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La mia vita militare

di Luigi Roggero

CAP. VI - RITIRATA - Prima parte

Con tutta fretta facemmo lo zaino, mettendoci dentro tutto quello che non ero riuscito a mettermi addosso. Ricordo che calzai tre paia di calze di lana che mi aveva fatte e mandate la mia povera mamma; due paia di mutande, due maglie sotto, due fasce ventriere, la camicia, i pantaloni di panno, il maglione, la giacca, il pastrano a pelo e la mantellina.

Una tra le tante fortune che ho avuto io, fu quella di calzare un paio di scarpe quasi due numeri più grosse del mio piede. E in testa un cappello russo fattomi da quelle brave donne qualche giorno prima della nostra partenza. Era di pelle di agnello nero; mi scendeva fino al collo e non lasciava scoperti che gli occhi,il naso e la bocca. Sopra era tutto trapuntato e con quello si poteva sfidare qualsiasi freddo.

Sequestrammo i buoi da lavoro, colle slitte del paese. Noi della casa dei telefonisti col ten. Dolcini ci assicurammo una coppia di buoi con una slitta. Vi caricammo i nostri zaini e coperte, più le casse dei goniometri, radio e eliografi, inoltre io caricai parte della roba di prima necessità del tenente. Il resto lo caricammo su di un camion che non abbiamo mai più visto.

Alle due pomeridiane partimmo per la ritirata più terribile, e più disastrosa di tutta la guerra e di tutti i tempi. Non so come descrivere quella colonna che, partita da Solonzy si dirigeva verso Annowka, ove convergevano tante altre colonne, tutte ugualmente disperate, senza alcuna completa visione di quanto stava per accadere, fino a quando sarebbe durata quella tragedia, cosa sarebbe rimasto alla fine, se pure un giorno ci sarebbe stata una fine, e quanti di noi saremmo sopravvissuti.

Tutti questi interrogativi si ammassavano sul nostro orizzonte in un enigma incomprensibile. Viaggiammo quasi in silenzio e si sentiva solo incitare con parole o con il bastone quei buoi a camminare: anche loro dovevano in quel giorno cambiare come noi il loro modo di vivere e adattarsi anche loro alle tristi esigenze di quella tremenda ritirata.

Camminammo fino a sera verso le cinque. Già era notte, poiché laggiù alle cinque del mattino era pieno giorno, ma nel pomeriggio alle tre già cominciava a farsi notte.

Cercammo per il paese un riparo, e alla fine trovammo una grossa scuderia vuota con un po' di paglia che fu presto piena zeppa di altri soldati.

Nel girovagare per quella ricerca il freddo s'impadronì dei miei piedi, e quando riuscii a togliermi le scarpe, un paio di calze mi si sfilò dai piedi, attaccate agli scarponi dal ghiaccio.

Ci raggomitolammo alla meglio in quella fredda scuderia e passammo la notte. Prima di fermarci, quella sera, avevo cercato l'amico Voerzio Domenico, furiere del comando di divisione. Ma seppi ben presto che lui e gli impiegati del comando erano già partiti fin dal mattino con autouffici.

La notte passò presto e al mattino, dopo esserci radunati fuori dal paese, partimmo per Popowka. Le compagnie degli alpini e le nostre batterie d'artiglieria si erano a poco a poco sganciate dal fronte ed avevano anche loro intrapreso il ripiegamento.

Ma i russi, che se n'erano accorti, li martellavano coll'artiglieria e li inseguivano senza sosta. E questi colpi si sentivano sempre più vicini.

La distanza tra Annowka e Popowka non era molta, infatti arrivammo che era ancor giorno. Per la strada trovammo quantitativi enormi di viveri e generi di conforto abbandonati, tutta roba che faceva parte dei magazzini della sussistenza. Purtroppo c'erano anche grosse quantità di cognac e di anice e quegli uomini disperati dal freddo, cominciarono a bere coll'illusione di riscaldarsi un po' e, senza accorgersene, molti si ubriacarono, firmando così la loro fine.

Anche noi, visto tanto ben di Dio, fummo quasi tentati di fare lo stesso, se il nostro bravo tenente Dolcini non ci avesse tenuto a bada, consigliandoci e consentendoci di prendere solo quello che più ci sarebbe stato utile.

Infatti caricammo sulla slitta un quintale di zucchero, che fu poi la nostra fortuna; per diversi giorni non mangiammo che neve e zucchero, poiché dalla nostra partenza nessuno più ebbe nè rancio nè viveri di sorta fin verso il 3 febbraio, a Sebechino, quando uscimmo dalla sacca.

Caricammo anche una forma di formaggio che poi, risalendo un pendio ci sfuggì, rotolando giù per la discesa, e che non recuperammo più. Il tenente prese anche una bottiglia di cognac e in seguito ogni tanto ci permetteva di berne qualche sorso.

La notte e il resto della giornata passata in quel paese, fu un continuo alternarsi di allarmi e di incubi terribili.

I colpi dei russi si avvicinavano sempre più e tutti con tanta ansia aspettavano un ordine che non arrivava mai.

Eravamo stanchi, ma nessuno cercò di riposarsi e neanche di entrare in qualche casa per ripararsi da quel terribile freddo, nel timore di essere sorpreso da un momento all'altro dall'arrivo dei russi. Alle undici di sera arrivò l'ordine di partenza per dirigersi verso Novo Postojalewka.

Quella fu una delle notti più terribili. Il freddo aumentava di ora in ora, di giorno in giorno, fino ad arrivare sui quaranta gradi sottozero, il vento sollevava un'insopportabile, continua bufera.

Da tutte le parti sembrava arrivassero colonne dei nostri alpini, per dirigersi in un solo punto, quel punto fatale, di morte per tanti nostri compagni.

Si camminava in silenzio, solo si sentiva ogni tanto le grida d'incitamento dei conducenti verso quelle bestie, e anche loro stentavano a proseguire. Dal punto verso cui camminavamo, partivano pallottole traccianti di tutti i colori, che sembrava segnassero lo snodarsi delle nostre colonne e ci invitassero a seguire quella strada. Qui infatti i russi ci stavano preparando una trappola mortale.

Verso il mattino arrivammo ai piedi di una collina completamente rivestita di alberi. Qui trovammo il battaglione Borgo San Dalmazzo fermo ai confini tra la pianura e la collina.

Eravamo nei pressi di Novo Postolajewka; era di primo mattino e il freddo ci pesava come una coltre intollerabile, sembrava che ci inchiodasse a quella pianura.

Vidi una casupola in quei paraggi ed entrai con qualche compagno per scaldarmi un po', ma non mi fermai che qualche minuto per non perdere il mio reparto che stava allontanandosi.

Uscito da quell'isba dovetti correre per raggiungere i miei compagni e, attraversando il battaglione Borgo, domandavo a tutti di un cugino che era conducente di quel battaglione, Alessandria Lorenzo, e tutti mi rispondevano: e qua, là. Ma la fretta e la preoccupazione di non riuscire a raggiungere il mio reparto, non mi permise di fermarmi e così quel cugino non lo rividi mai più.

Seppi in seguito che era morto con il suo mulo, colpiti dalla stessa pallottola.

Raggiunsi i miei compagni e con loro mi fermai nel centro di quel boschetto dove c'era, ferma, tutta la Cuneense, appostata per respingere gli attacchi dei russi che con carri armati e fanteria ci avevano completamente accerchiati e si stavano preparando a darci il colpo finale.

Per tutto il giorno fu un inferno continuo. I carri armati e la fanteria nemica non ci davano tregua e, martellandoci continuamente e inesorabilmente, chiudevano sempre più quella morsa di ferro e di morte.

Ormai pareva che non ci fosse più via di scampo. La battaglia infuriò per tutto il giorno, col ripetersi di continui assalti dei russi. I nostri alpini, sorretti dal coraggio della disperazione e dal loro orgoglio, lottarono da veri grandi eroi, stretti in quel cerchio di ferro, nel disperato tentativo di cercare una strada e aprirsi un varco per sfuggire a quell'inferno.

Sopraffatti da forze preponderanti e da quel freddo assassino, furono annientati. In quella battaglia perirono intere compagnie. Le batterie d'artiglieria del gruppo Mondovì sparavano a zero contro quegli enormi mostri d'acciaio che, inesorabili, continuavano la loro corsa fino a travolgere i nostri cannoni insieme ai loro serventi.

Noi restammo per tutto il giorno fra gli alberi in preda a quel freddo terribile, saltellando e battendo gli scarponi (chi ancora li aveva) l'uno contro l'altro, colla triste preoccupazione che da un momento all'altro arrivasse anche per noi il colpo mortale.

In mezzo a quel bosco c'era un'unica casetta che fu presto completamente occupata dai feriti.

Per sopra le due camere del pianoterra, il soffitto era aperto. Per togliermi un po' dal freddo e dalla neve, salii sopra, dove mi raggiunsero altri tre o quattro compagni, e qui, rompendo piccoli rami, accendemmo un po' di fuoco e ci sedemmo attorno.

Nonostante quel freddo inumano, m'addormentai, ma non per tanto, perché di colpo fui svegliato da grida e ingiurie. Infatti, quel fuocherello acceso sul solaio, aveva roso quel sottile strato che formava il soffitto, che era caduto sui feriti di sotto che, imprecando si lamentarono coi loro ufficiali medici, che ci fecero scendere da quel rifugio.

Continuammo a saltellare tra quegli alberi per vincere il freddo insopportabile, mentre il cerchio si stringeva sempre più.

I colpi dei mortai, dei cannoni e dei carri armati piovevano attorno a noi ovunque. La nostra situazione era ormai disperata, e non s'intravedeva più via di scampo. La nostra fine sembrava ormai segnata.

Il gen. Battisti allora chiamò a sé quei pochi ufficiali, tra cui il capitano Scognamiglio, comandante del nostro reparto, il ten. Dolcini, il ten. Zan ed altri e quei militari che più gli erano vicini e gli disse: "Ragazzi,è finita! Salviamo la bandiera!".

Quelle parole ci giunsero al cuore più gelide dell'aria che si respirava e un nodo terribile pareva volerci soffocare.

Gli addetti, due alpini e un art. alpino, il ten. Zan, tolsero dalle federe le rispettive bandiere e le porsero al generale che le baciò mentre due grosse lacrime gli solcavano il viso.

Quindi le porse agli ufficiali e poi a noi militari, e tutti le baciammo, ma nessuno seppe trattenere le lacrime perché quello, in quel momento, era l'ultimo saluto che noi davamo alla nostra bella Italia.

Le bandiere tornarono nelle mani del generale, che le gettò tra le fiamme. E mentre bruciavano, ci disse: "Ragazzi, se qualcuno di voi avrà la fortuna di tornare in Italia sia testimone di questo nostro sacrificio!".

Di quegli ufficiali solo il ten. Dolcini, che tornò con noi, e il gen. Battisti, che tornò dopo la prigionia, si salvarono e forse anche il ten. Zan.

In quel bosco trovai Brandino Enrico, dei Brandini di La Morra, che aveva perso i suoi compagni ed era sfinito: solo, senza mangiare, coi piedi semicongelati. Lo invitai a venire con noi e gli diedi anche un po' di zucchero. Rimase tutto quel giorno con noi, colla mia squadra, ma il giorno dopo non lo rividi più, per sempre, perché dalla Russia non è più tornato.

Verso sera un ufficiale alpino, che non conoscevo, passò tra di noi e ci diede ordine di abbandonare ogni cosa: bestie, slitte e di mettere nello zaino lo stretto indispensabile.

In quell'occasione commisi un grave errore, perché seguendo gli ordini di quell'ufficiale, abbandonai tanta roba mia e del tenente, roba che in seguito ci sarebbe stata preziosa.

Quando arrivò il tenente Dolcini non mi rimproverò, ma mi fece capire il suo disappunto, ordinandoci di non abbandonare nulla, nè buoi, nè slitta, o altro, finché non fossimo stati costretti dalla situazione.

Intanto si era diffuso l'ordine di tenerci pronti, perché a notte inoltrata avremmo tentato di sfuggire a quella morsa, passando dalla parte dove la sorveglianza era più debole perché c'era un pendio quasi impraticabile.

Verso le nove di sera arrivò l'ordine di partenza e tentammo il tutto per tutto, avventurandoci per quella discesa ripidissima con i nostri buoi. E' impossibile descrivere gli avvenimenti di quella notte. Quei buoi, guidati dal bravo nostro compagno Olivero, come si sentirono spinti nella discesa, si sedettero sulla neve e, come tutti noi, scivolarono fino in fondo, senza il minimo tentennamento o la minima mossa.

Arrivati al fondo, cercammo di allontanarci colla massima velocità permessaci da quella strada, a tratti quasi pulita, a tratti con 60-70 cm. e anche più di neve, con una tormenta continua, che a volte impediva anche alle bestie di proseguire.

In quel paese, a Novo Postojalowka, in quel boschetto, è stata quasi annientata la nostra divisione Cuneense. Lì furono sacrificati, come risulta dalla relazione ufficiale, i 4/5 delle forze di cui disponeva: quattro compagnie d'alpini, una compagnia di fanteria, un gruppo d'artiglieria alpina con i 75/13 e una batteria con i 105/11.

Viaggiammo tutta la notte attraverso paesi in fiamme ed era la seconda notte che passavamo senza poterci fermare in una casa un po' al riparo, senza poterci fermare e riposare una sola ora.

Camminammo anche tutto il terzo giorno senza sosta, senza viveri, senza meta, senza speranza. Molti compagni scampati come noi a quel massacro si trascinavano avanti coi piedi congelati avvolti in pezzi di coperta.

Si trascinavano avanti, spinti dal coraggio della disperazione, perché non volevano rimanere indietro a morire da soli su quella neve Ma ogni tanto qualcuno, esausto, sfinito, assiderato dal freddo, disperato si abbandonava su quel manto bianco di quella pianura sconfinata.

Voltandoci indietro, nel vedere quei corpi in grigio-verde, sparsi su quella bianca neve, si aveva quasi l'impressione di vedere un immenso campo di grano appena mietuto,con tutti i suoi covoni sparsi qua e là.

In quei giorni molti avevano ancora slitte trainate da buoi e muli, e fino a quando era umanamente possibile, si caricavano congelati e feriti, che spesso, anche così, finivano la loro vita per il freddo.

Con uno sforzo sovrumano, si camminò fino a sera, finché vedemmo in lontananza un grosso paese, capace di ospitarci tutti o quasi, e quando già i primi della colonna stavano per entrare in quelle case, un gruppo di partigiani li costrinse a fermarsi.

Qui, nonostante la vicinanza di quelle case che sarebbero state la nostra salvezza, molti nostri compagni non ce la fecero più e, nonostante gli incitamenti dei nostri ufficiali e compagni, si sedettero, l'uno accanto all'altro, l'uno contro l'altro, come per scaldarsi a vicenda, come per meglio dividere la loro sorte, su quella neve che li accolse come il bianco lenzuolo di un'immensa bara.

Dopo pochi minuti, quando la colonna ripartì, tentammo di scuotere quei compagni perché anche loro riprendessero il cammino, ma nessuno più si mosse, e noi passammo tra quei compagni che, seduti sulla neve, colla testa appoggiata sulle braccia sorrette dalle ginocchia inarcate, ci fecero ala per un lungo tratto del nostro cammino.

Passando tra quei compagni il tenente Dolcini riconobbe il sergente maggiore Ghersi Francesco di Sanfrè, che comandava il gruppo dei guardialinee quando eravamo a Solonzy, e adesso era seduto anche lui lungo la nostra strada.

Lo scosse, ma quello più non si muoveva e appena alzò la testa.

Allora il tenente e qualcuno di noi lo prendemmo a braccetto e lo trascinammo avanti per un bel po', finché raggiungemmo la slitta e, con una corda, lo legammo ad essa a metà vita, costringendolo a camminare se pur senza tanta fatica perché tirato dai buoi, in modo che il sangue riprendesse a circolare.

Alla sera, in una casa che fortunatamente trovammo e dove finalmente, dopo tre giorni e due notti di marcia continua, potemmo riposare una notte intera, gli facemmo dei massaggi, rimettendolo in forza.

In seguito però seppe ben ricompensarci di questo aiuto e se ci siamo salvati è perché nessuno di noi ha mai lesinato ogni possibile aiuto ai suoi compagni: ci salvammo, se così si può dire, l'uno con l'altro, poiché da soli non c'era via di scampo.

In quei pochi momenti in cui la colonna restò ferma, mi sentivo abbastanza in forza e, saltellando sulla neve per non lasciarmi vincere dal freddo, vidi un alpino di guardia, sfinito, assiderato, disperato, che si era lasciato cadere bocconi sulla neve.

Mi avvicinai, lo scossi e gli dissi:" Cosa fai? Adesso che hai quasi i piedi in Italia, vuoi morire qui?". Quello,alzando appena la testa, colle lacrime agli occhi, mi rispose: "No, io in Italia non ci torno più, sono sfinito, lasciami morire!". "Alzati - gli ripetei- lascia perdere la guardia, vieni via con noi!.

Incoraggiato forse dalle mie parole, si alzò, ma, fatti pochi passi, come svegliatosi da un sogno, di colpo si fermò e, rivolto verso di me, disse: "No...tu vai pure, ti ringrazio, ma io non posso! Io sono di guardia". Rimasi senza parole e, vedendo che la colonna si muoveva, e i miei compagni se ne stavano andando, mi avviai anch'io, voltandomi più volte a vedere quell'alpino, che ancora era là, al posto del suo dovere. Solo la morte poteva dargli una ragione valida per abbandonare il suo posto.

Vorrei a questo punto descrivere i miei otto compagni. E' un compito difficile, perché erano tutti bravi e tanto disponibili, e a tutti loro indistintamente sento di dover la vita.

Il tenente Dolcini, genovese, era un uomo che non si lasciava abbattere mai, intraprendente, infaticabile, sciatore molto esperto, in continuo movimento alla ricerca di notizie; ogni tanto tornava da noi, apportandoci sempre una ventata di coraggio e speranza, e più volte, col suo intuito, ci salvò, indicandoci la giusta strada.

Gli altri compagni erano: il sergente maggiore Ghersi Francesco di Sanfrè, uomo sincero, cordiale, sempre pronto ad aiutarci; Conta Pietro di Cuneo, uomo metodico, molto attivo e sempre disponibile; il caporal maggiore Gatti Secondo di Castiglion Tinella, ambedue prima telefonisti al comando reggimento a Cuneo, e poi telefonisti in Russia, sempre disposti a darsi da fare per il bene di tutti; Versio Nino di Neive, Carossino Armando di S. Olcese di Genova, instancabili, sempre pronti ad andare in quelle case alla ricerca di qualche cosa da mangiare, o alla ricerca dei posti dove poterci fermare per ripararsi un po' da quel freddo micidiale; Olivero Michele della Madonna del Pilone, che fu il custode e la guida infaticabile dei nostri buoi. C'era ancora un altro, di cui non ricordo il nome, ma ho saputo in seguito che si era trasferito in Francia.

Eravamo tutti e nove molto uniti e tutti mi saranno vivi nella mente e nel cuore per sempre.

Arrivammo finalmente in quel paese. Due di noi, come al solito, con i buoi e la slitta, si fermarono all'entrata, mentre gli altri, a gruppi di due, giravano per il paese in cerca di una casa in cui potersi rifugiare.

Trovammo una casa abbastanza comoda e calda e finalmente abbiamo potuto riposare quasi per una notte intera. Al mattino la stessa popolazione venne a svegliarci perché stavano per arrivare i soldati russi.

Quel mattino vidi il sergente maggiore Bima che, partito spinto dal coraggio della disperazione dalla casa dove aveva dormito, dopo un km. circa, esausto tornava indietro, trascinandosi e a tratti cadendo sulla neve.

Camminammo tutto il giorno sulla neve col freddo che ormai aveva raggiunto e si manteneva sui quaranta gradi sottozero. Il vento incessante era sempre più forte e gelido. Sovente appariva il sereno, ma sempre nevicava a causa della tormenta, che, per quanto ben vestiti, ci faceva penetrare la neve ovunque.

Quel giorno camminai a fianco di Boffa Costantino (Tantin), senza conoscerlo. Ma quando, tornati dopo tanti mesi a casa (Tantin dalla prigionia in Russia,io dalla prigionia in Germania), seduti in un angolo della nostra osteria, stavamo raccontandoci le nostre tristi avventure, lui mi raccontò che, durante la ritirata, aveva trovato una fisarmonica. La prese e strimpellandola aveva continuato il suo cammino, nonostante le rimostranze del tenente, che gl'imponeva di gettarla e a cui egli rispose: "Ma, signor tenente, non vede che questo sembra un funerale? Se non facciamo un po' d'allegria, come possiamo tornare in Italia?"

Queste parole ebbero un effetto straordinario e diedero a quei compagni coraggio e speranza.

Quando Tantin mi raccontò questo fatto, mi sentii una stretta al cuore, e per un attimo mi parve di rivivere quelle terribili ore e, guardandolo, colle lacrime agli occhi, gli dissi: "In quel momento, laggiù, Tantin, vicino a tè in quell'inferno, c'ero anch'io!"

Più avanti vidi un alpino che tentava in tutti i modi di togliere un paio di stivali di feltro dai piedi di un tedesco morto, senza però riuscirci.

Erano ormai cinque giorni che si camminava senza sosta intere giornate l'uno dietro l'altro come pecore, senza più sperare che quella tragedia dovesse finire.

Alla sera arrivammo in un piccolo paese, dove ormai le case erano tutte occupate dalla marea di quella colonna, che non si sapeva e non si poteva capire quanto fosse lunga e quanti uomini di tutte le nazioni vi prendessero parte.

Come al solito, cercammo tra quelle case un posto dove rifugiarsi, ma non vi fu verso di trovare qualcosa. Le case erano ormai piene zeppe e non ci aprivano più.

C'erano dei pagliai e, disperati, sfiniti, qualcuno cercò di togliere un po' di paglia, farsi come una tana in quei mucchi.

Ma non era una soluzione, perché di certo al mattino non sarebbero pi ripartiti. Noi non ci demmo pace, non volevamo morire, e infine trovammo un mucchio di paglia, quasi fosse un carico rovesciato in mezzo ad un cortile.

Togliemmo dalla cima del mucchio la paglia e scavammo un buco fin quasi in fondo,e là dentro ci coricammo uno sopra l'altro.

Quella fu per me una delle sere più disperate, perché già da un po' sentivo i piedi congelarsi nonostante facessi l'impossibile per tenermi in movimento. Tentai di togliermi le scarpe, ma, fuori all'aperto in quella sera polare, appena si toglieva le mani dai guanti non si dominavano più e le scarpe erano dure come legno.

Non lontano da noi i romeni avevano occupato una casa ed avevano impedito agli ungheresi di entrare. Questi allora passarono dietro la casa e vi appiccarono il fuoco, così tutti rimasero all'aperto.

Nel tentativo di slacciarmi le scarpe tentai di avvicinarmi a quel fuoco, ma se mi avvicinavo troppo mi sentivo bruciare, e come mi allontanavo mi sentivo morire dal freddo e le mie mani non riuscivano nel loro intento. Forse non mi sono mai visto la morte così vicina.

Fortunatamente però, arrivarono i miei compagni che mi aiutarono. Mi tolsero le scarpe, ma due paia di calze di lana restarono attaccate, completamente ghiacciate. Tentai di toglierle con le mani, ma quelle si strappavano e non si staccavano.

Mi offrii allora di dormire sotto tutti in quel buco fatto nel mucchio di paglia,e accanto a me misi le scarpe ,sperando che scongelassero durante la notte.

Subito ci addormentammo, ma io mi svegliai presto, quando i miei piedi cominciarono a riscaldarsi, procurandomi dolori terribili, ma, essendo sotto a tutti, mi era impossibile muovermi.

Quando i dolori si calmarono un po', finalmente mi riaddormentai; ma al mattino ci svegliammo presto, perché nel posto in cui eravamo, ci trovavamo troppo esposti al pericolo, ed era già tanto se non ci era ancora capitato nulla.

Ma quando tentai di mettermi le scarpe, erano ancora come la sera prima e le calze non si staccavano. Disperato, stavo per tagliare una coperta e avvilupparmi,con quella, i piedi, come tantissimi miei compagni, quando arrivò il tenente che ne aveva un paio di scorta e me le imprestò.

La sera dopo, fortunatamente, riuscimmo a rifugiarci in una casa e così potei far scongelare le mie scarpe.

Forse a questo punto, vi sarete chiesti:" Ma i buoi come potevano resistere? Voi almeno mangiavate zucchero e neve, ma quelli cosa mangiavano?".

Anche di quelli vi voglio parlare, perché noi nove superstiti dovremmo fargli erigere un monumento, in quanto maggiori artefici della nostra salvezza. Infatti, partiti con noi da Solonzy, fecero con noi tutto l'itinerario di quella terribile ritirata, dividendo con noi tutte le avversità atmosferiche e tutti quei tristi momenti di pericoli e privazioni.

Alla partenza erano abbastanza grassi e il loro peso s'aggirava sugli 8 quintali l'uno, ma all'arrivo a Romny il 21 febbraio, quando prendemmo il treno e li lasciammo alla quarta colonna salmerie, non erano più della metà. Povere bestie! Al pensarci mi si stringe il cuore e mi vengono le lacrime agli occhi. Sembrava che capissero la gravità del momento, correvano quando le circostanze lo richiedevano e se ne stavano fermi e tranquilli quando li lasciavamo soli.

Mangiavano paglia o segala quando si fermavano, e al principio stettero anch'essi due giorni consecutivi senza mangiare se non neve. Alla sera del secondo giorno, trovammo una balla di grano e segala e la vuotammo davanti a quei buoi, che ne mangiarono a sazietà.

Alla sera noi quasi sempre trovavamo case dove rifugiarci, ma il loro posto, invece, era fuori vicino a qualche pagliaio.

Ed era inutile tentare di coprirli per ripararli un po' da quel freddo micidiale, perché il primo alpino che gli fosse passato vicino avrebbe preso la coperta.

Così tutte le notti erano per quelle bestie pressoché uguali. Dopo aver viaggiato tutto il giorno, più o meno in fretta a seconda della necessità, il loro riposo era sotto le stelle, sferzati dal vento polare, vicino alla casa dove trovavamo rifugio, perché nessuno li prendesse.

Al mattino, quando andavamo a prenderli, ogni loro pelo aveva il suo granello di ghiaccio, e sembravano grossi fantasmi, pronti però a ripartire, sopportando con pazienza tutti i nostri incitamenti con parole e sovente anche col bastone.

Quelle bestie furono per noi, e tutti ne siamo convinti, la salvezza; furono il punto di riferimento che ci tenne uniti, il punto di ritrovo. Quando scoprivamo case sparse nella pianura, due di noi subito andavano alla ricerca di cibo: patate, cavoli, galline, e al ritorno i buoi erano il nostro riferimento, senza cui sarebbe stato impossibile ritrovarci.

Inoltre, erano il mezzo indispensabile di trasporto di coperte, di viveri e di quelle poche cose così necessarie per ognuno di noi.

In questo modo ci tennero compagnia per oltre 900 km. Al pensarci adesso, non capisco come abbiano potuto avere tanta forza e resistenza.
Ripartiti da quel paese camminammo come il solito l'intera giornata, resistendo ancora al freddo e alla bufera, augurandoci solo di stare bene, per poter continuare quel cammino e non dover restare soli indietro.

Tutto ci faceva paura, perché i pericoli erano tanti, oltre a quelli della guerra. Per fare un esempio, bastava che uno di noi si slacciasse i pantaloni per necessità fisiologiche, che tante volte non riusciva più a riallacciarseli e allora il freddo l'avrebbe presto stremato.

Tantissimi avevano, fin dai primi giorni, abbandonato le scarpe, perché i piedi, se pur non ancora congelati, erano gonfiati per il freddo e la stanchezza. Allora, non riuscendo a rimettersi gli scarponi, avevano tagliato le coperte e si erano avviluppati i piedi, legandole con cordini o fil di ferro, ma durante la marcia sovente si slegavano e quei compagni non riuscivano più a legarli nel modo giusto.

Così i piedi poco alla volta congelavano, e quelli erano costretti a restare indietro e a perdersi poco a poco nella neve.

Alla sera arrivammo in un paese abbastanza grosso sulla direzione e non molto lontano da Valuijki e qui tutto il nostro reparto che, fino a quel momento,non aveva ancora subito grosse perdite, si rifugiò nelle scuole del paese, mentre noi nove, trovata una stalla con paglia, dove c'erano dei cavalli tedeschi, ci sistemammo alla meglio.

Il tenente Dolcini avvisò il tenente comandante di reparto, che mi pare si chiamasse Durazzo, della nostra sistemazione, pregandolo di chiamarci al mattino prima della loro partenza.

In questo paese fu ferito gravemente Ciravegna Giovanni di Cherasco, portalettere di S. Giovanni, dai tedeschi che gli spararono, perché si era avvicinato alla loro slitta, forse nel tentativo di prendere qualcosa da mangiare. Io però non l'ho visto.

A questo punto, credo fossimo verso il 25 gennaio, il nostro reparto, come già detto, era ancora quasi intatto, benché qualcuno già avesse i piedi congelati, e qualcun'altro fosse mal ridotto.

Nella stalla passammo la notte, ma al risveglio avemmo una brutta sorpresa, perché per il paese non c'era più anima viva.

Il nostro reparto era partito senza chiamarci e anche i tedeschi avevano seguito la loro strada verso le tre di notte per un allarme causato dall'avvicinarsi di due carri armati russi che avevano cominciato a sparare nei dintorni del paese.

Non trovando più nessuno, fummo colti dalla disperazione e dallo sgomento, perché rimanere soli voleva dire morire e per di più non sapevamo più che direzione prendere.

Furono momenti terribili di sconforto; cercammo all'orizzonte qualche segno di vita e finalmente vedemmo lontano gruppi di soldati che seguivano una strada dal lato opposto al nostro paese. Così in tutta fretta ci dirigemmo verso quegli ultimi gruppi di un'altra colonna.

Seguimmo quella strada, sempre rammaricandoci di non esserci svegliati e di non essere stati chiamati, senza sapere che quella fu una grossa fortuna. Difatti, il nostro reparto, svegliatosi di soprassalto per l'allarme, non aveva più pensato a noi e aveva seguito, con il resto della divisione Cuneense, la direzione predestinata, verso Valujki, dove era ad attenderli un grosso contingente russo.

Così, col suo sacrificio, la Cuneense permise la salvezza delle altre divisioni e, da quel momento, non vedemmo più nessuno del nostro reparto.

Le altre divisioni, invece, che pure dovevano dirigersi a Valuyki, saputo in tempo dell'ammassamento di forze russe in quel paese, ricevettero l'ordine di cambiare direzione e di andare verso Nikolayewka, ordine che alla Cuneense non arrivò mai.

Io penso che il mancato ordine sia stato un po' voluto,per tenere impegnate quelle forze russe, impedendogli di concentrarsi tutte su Nikolayewka.

Come dissi, seguimmo la colonna vista in lontananza e raggiuntala ci trovammo di fronte ad un passaggio obbligato, cioè una strada incassata in una collina. Non c'era altra via di scampo, bisognava passare di là, ma due carri armati russi sparavano continuamente su quel punto.

Fortunatamente, prima che noi arrivassimo là, quei mostri d'acciaio, visto che non passava più nessuno o quasi, valicarono la collina per sparare sul grosso della colonna.

Così potemmo attraversare quel punto, precedendo i carri armati, e portandoci in una posizione al di fuori del tiro delle loro mitraglie. Fummo così chiusi tra due fuochi e in quel momento un gruppo di alpini si fece avanti per affrontare quei mostri con semplici bombe a mano e miseri moschetti.

Andavano contro una morte certa e infatti non durò molto la loro battaglia, ma non finì prima che noi avessimo il tempo di passare inosservati dinnanzi a quelle bocche micidiali. Come potremo mai ringraziare quegli eroi?

Verso mezzogiorno arrivammo ad una piccola altura, dove ufficiali superiori stavano osservando con cannocchiali, bussole e carte i dintorni per trovare la giusta direzione.

Sorpassata quella collinetta ci trovammo dinnanzi ad un'ampia insenatura gremita di militari italiani, in attesa di ordini.

Il tenente Dolcini voleva allontanarsi in tutta fretta da quell'ammassamento, perché troppo pericoloso, mentre il serg.maggiore Ghersi avrebbe voluto rimanere con quegli italiani. Mentre si svolgeva questa discussione ci allontanammo un po' da quella vallata e, trovato un pozzo quasi totalmente chiuso dal ghiaccio, nonostante fosse abbastanza largo, vi facemmo passare di stretta misura una gavetta. La riempimmo d'acqua e, scioltoci dello zucchero, ne bevemmo tutti, e quella era l'unica nostra sostanza lungo il giorno. Eravamo fortunati quando riuscivamo a procurarci qualcosa da far cuocere e mangiare caldo alla sera.

Mentre ci dividevamo quella bevanda notammo che i tedeschi, come arrivavano s'inoltravano in una piccola insenatura e proseguivano per conto loro.

Anche noi ci eravamo un po' allontanati da quegli italiani ed avvicinati alla vallata dei tedeschi. Voltandoci indietro, vedemmo apparire dalla pianura soprastante gli italiani, dei carri armati russi.

Di corsa, coi nostri buoi, c'infilammo tra la colonna di quei tedeschi, ma nella fretta perdemmo Carossino Armando che si era allontanato in cerca forse di qualche conoscente.

Camminammo fino a tarda notte, e sopra di noi come in diverse altre occasioni, un apparecchio da ricognizione, la famosa cicogna, scrutava ogni nostro movimento.

Sembrava che camminasse al nostro passo e ogni tanto lasciava cadere qualche spezzone qua e là, ma sempre fuori della colonna, come per tenerci uniti.

Arrivammo in un piccolo paese, sulla cui soglia trovammo la squadra dei nostri sottufficiali, anche loro con una slitta trainata da due buoi. Nell'attraversare un fosso un loro bue cadde dentro e, avendo difficoltà a toglierlo, mi fermai ad aiutarli, senza accorgermi che i miei compagni se n'erano andati. Così quando questi sergenti riuscirono a risistemare la loro slitta, io mi girai ,ma con sorpresa m'accorsi che i miei compagni se n'erano andati, e fui così costretto a rimanere con loro.

Ormai case libere non ce n'erano più e così ci rifugiammo in un mulino a vento. Io però avevo fame e tutto il mio avere era sulla mia slitta. Ma quelli avevano ancora casse di gallette e scatolette e persino una cassa di liquori.

Quasi supplicai quei sottufficiali che mi dessero qualcosa (tra loro c'era anche Gino Pittatore), visto che avevo perso i miei per aiutare loro, ma quelli cercavano delle scuse, finché il loro piantone, forse più comprensivo, diede a me e a un altro che pure li aveva aiutati, una galletta a testa, una scatoletta in due e una coperta.

I sottufficiali si sistemarono al pian terreno, ben forniti di coperte e, anche se non c'era possibilità di riscaldarsi, almeno si era al riparo dall'aria. Ma per noi due al piano terra non c'era più posto e fu giocoforza salire al secondo piano dove, tra un asse e l'altro, passavano le dita, con quel vento e quel freddo terribile, e con una coperta in due.

Chi ci abbia salvati non lo so: forse solo le preghiere di una mamma santa come la mia! Non so quanti giri riuscimmo a fare intorno a noi con quella coperta. Non chiudemmo occhio, ma fummo in un continuo movimento per non congelare. Non vedevo l'ora che venisse il mattino, per mettermi alla ricerca dei miei compagni.

Non appena m'accorsi che qualcuno cominciava a muoversi e prepararsi per partire, m'alzai e in tutta fretta mi recai sulla strada, verso cui cominciava a dirigersi la testa della colonna.

Non attesi molto e vidi da lontano spuntare i nostri buoi, attorniati dai miei compagni. Il cuore mi si allargò e una lacrima mi rigò il viso, perché quei compagni in quel momento rappresentavano per me l'unica salvezza.

Se avessi osato li avrei abbracciati tutti, andai loro incontro, chiedendogli un po' di zucchero, perché avevo tanta fame.

Non se lo fecero ripetere e mi spiegarono con rammarico, che non s'accorsero se non troppo tardi d'avermi perso.

Avevano dormito in una casa abbastanza calda, dove avevano fatto cuocere patate, cavoli e altro che avevano trovato lungo il giorno. Mi dispiacque di aver perso quel piatto di zuppa calda, ma il piacere di averli ritrovati superava ogni cosa.

Camminammo insieme e a mezzogiorno la colonna si fermò presso un piccolo paese, ed io con alcuni compagni, per scaldarci un po' entrammo in una casa, e per un vero caso e con un colpo di fortuna, ritrovammo Carossino Armando, che avevamo perso due giorni prima. Anche lui era capitato in quella casa a scaldarsi.

Nel vederci, scattò in piedi e, piangendo, ci abbracciò.

Non gli sembrava vero. Anche lui si trovava senza speranza, disperato, perché nessuno mai, se non chi ha passato quei giorni, potrà capire a fondo cosa voleva dire essere soli in quei momenti.

Ci raccontò che della massa d'italiani radunati nella vallata, ben pochi riuscirono a mettersi in salvo, perché i carri armati scesero tra di loro sparando all'impazzata con tutte le loro armi, compiendo così una vera carneficina.

Lui riuscì con pochi altri a scappare, ma in quei due giorni fu fatto due volte prigioniero. La prima volta fu chiuso con oltre duecento e più italiani in un capannone, dove più tardi fortunatamente giunse la Tridentina, che li liberò.

La seconda volta fu fatto prigioniero dai partigiani che si fecero consegnare sigarette e tutto quello che aveva in tasca. Poi gli domandarono se preferiva stare con loro o tornare con gli italiani e lui rispose che sarebbe tornato volentieri coi suoi.

Allora gli indicarono la strada e, dopo due km. circa,aveva trovato un comando italiano e si era fermato in quella casa per scaldarsi.

Ma ora eravamo nuovamente tutti assieme e da quel momento non ci perdemmo più.

Intanto si avvicinava una delle più grosse battaglie della nostra ritirata, quella decisiva: Nikolayewka.

 
Cap. V
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