di salvezza per nessuno, che tutto dovesse finire nel nulla, nella morte tra quella neve. Quella sera, se pur solo negli sprazzi di luce che arrivavano passando tra una casa e l'altra, ci si poteva rendere conto di quale immane tragedia fosse stata protagonista la città qualche ora prima. Alcuni alpini della sanità, armati di barelle, cercavano ancora di portare aiuti e raccogliere qualche ferito che invocava soccorso, trasportandolo almeno in qualche casa al riparo dal terribile freddo. I mattino dopo, girando per la città per avere qualche ordine o almeno qualche indizio su cosa si doveva fare o da che parte si doveva andare, radioscarpa diramava notizie dolorose e al tempo stesso raccapriccianti. Più nessuno si curava dei morti travolti ancora nelle strade da quei mezzi pesanti che inesorabilmente continuavano la loro corsa. Si sentiva dire che i feriti della battaglia e quelli giunti colle slitte della colonna, erano stati ricoverati in una grossa chiesa ortodossa senza possibilità di riscaldarli e di curarli in nessun modo. All'una di notte un capitano,non potendo più sopportare i loro lamenti e, vista l'impossibilità di trasportarli via, si diceva che, per non lasciarli soffrire fino alla morte, li avesse finiti con un colpo di pistola. Questo non l'ho visto, ma lo sentii raccontare da diversi soldati quel mattino. Ancora stento a crederci, eppure, per l'insistenza con cui lo sentii dire, l'ho voluto scrivere. Un fatto certo di cui, invece, posso testimoniare è di una grossa casa dove c'erano molti feriti che, forse nel tentativo di accendere qualcosa per scaldarsi un po', l'avevano incendiata e stava bruciando, con grida strazianti di chi si trovava dentro, senza che noi avessimo la minima possibilità di soccorrerli. Uscendo dalla città, trovammo gruppi di tedeschi che andavano avanti e tra di loro c'erano dei grossi cingolati. Su uno di questi trovai Apside Attilio del 1919, che era nella sanità insieme a Benotto Giuseppe. Lo salutai con entusiasmo e subito gli domandai dell'amico Giuseppe,che abitava proprio nella casa vicina alla mia, ed erano due fratelli (lui del 1920 e Pasquale del 1922), figli di una vedova e entrambi in Russia. Attilio mi spiegò che la sera prima, mentre si avvicinavano alla città, lui camminava proprio a fianco di Giuseppe, ma ad un tratto un colpo terribile lo stordì. Riavutosi dopo un po', si voltò verso l'amico, ma quello non c'era più. Lo cercò, lo chiamò, tornò indietro, ma tutto fu vano: era sparito. Forse quel colpo l'aveva colpito in pieno e di lui non rimase più nulla. Pensai al dolore di quella povera mamma con le lacrime agli occhi e le augurai che almeno Pasquale potesse tornare sano e salvo. Attilio, pur essendo stato stordito,non riportò la più piccola ferita. Il suo trattore ripartì e lui riuscì a rimanere sopra, e io lo ritrovai dopo parecchi giorni, con lui rientrai in Italia e con lui venni a casa in licenza. Da Nikolayewka, dove si combatté la battaglia più dura e forse la più decisiva, quella che forse aprì le porte alla nostra ritirata, ci dirigemmo verso nord-ovest, seguendo la valle dell'Oscol, camminando per diversi giorni, tutti più o meno uguali, da mattino a sera, senza mai poterci riposare, continuamente sferzati da un vento gelido e da un freddo insopportabile. Eravamo verso i primi di febbraio. Ricordo che una notte, mentre eravamo riusciti a ripararci al caldo di una casa e i buoi come al solito erano fuori vicino ad un pagliaio, un gruppo di tedeschi ce ne rubò uno. Al mattino, allarmati per il furto subito, ispezionammo tutto il paese, preoccupati perché con un solo bue non avremmo più potuto trainare la nostra slitta su cui c'era tutta la nostra roba, viveri e coperte. Dopo ore di ricerche lo trovammo, ma quelli non ce lo volevano restituire. Ad un certo punto, visto che colle buone maniere non otteneva nulla, il tenente Dolcini, innervositosi, sfoderò la rivoltella con decisione e quelli, dato che le cose si mettevano male, ce lo restituirono. Così potemmo proseguire il nostro viaggio, col grande miracoloso aiuto dei nostri buoi. Ci dirigemmo verso Sebekino, dove arrivammo alla sera del 2 febbraio. Qui c'era la ferrovia, ma già una parte del suo percorso era occupata dai russi. Finalmente il cinque febbraio arrivammo a Bielgorod e trovammo il comando tedesco che aveva organizzato un nuovo fronte. Eravamo finalmente fuori da quella tremenda e micidiale sacca. La speranza, da giorni quasi perduta, era risorta in noi. Se pur eravamo ancora esposti a tanti pericoli, per il continuo e incessante avanzare delle forze russe, non c'era più lo spauracchio di trovarci all'improvviso circondati e sopraffatti. Eravamo riusciti a sfuggirgli ed ora non dovevamo più lasciarci raggiungere. Eravamo stanchi, sfiniti, affamati; avevamo un gran bisogno di riposo. Il nostro tenente da qualche giorno era stato colpito da grave malessere e da una forte dissenteria. Non ce la faceva più. Da qualche giorno i miei compagni a turno lo aiutavano a braccetto a proseguire, oppure lo caricavano sulla slitta coprendolo con una decina di coperte. In quel momento rimpiansi la roba del tenente e mia che avevo abbandonato il 20 gennaio, roba che in quei giorni ci sarebbe stata di tanto aiuto. Anch'io da qualche giorno avevo un tremendo male ad un dito, l'indice della mano destra. Un giorno, verso la fine di gennaio, spuntò una macchiolina giallastra sotto l'unghia, e non tardò a farmi un male insopportabile. Un compagno una sera mi consigliò di metterci sopra una fetta di patata, che ebbe un effetto straordinario. Mi avviluppai quella fetta di patata sull'unghia, alla sera verso le otto, e al mattino verso le tre fui costretto ad alzarmi, sfasciarmi il dito e mettere la mano nell'acqua, tanto mi faceva male. Il dito era diventato bluastro ed era gonfiato almeno due volte il normale. Al mattino poi, l'unghia venne via come fosse del tutto staccata. Quel dito però mi fece male e continuò a fare materia per tutto il resto della ritirata, senza avere possibilità di medicarlo, ma solo disinfettandolo un po' qualche sera con acqua bollente salata. A Bielgorod la ferrovia funzionava ancora, e nella stazione c'era un treno in partenza, ma non caricava che feriti o congelati e non ci stavano tutti. Il tenente Dolcini fortunatamente riuscì a salire sopra. Io e un compagno cercammo inutilmente di salire e il tenente, che eravamo riusciti a salutare, ci consigliò di non fermarci ad aspettare altri treni, ma di proseguire a piedi il più presto possibile. Infatti quello fu l'ultimo treno che riuscì a passare, quello che partì qualche ora dopo fu bloccato dai russi. Camminammo diversi giorni con più tranquillità, benché il pericolo che i russi potessero raggiungerci con qualche puntata ci sovrastasse continuamente. Il freddo s'era un po' calmato, ma superava sempre i 25 gradi sottozero, arrivando sovente verso sera e durante la notte ai trenta e più gradi. Ormai camminavamo con più speranza, benché il nostro pensiero fosse costantemente rivolto a quei compagni che avevamo visto morire feriti o congelati, o a quelli che sapevamo finiti nelle mani dei russi come prigionieri. Ogni sera, quando entravamo in una casa, subito ci assaliva il timore e la paura di non riuscire più a rialzarci al mattino e partire coi nostri compagni, tanto ci sentivamo stanchi e coi piedi semicongelati. Un giorno trovammo in una casa, una gallina, superstite di chissà quali avventure, e un po' di farina. Alla sera facemmo cuocere la gallina e nel brodo impastammo la farina, tentando di fare il pane. Ma forse, a causa del forno non abbastanza caldo, non fu cotto bene noi, che da tempo non mangiavamo pane, lo trovammo gustoso, ma fu anche molto indigesto e tutti ne risentimmo gli effetti con un malessere che ci rese più deboli ancora, in quei momenti già tanto difficili. Camminammo senza sapere se un giorno avremmo potuto fermarci ancora, senza sapere quale sarebbe stato il nostro destino, o che cosa ci avrebbe riservato la sorte dopo quei giorni. Mentre camminavo un giorno mi sentii chiamare, guardai colui che mi chiamava e a stento riconobbi Oberto Francesco del Pozzo, figlio di Andrea, amicissimo di mio papà, e fratello di Paolo e Ercole, oggi purtroppo tutti morti. Ci facemmo un po' di compagnia, ci scambiammo le nostre impressioni e vicende, quindi lui tornò con i suoi compagni. Lo ritrovai nella contumacia a Dobbiaco e siamo poi venuti assieme a casa. Proseguendo sempre nel nostro viaggio, giorno dopo giorno, arrivati al 16 febbraio, trovammo lungo la strada che stavamo percorrendo, un reparto fermo, rifornito di tutti i suoi muli, della sua cucina e stavano distribuendo il rancio. Ci parve un sogno, perché di noi dal 17 gennaio nessuno più si curò, nè ebbe la possibilità di farci avere qualcosa. Chiesi che reparto era e mi risposero che erano della quarta colonna salmerie: " Allora c'è Grasso Silio " domandai a uno che era sulla strada. "Si - mi rispose - ma tu chi sei che mi chiedi di Grasso?" "Io sono di La Morra!" "Anch'io sono di La Morra!" "Io sono di S. Maria" "Anch'io sono di S. Maria" "Io sono Luigi Roggero, figlio di Battista" " E io sono Giuseppe Alessandria di Giulio". Ci siamo finalmente riconosciuti e abbracciati, anche se con grande difficoltà. " Silio è laggiù fra quel gruppo". Silio era il fratello di mia cognata Giuseppina ed era il mio migliore amico. Quando eravamo a casa, non passava domenica che non ci trovassimo per trascorrerla insieme cogli amici, ma più di tutto colle amiche dell'Annunziata. Corsi verso quel gruppo e lo chiamai. Lui mi rispose, ma non riuscivo a individuare quale fosse. Lo richiamai e lui mi rispose ancora, e di nuovo non riuscii a riconoscerlo. Lo chiamai la terza volta, e lui rispose:" Ma chi è che mi chiama?". Finalmente lo riconobbi dal suo gesto delle mani e dal suo modo di parlare, e presolo per un braccio, gli gridai:"Ma allora sei tu, Silio!". Mi riconobbe anche lui più dalla voce che dalla fisionomia e ci abbracciammo commossi quasi alle lacrime. Come avrei ancora potuto fare festa, quando fossi tornato a casa, se fosse mancato lui? Ci raccontammo le nostre tristi avventure, ma loro erano stati più fortunati di noi. Il loro reparto, trovandosi nei pressi di Rossosc, partì alcuni giorni prima di noi, giorni preziosi; cioè appena i russi giunsero a Rossosc, completando così la nostra sacca. Loro imboccarono la strada giusta e rimasero fuori dall'accerchiamento e camminarono sempre coi russi alle spalle e con giorni di distacco. Portarono con sé i viveri di scorta, poiché avevano ancora tutti i muli, coi quali trasportarono anche il loro equipaggiamento e tutti i giorni avevano avuto il rancio caldo. In confronto a noi, erano dei signori. Era pur sempre difficile riconoscerci, perché, oltre ai segni della stanchezza e delle sofferenze patite, eravamo ambedue nascosti sotto quei cappucci russi, che non ci lasciavano liberi se non gli occhi, il naso e la bocca. Ricordo che il suo cappuccio aveva il pelo bianco, mentre il mio aveva il pelo nero. Ci siamo fatti compagnia per i rimanenti giorni della ritirata, e ogni tanto camminavamo assieme, coprendoci la testa con una coperta per ripararci un po' dal freddo e due sigarette accese. Finché il 20 febbraio, alla sera, arrivammo a ..................... Qui c'era la ferrovia, ed era relativamente sicura. Perciò il mattino dopo, radunarono i resti della Cuneense, reduci della sacca. Non avevamo il coraggio di guardarci attorno, tanto eravamo pochi! Di tutte quelle tradotte partite ai primi di agosto dall'Italia, ora non ne tornava che una e incompleta! Ci fecero salire sul treno e così dovemmo abbandonare i nostri buoi nelle mani di quelli della quarta colonna salmerie, che ancora rimasero e camminarono per molti giorni ancora. Con quei buoi rimase un po' di noi stessi laggiù, perché essi facevano parte di noi e noi di loro, perché senza quelli avremmo fatto la fine dei nostri compagni e ben difficilmente ci saremmo salvati. Salutai Silio, Giuseppe Alessandria, che ancora restavano, e mi pare che, dopo 35 giorni, per la prima volta ci diedero sul treno una pagnotta per uno. Partimmo per Leopoli quel giorno stesso, ma nei vagoni tra la paglia, trovammo ospiti indesiderati, che ci tormentavano, dandoci poca possibilità di dormire per tutto quel tragitto. Ma arrivati a Leopoli, quegli inquilini se la videro brutta, perché come scendemmo dal treno,ci portarono in un grosso ospedale, dove ci fecero la disinfezione completa. Qui, spogliatici, appendemmo i nostri abiti a delle sbarra che andavano a finire nei forni. Fatta un'abbondante doccia, ci fecero asciugare a vapore, quindi andammo a prendere i nostri vestiti che, sempre appesi a quelle sbarre, erano tornati dai forni. In quel momento m'accorsi del cappuccio russo, forse non l'avevo appeso. Corsi a cercarlo, ma non lo trovai più. Quanto mi dispiacque! In questo ospedale, oltre il bagno, medicavano e visitavano chi ne avesse bisogno. Io mi presentai per il mio dito mal ridotto. Infatti, un'infermiera, fatto un nodo scorsoio con garza, tirò forte e delle due falangi esterne pareva che non fosse rimasto che le ossa e i nervi. Mi medicarono poi con una polvere bianca, e in pochi giorni mi guarì quasi del tutto. Finito questo, ci diedero da mangiare a volontà: una minestra spessa di spaghetti, pane, carne, tè, marmellata, burro, quasi tutto a volontà. Al trovarci di fronte a tutto quel ben di Dio, noi, che da tanto tempo avevamo una fame indescrivibile, ci sembrò inverosimile, e mangiammo tanto da sentirci, poi, la pancia scoppiare. Per mezz'ora fu un vero dramma. Passeggiavamo quasi inebetiti per i corridoi, senza sapere cosa fare. Finché uno ebbe l'idea di andare a prendere una gavetta di birra e in quattro la bevemmo. Dopo cinque minuti stavamo già meglio, perché quella ci aiutò a digerire. Se pur avevamo passato momenti difficili, eravamo però finalmente riusciti a toglierci la fame dopo quaranta giorni circa di dura astinenza, di cammino, fatiche e sofferenza, che non è facile descrivere. Verso il 25 febbraio ripartimmo per l'Italia. Non ricordo più con precisione quanti giorni durò il nostro viaggio, ma ricordo che attraversammo splendide campagne e meravigliose enormi pinete e toccammo magnifiche e grosse città, come Cracovia, Vienna, Linz, Salisburgo, e con tanta gioia arrivammo al Brennero. Eravamo tra i primi che tornavano in Italia. Ci applaudirono, ci fecero festa, ma per noi poco contava quell'accoglienza. Perché ben sapevamo che, per ognuno di noi che tornava, ne mancavano almeno nove se non dieci. Quindi, nove famiglie su dieci, avrebbero pianto, sperando ansiosamente ma invano che anche i loro figli si facessero vivi. Scendemmo a Fortezza e quindi ci portarono a Vipiteno, dove ci fecero un'altra disinfezione. Ci fecero fare la doccia, quindi ci cambiarono tutte le robe sopra e sotto ,e invece del cappello da alpini ci diedero una bustina da fanteria, che molto mal volentieri abbiamo vestito. A chi voleva, fecero una fotografia vestito da russo,e inoltre ci scattarono la fotografia di tutto il nostro gruppo, reduce da tante avventure. In questa foto, però,mancano il tenente Dolcini, che era rientrato col treno da Bielgorod, e Carossino Armando che era andato all'ospedale, ma non so più quando e da dove. Il giorno dopo ci portarono a Dobbiaco, per farci passare quindici giorni di contumacia. Dobbiaco era ed un bellissimo paese di montagna, oggi molto conosciuto come meta turistica. Ci ospitarono in una caserma nuova e molto pulita. Ci assegnarono brande e lenzuola. Ma tutto questo, se pur confortevole, non poteva non farci pensare ad altro, a quello che avevamo passato, ai nostri compagni morti e dispersi. Eravamo denutriti, sfiniti, perché per oltre trentacinque giorni, nessuno aveva più pensato a noi e se eravamo sopravvissuti, era perché ci eravamo arrangiati in tutti i modi, mangiando qualunque cosa ci fosse capitato, sfruttando ogni risorsa della nostra umana resistenza. Ma adesso almeno avevamo bisogno di qualcosa di sostanzioso e di abbondante. In quella caserma, invece, ci facevano morire di fame. Non credo che la roba mancasse o non potesse arrivare; le spettanze penso fossero ovunque uguali, e a quelli che sono stati in contumacia a Treviso e dintorni, hanno dato molto di più, con ogni genere di viveri di conforto. Per noi, invece, non c'era altro che carne e brodo con due pagnottelle, che al solo vederle erano già sparite, tanta era la fame. Non so a chi darne la colpa, ma qualcuno ne sapeva qualcosa, a partire dal prefetto di Bolzano che, in una sua visita, vedendoci così mal ridotti, ci fece distribuire con grande magnanimità una pagnotta e due mele per uno. Un maggiore, che non so come si chiamasse, comandava la caserma, e mi vergognerei di dire che fosse piemontese, se con certezza sapessi che fosse arrivato tanto in basso, da approfittare di noi, reduci di tante sofferenze. Non avevamo soldi, perché avevamo perso tutto, ma nemmeno avremmo avuto occasione di comperare qualcosa, poiché eravamo chiusi nella caserma, col divieto di avvicinare qualunque borghese, come se fossimo colpiti da chissà quale malattia infettiva. C'era uno spaccio in caserma, ma non aveva altro che mele e vino, e nemmeno questo potevamo comprare,perché non avevamo soldi. Un giorno finalmente ci diedero la deca e noi, nell'ansia di prendere quei soldi per andarci a comprare un kg. di mele e mezzo litro di vino per ingannare la fame, non stavamo fermi in fila. Allora un maresciallo degli alpini, reduce anche lui dalla Russia, perché l'avevano portato via i suoi alpini usandogli una compassione che certo non si meritava, ci gridò questa bestemmia, che ci ferì profondamente, inchiodandoci al suolo, incapaci di reagire: " State fermi, traditori!". Mi tremano le mani nello scriverlo e ancor oggi questa parola mi risuona agli orecchi, e sovente, quando ci penso a fondo, mi viene da piangere di rabbia e mi vergogno che un alpino abbia avuto la spudoratezza di dire quelle parole, in quelle circostanze, nelle condizioni in cui eravamo, dopo tutti i disagi e le sofferenze da noi subite in quei lunghi giorni. Eravamo tanto distrutti e sfiniti, che un giorno in cui ci vollero portare a passeggio, fatti un centinaio di metri, ci sedemmo stremati lungo la strada e quindi tornammo in caserma. Ma anche questi giorni passarono e il 16 marzo 1943, al mattino, ci portarono al treno che partì finalmente verso il nostro amato Piemonte, verso la nostra casa tanto sognata. L'ansia e la gioia di riabbracciare i nostri cari era incontenibile, pur se attenuata dal pensiero dell'immenso dolore che avremmo suscitato in tanti genitori, che avrebbero invano atteso il ritorno dei loro figli. A Dobbiaco, in contumacia, eravamo in tre di La Morra: io, Apside Attilio e Oberto Francesco, e tutti e tre siamo venuti a casa assieme. A Bra, scesi dal treno, ci recammo a prendere la corriera per La Morra, e a stento salimmo sopra, ma ancora c'erano donne che dovevano salire. Allora Minot Grisotto, uno dei conducenti della corriera, ci disse: "Per voi militari andare a casa mezz'ora prima o dopo lo stesso, perciò, se non vi dispiace, lasciate il posto a queste donne, che ancora debbono andare a preparare la cena". Allora scendemmo ad aspettare la seconda corriera, che sarebbe partita mezz'ora dopo. Mentre aspettavamo si avvicinò Minot che, saputo del nostro arrivo dalla Russia, si scusò di averci fatto scendere, dicendo che se l'avesse saputo avrebbe fatto scendere tutti gli altri, ma non noi. Ma fu meglio così, perché saliti sulla seconda corriera, quando si seppe la nostra provenienza, quei pochi che c'erano ci attorniarono piangendo e domandandoci notizie dei loro figli e fratelli. Ma noi non potevamo dire nulla, di nessuno in particolare. Scendemmo a La Morra e ognuno di noi tre prese la sua strada per andare a casa. Ricordo che avrei voluto volare, ma le mie gambe erano talmente stanche che dovetti fermarmi più volte per quel sentiero. Abitavo allora ai Roggeri e la mia casa aveva per ogni camera due finestre, una davanti e una di dietro. La cucina,che era in testa alla casa, aveva una porta e una finestra sia davanti che di dietro, dove a pochi metri passava la strada. Arrivai dietro la casa e mi fermai commosso a guardare dalla finestra, senza essere visto. Mia mamma e mia cognata Giuseppina stavano preparando il tavolo per la cena e c'era anche mia sorella Giacinta, che si era sposata a Carmagnola, mentre ero in Russia. Bussai, e mia mamma corse ad aprirmi e mi abbracciò piangendo, e tutti piansero abbracciandomi. Mi fecero sedere e mia mamma sospirò, guardandomi: "Come sei dimagrito!". Arrivarono anche mio papà e mio fratello e quella sera per la mia famiglia fu una grande festa. Ma non uscii di casa per non farmi vedere dalla vedova Benotto, che ancor nulla sapeva dei suoi due figli, entrambi in Russia. Neanche Silio, fratello di mia cognata, s'era fatto vivo; ed io ero molto preoccupato perché non volevo dire quello che radioscarpa aveva diffuso dopo la nostra partenza da Ronvei, e cioè che, dopo due giorni, quelli fossero stati raggiunti dai Russi e fatti prigionieri. Ma, dopo qualche giorno dal mio arrivo, anche Silio e Pasquale, scrissero che erano rientrati in Italia e stavano in contumacia. Pasquale Benotto era del 1922 ed era venuto in Russia coi complementi del 2° alpini. In un primo momento la loro tradotta fu la prima, ma poi si guastò e gli passò davanti la tradotta dei complementi del 1° alpini ,che arrivò a Rossosc insieme ai russi e fu da questi annientata. La tradotta del 2° alpini, accortasi in tempo del pericolo, fece marcia indietro e si salvarono tutti. Io ero arrivato a casa la sera del 17 marzo e il 19,giorno di S. Giuseppe, benché non troppo in forma, volli andare a La Morra a messa. Ma non riuscii ad arrivare oltre la piazza dell'ala, perché tutto il paese già sapeva del nostro arrivo e tanta gente ci aspettava in quella piazza, per domandarci cosa era successo e se potevamo dargli notizie dei loro familiari. Non volevo parlare dell'immane tragedia di quel fronte lontano, e nemmeno potevo dire qualcosa di certo di nessuno. Insoddisfatti, mi giudicarono male e tanti pensarono e lo dissero apertamente, e ne fui contento, specie in quel frangente, che i loro figli o fratelli, più svegli di me, sarebbero senz'altro tornati. Glielo augurai di cuore. Ci tolse da quella scomoda situazione il dottor Arnaldi, medico condotto, che invitò me e Apside Attilio a casa sua per un aperitivo, facendoci poi raccontare le nostre avventure. Ebbi un mese di licenza, e nei primi quindici giorni non ho fatto nulla, non ne avrei avuto la forza. Ma ci pensò mia mamma a farmi riacquistare l'energia. Infatti, per tre volte al giorno mi fece le tagliatelle e mio papà mi procurò il vino migliore. Presto mi ripresi e ricominciai così ad aiutare la mia famiglia in campagna. In quei giorni pensai di andare a Cuneo a salutare i signori Fantino, che mi volevano molto bene, e nello stesso tempo cerca di incontrar una ragazza che mi aveva dato il suo indirizzo alla mia partenza per la Russia. Scriveva molto bene e tenne con me una piacevole corrispondenza per tutto il tempo della mia permanenza in Russia. Le avevo scritto, ma all'appuntamento trovai la sorella, che mi raccontò della morte per appendicite a soli 18 anni della mia corrispondente, avvenuta ormai da un mese, nei giorni della ritirata. Andai a trovare la sua famiglia e la mamma disperata mi abbracciò, assicurandomi che sua figlia offerse più volte la vita per la mia. Commosso ringraziai quella brava gente, promettendo loro di tornare a fargli visita e tenni con me per lungo tempo la foto che la mamma mi diede. Ma un mese passò in fretta e dovetti rientrare al mio corpo, dove mi assegnarono al magazzino. La disciplina, specie per noi reduci, era poca, e quasi tutte le domeniche scappavo a casa. Quelle scappatelle però mi costavano vere maratone, poiché per venire a casa, dovevo prendere la corriera fino a Narzole e la rimanente strada dovevo farla a piedi. Al ritorno partivo alle 3,30 - 4 del mattino da casa, per recarmi a piedi a Narzole per prendere la corriera delle 6,30. Mia mamma era tanto preoccupata per questi viaggi mattutini, a volte sotto la pioggia, che finì per dirmi: "Per venire a casa così, per favore non venire più! Mi fai stare troppo male." Dopo un mese circa, rientrò anche il tenente Dolcini. Ci salutammo con un forte abbraccio, parlammo del passato e ci ritrovammo con Conta, Gatti, Carossino e Ghersi. Fu una grande festa, ma ancora una volta però eravamo militari! Il tenente Dolcini mi chiese in seguito se ancora volevo tornare a fargli l'attendente e io feci un grande errore. In quel tempo, c'era una dura crisi e fuori dalla caserma si trovava ben poco, mentre invece in magazzino avevo la possibilità di avere pane a volontà, anche se una volta, per averne dato un po' a qualche amico, mi trovai a dover rispondere di diverse razioni che mancavano. Per questo dissi al tenente che sarei rimasto volentieri in quel magazzino: quella decisione mi costò ventidue mesi di prigionia in Germania, ma più di tutto rimpiansi di aver lasciato quel tenente a cui tanto dovevo, e che fu per la nostra squadra, l'ancora di salvezza e la guida, in quella terribile ritirata della Russia. Mi restituì l'orologio da taschino, che gli avevo imprestato in quei duri giorni, orologio che mi aveva portato mio fratello, quando si era sposato nel 1937. Io gli restituii il suo zaino, che avevo portato a casa mia. In quei giorni uscivamo a volte fino a tarda sera, anche senza permesso e una sera andai con una ragazza in bicicletta nei pressi di Busca, a comperare delle uova, che poi lei commerciava a borsa nera. Al ritorno aveva dato anche a me una borsa contenente diverse dozzine di uova. Era notte, una ruota della bicicletta era bucata, in lontananza si stava formando un temporale. Pedalavo il più possibile, ma a un tratto vidi al chiaro di un lampo sulla strada un grosso cane che pareva volesse avventarsi contro di me. D'istinto diedi quella borsa sulla testa della bestia, che se ne andò. Non dissi nulla, ma dopo quattro giorni, quando rividi la ragazza, si lamentò che non aveva ancora finito di togliere uova dalla borsa. Quella sera, arrivato in caserma trovai la porta carraia aperta, e un continuo viavai nel cortile. Era il 25 luglio 1943. Passai inosservato e spaventato in cortile e salì in fretta le scale per andare a dormire. Mi ero appena messo a letto, quando bussarono alla porta. Scesi, aprii e assegnai armi e munizioni a diversi gruppi, che andarono di pattuglia per la città. Seppi così che Mussolini era stato deposto. La fine della guerra sembrava ormai prossima, ma non era così. Infatti, dopo pochi giorni, il Duce,appoggiato dai tedeschi, formò la repubblica di Salò. Intanto aumentavano sempre di più i contrasti tra Italia e Germania e in Italia si studiava il modo di liberarsi di Mussolini, divenuto ormai lo zimbello dei tedeschi, e per questo verso la metà di agosto arrivò l'ordine di spostare l'intera divisione nel Veneto. La Cuneense si sistemò nei dintorni di Bolzano, e noi del comando reggimento d'artiglieria alpina, ci sistemammo ad Appiano, piccolo paese a 10 km. circa da Bolzano. Il nostro reparto si sistemò in un grosso salone al 1° piano, mentre io sistemai il magazzino nello scantinato di un magazzino da frutta, sito vicino alla stazione. Qui passava una ferrovia, con un trenino che collegava Bolzano al passo della Mendola, dove si erano sistemati diversi reparti di alpini. Nel nostro paese si fermò pure ad una cinquantina di metri da noi, il comando di divisione nello stesso edificio del comando reggimento; attorno a noi, si erano anche acquartierati tre reparti di tedeschi. Gli abitanti di queste zone erano per lo più di origine austriaca e malvolentieri sopportavano il governo italiano. L'astio tra gli abitanti di origine italiana e gli altri chiamati "crucchi" era profondo. Questo sentimento si manifestava anche verso di noi, perché quando si andava in un'osteria per mangiare qualcosa, per noi non c'era mai niente, mentre per i tedeschi c'era sempre di tutto. Tale differenza di trattamento causava spesso liti e pugni a non finire tra gli italiani e quei crucchi. Verso la fine d'agosto cominciava a maturare l'uva e sovente i proprietari dei vigneti venivano a lamentarsi perché i militari italiani andavano a rubarla. In quei giorni non si faceva nulla, ma nell'aria qualcosa di grave stava maturando. Tutti sentivamo l'approssimarsi di un incubo,e già studiavamo l'itinerario che avremmo dovuto seguire per raggiungere il nostro Piemonte a piedi, senza però presumere nè il come nè il quando. Ma arrivò anche quel giorno, per molti straordinario e da tanto atteso, per altri quanto mai triste e nefasto. Arrivò l'8 settembre del 1943. In quel giorno arrivò nel mio magazzino da Cuneo, un'infinità di roba nuova: radio, eliografi, goniometri, selle da cavallo e mille altre cose. Sembrava che avessero mandato il tutto per meglio regalarlo ai tedeschi. Alla sera, alle 20 quando fu diramato il giornale radio, si sentì la voce del generale Badoglio che annunciava l'armistizio cogli alleati, ordinando di rispondere a qualunque attacco da qualunque parte arrivasse. L'entusiasmo generale sfociò in un urlo unanime: "Era finita la guerra!". Però quest'entusiasmo durò poco, perché la situazione che si creò in quel momento non lasciava intravedere nulla di buono, e non si sapeva cosa potesse riservarci l'avvenire. Ricordo che io quella sera avrei dovuto andare al passo della Mendola, per portare un pacco a Silio Grasso, portatomi da Baldo Demagistris di ritorno da una licenza. Domandai il permesso al tenente comandante del reparto, che me lo rimandò al giorno dopo. Se me l'avesse concesso quella sera, avrei forse scansato la prigionia, come l'hanno scansata Silio e tutti o quasi quelli che si trovavano nei pressi del passo della Mendola. Forse sarei riuscito a evitarla se almeno avessi ascoltato Ornato Pasquale, che, avuto sentore del pericolo, era venuto da me e mi aveva più volte invitato a scappare quella sera stessa. Ma erano ormai le nove e più, era scuro e mi pare che ci fosse anche un mezzo temporale, non si conosceva il posto, nè le strade, e in più in quel giorno mi era arrivata tanta roba in magazzino, e proprio non si sapeva cosa potesse capitare. Il tenente, che era una bravissima persona, interrogato sul da farsi, ci disse: "Aspettiamo domani mattina, e poi vedremo". Se avessi dato retta a Pasquale e mi fossi allontanato anche solo di 100 metri da quella casa, forse sarebbe bastato. Ma ormai tutto è passato, ed è inutile rimpiangere.
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