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La mia vita militare di Luigi Roggero CAP. V - FRONTE RUSSO E arrivò il triste giorno della partenza. Ogni compagnia degli alpini e ogni batteria, formò la tradotta dal paese nel quale era di stanza, e noi partimmo da Cuneo. La stazione vecchia era adornata di tante bandiere, altre erano portate dai parenti accorsi da ogni paese per salutare i partenti. C'era tutta la popolazione di Cuneo attorno a noi, ma in tutta quell'atmosfera c'era tanta tristezza, benché la banda musicale cercasse di dissuaderci dai nostri pensieri e la popolazione, serrandosi intorno a noi, cercasse d'infonderci coraggio e dimostrasse di condividere l'ansia che ci opprimeva. Anche i nostri colleghi che erano riusciti a scansarla, passando alla deposito, ci dimostrarono tutta la loro apprensione, quasi vergognandosi di non partire con noi, dopo tanti anni di comune compagnia. Ricordo che eravamo già sulla tradotta, prossimi alla partenza, quando Giacosa Vittorio, un amico di Alba, un poveraccio sempre trasandato con cui avevo passato la mia vita militare fino allora, ma che in quei giorni era passato alla deposito, mi disse di scrivere il mio indirizzo su di una bandierina, e quindi la portò a una bella signorina, in mezzo a un gruppo di ragazze. Costei tenne poi con me una piacevolissima corrispondenza, per tutto il periodo in cui rimasi in Russia. Così il 2 Agosto 1942 partimmo per la Russia con una tradotta su cui c'era tutto il nostro reggimento, coi suoi scritturali, il suo reparto salmerie e un vagone occupato dalla banda musicale. Il viaggio durò 15 lunghi giorni. Partiti da Cuneo, toccammo Alessandria, Piacenza, Verona, Vicenza, Udine e Gorizia. Attraversammo il confine Jugoslavo il 4 a Piè di Colle, quindi entrammo in Austria il 5 agosto: toccammo Monaco, Amburgo, Norimberga, il 6 fummo a Lipsia e a Torgau. Passata la frontiera polacca a Lode, trovammo Varsavia l'8 agosto, dove c'era una stazione immensa, parte sotto terra e parte fuori. Ricordo che qui ferme c'erano diverse tradotte di truppe che andavano verso il fronte, e tra quegli innumerevoli alpini e altri militari, trovai Prandi Luciano della Serra. Mentre stavamo parlando di quel maledetto fronte, arrivò in stazione di ritorno dalla Russia, un treno di feriti, diretti in Germania e ricordo che Ciano (così lo chiamavamo a S. Maria) mi disse:" Oh,se potessi essere li sopra, anche ferito, ma poter tornare indietro." Poverino! Aveva ragione. Quelli indietro, seppur feriti, erano tornati,chissà quale sarebbe stato invece il nostro destino. Ci lasciammo in quella stazione e non lo rividi mai più. Da Varsavia toccammo Brest e Litoski e, attraversato il confine russo il 9 agosto, trovammo Minsk, quindi Gomel e il 10 Konotop, il 12 Kharkow e il 13 o il 14 ci fermammo a Losowaya, dove potemmo ammirare la locomotiva e un vagone della Transiberiana. Erano enormi: un vagone poteva contenerne liberamente due dei nostri per lunghezza e uno e mezzo per larghezza, mentre la locomotiva era dotata di 36 ruote e il deposito carbone era più grosso di un nostro vagone. Erano in un angolo della stazione su di un binario morto, poiché i tedeschi avanzando restringevano i binari di 10 cm. Qui abbiamo anche avuto per la prima volta la triste visione delle sofferenze spietate inflitte agli ebrei e ai detenuti politici. Donne dall'aspetto distinto e signorile, ma tremendamente magre e stracciate, con scope e recipienti per rifiuti, stavano pulendo la stazione, sorvegliate dalle SS che, oltre ad essere armate, brandivano manganelli che usavano anche senza motivo. Vicino alla stazione, legato ad un albero, un giovane era bastonato a sangue. Passò per caso, fingendo di scopare nei pressi del nostro treno, una giovane ebrea bionda, sui vent'anni, cogli occhi che esprimevano una tremenda disperazione. Presi dalla compassione, le gettammo un pezzo di pane, ma non l'avessimo mai fatto! Una guardia tedesca le corse dietro e la colpi ripetutamente col suo manganello, nonostante le nostre proteste. Ogni tanto incontravamo durante il viaggio, treni stracarichi di gente che i tedeschi avevano prelevato in Polonia o in Russia per portarli in Germania a lavorare. Era povera gente: donne e uomini di tutte le età che, costretti a lasciare le loro case, avevano preso quel poco loro possibile. Caricati sopra quei treni merci esposti alle intemperie del tempo, percorrevano la via dell'esilio verso mete sconosciute e certo molto dolorose. In una stazione c'era un treno di profughi russi, e tra di loro una donna stava per partorire. Fu fatta scendere e in un angolo della stazione, senza assistenza medica e senza neanche la compagnia di una persona qualunque, partorì e morirono, lei e la sua creatura. In quei momenti e davanti a tanto dolore ci si vergognava di essere italiani, alleati di quei tedeschi miserabili e barbari. Il giorno 15 agosto toccammo Slavyonskj, dove lasciammo il treno dopo aver scaricato gli zaini, il materiale e i muli. Durante il viaggio che durò, come dicevo, 15 giorni, sovente c'erano soste di diverse ore, e noi che avevamo la fortuna di avere la banda musicale, ci riunivamo davanti al loro vagone. Ricordo che il musicista Costamagna di Cherasco, intercalava al suono di ballate, una serie interminabile di barzellette tratte dal suo inesauribile repertorio, facendoci così ogni tanto dimenticare la nostra triste meta. Sul nostro convoglio c'erano diverse sentinelle, armate di fucili mitragliatori, sparse sui diversi vagoni, perché ogni tanto, in Polonia e in Russia, lungo la ferrovia trovavamo vagoni deragliati o rovesciati nella scarpata, opera dei partigiani che si nascondevano in fitte pinete e in boschi estesissimi. Durante questo viaggio era un continuo alternarsi di sorpassi di lunghissimi convogli, tutti colla medesima destinazione: il fronte russo, nell'ansa del Don, in quell'immensa pianura, molto più adatta a mezzi corazzati che ai nostri muli, anche se in un primo tempo si pensava ci destinassero sul Caucaso. Scesi dal treno, proseguimmo a piedi per Ricowo, dove avrei dovuto incontrare mio cugino Lino della Roncaglia. Lo cercai perché dovevo dargli quella famosa bottiglia di barolo, ma non lo trovai. Seppi per che era rimasto a lungo in quel paese, e proprio il giorno prima l'avevano spostato col suo reparto. Con rincrescimento sturai quella bottiglia e la divisi coi miei compagni che l'apprezzarono molto. Così alleggerii lo zaino, già abbastanza pesante di per sé. Il giorno dopo ripartimmo per il fronte, che però distava ancora oltre 500 Km. Attraversammo a piedi quasi tutta l'Ucraina, pianura fertilissima con sconfinati campi di girasoli rigogliosissimi, alti oltre tre metri e con teste che superavano i 20 cm. di diametro. A volte si camminava per ore su di un solo lato dello stesso campo, e, benché ci sia capitato di trovare trattori cingolati, resi inservibili a causa della guerra, la terra era mal lavorata, pur tuttavia dava redditi sorprendenti. Sembrava che le colture fossero fatte in serie. Infatti, si trovava un campo di non so quanti ha. di girasoli, e poi altrettanti ha. di stoppia di grano, orzo o segala, oppure altrettanti ha., come ci capitò una volta, di cetrioli, cocomeri e meloni di tutte le varietà. Ricordo che quel giorno in cui trovammo questo campo, fu un continuo via vai dall'accampamento e per tutto il giorno e la notte si mangiò di quei frutti. Era una pianura dove l'occhio si perdeva all'orizzonte senza scorgere il più piccolo promontorio o la più insignificante collina. Gli abitanti stavano tutti in paesetti più o meno grossi, siti in piccole vallate, per meglio ripararsi dal vento che soffiava continuamente; l'unica cosa che si vedeva da lontano, e che segnalava il paese, era il mulino a vento, ben esposto al vento da cui prendeva la forza necessaria per far roteare quelle pesanti macine di pietra. In quel periodo d'agosto, quando si arrivava in quei paesetti sperduti, si aveva una strana sensazione. Essi sembravano autosufficienti, data la distanza che li separava l'uno dall'altro, senza parlare poi della distanza dai centri più grossi. Quei paesi erano formati da tante casette, tutte pressoché uguali, dalle mura fatte di rami e fango impastato con sterco di mucche e il tetto di paglia. Ogni casetta aveva due camere e nel muro centrale c'era il forno, fatto anche questo collo stesso impasto delle mura. Il forno sporgeva in una camera e d'inverno tutta la famiglia andava a dormire su di esso, per ripararsi dal freddo. Vicino al forno, ma anche comunicante colle due camere, c'era una stufa, fatta dello stesso materiale, che, lungo il giorno, bastava al fabbisogno della famiglia. Di fianco a queste casette c'era una piccola stalla per tenervi una mucca, assegnata dal governo a ogni famiglia. In ogni paese c'era una grossa stalla comune, dove erano custoditi i buoi da lavoro, in numero proporzionato agli abitanti; e al mattino le forze lavorative, cioè gli uomini e le donne fino ad una certa età, si radunavano sulla piazza del paese dove il sindaco assegnava ad ognuno un lavoro. Mi fermai una volta incuriosito ad osservare ad arare. C'erano due coppie di buoi, una di punta all'altra, e trainavano un aratro di otto vomeri, che appena appena rivoltavano, ma non tutte, quelle stoppie alla profondità di 15 cm. al massimo. Non so come potessero capire quando dovevano tornare indietro, tanto quella pianura era sconfinata e tutta uguale. Era una terra nera e grassa, tant'è vero che le piste o strade dove si passava sembravano asfaltate, tanto era scura e lucida; ma se pioveva mezz'ora,nessuna macchina o camion più si muoveva. Era però, come ho già detto, una terra fertilissima, perché anche con quel rudimentale lavoro e senza concime, si ricavavano raccolti favolosi. Sovente nelle vallette occupate da questi paesetti, c'erano laghetti popolati da stormi di oche e anitre, e più a ridosso del pendio c'erano molti alveari. Proseguendo sempre il nostro viaggio, attraversammo il Donez, e dopo giorni arrivammo a Worosillowgrad e quindi a Rossosch, dove si fermò il comando di corpo d'armata; quindi ad Annowka, dove si stabilì il comando di divisione, e più avanti verso il fronte, a Solonzy, la sera del 23 agosto ci sistemammo noi del comando del 4° reggimento artiglieria alpina, a circa 6 Km. dal Don. Gli alpini ed anche i gruppi d'artiglieria proseguirono, e tutti raggiunsero le postazioni loro assegnate, col seguente ordine: - Gruppo Pinerolo: in appoggio
ai battaglioni Saluzzo e Dronero (Staro Kalytwa); E' da notare che il Val Po era formato da due sole batterie (la 72 e la 73) e invece dei 75/13 aveva in dotazione i 105. In quei giorni, verso la fine di settembre, la temperatura era ancora buona e, arrivati a destinazione, ci attendammo, ma certo non c'era da sperare di resistere molto. Infatti il comando perquisì tutte o quasi le case del paese e diede qualche giorno di tempo agli abitanti, per lasciarle libere e sistemarsi altrove. Ancor oggi penso con profondo stupore con quale ammirevole rassegnazione i russi accettarono quell'ordine. Ricordo che la famiglia, che abitava la casa dove poi andammo noi, dopo l'ordine di sgombero, si spostò di una quindicina di metri di fronte e incominciò a scavare per ricavare un locale che chiamavano bunker. Era una specie di camera quadrata di 2,5 m. per lato e profonda altri 2 m. Fecero il tetto di paglia,ricoperto di terra con a fianco una scaletta per scendere, e in un angolo un piccolo tubo funzionava da camino. Finiti questi lavori, quella famiglia di 4 persone (un uomo, una donna e due bambini), preso quel poco che possedevano, scesero in quella specie di tomba e da allora li vedemmo molto di rado. Vedevamo qualche volta il camino fumare, segno che erano ancora vivi. Le isbe (così si chiamavano queste casette) site lungo la strada, furono occupate dagli specialisti: radiotelegrafisti, telefonisti, guardialinee telefoniche ecc., comandati dal ten. Dolcini, che dormiva nella casa dei telefonisti. Tutto il comando reggimento col rispettivo reparto salmerie, era sistemato nel centro del paese, a 200 m. da noi, e tutti i giorni dovevamo scendere a prendere il rancio alla loro cucina. Io ero sistemato con i radiotelegrafisti: Moro Renato, Massa, che noi scherzosamente chiamavamo "Testa d'arcicioche" perché si vantava sempre di avere piantagioni di carciofi, il caporale Biagini, tutti e tre liguri, Ramello Mario di Cherasco e Cheino Andrea, ligure, col quale strinsi forte amicizia. Era bravissimo e con lui dividevamo ogni cosa, anche le patate, che trovavamo nei campi dei russi. So che era sposato ed era papà di due bambini, non so più se maschi o femmine,e mi pare fosse del 1913. Quasi tutti i giorni mi parlava dei suoi due marmocchi e me ne descriveva ogni loro atteggiamento, ogni loro mossa e parola, mi faceva vedere la loro fotografia e, colle lacrime agli occhi, sospirava:" Chissà se li rivedrò ancora!". Poverino, non li ha rivisti più, perché dalla Russia non è più tornato. Avrei tanto voluto un giorno trovare questi suoi figli, per poter loro testimoniare quanto il loro papà li avesse pensati e amati e quanto sognasse di rivederli. A volte penso con rammarico di non averlo saputo capire abbastanza, perché mi accorgo solo adesso, che lo sono anch'io, cosa vuol dire essere papà, e quale fosse la sua sofferenza, nel trovarsi così lontano e con un avvenire tanto incerto. La nostra isba era come tutte le altre, con due camere e il forno in metà, colla stufa a fianco del forno. Ci sistemammo in una camera, facendo con grossi rami tutto un piano, su cui posammo i nostri pagliericci. Quindi pensammo a procurarci il necessario per affrontare l'inverno, che si avvicinava minaccioso a grandi passi. L'importante era la legna, e allora per diversi giorni andammo in un bosco vicino a tagliare alberi, quindi, trascinatili vicino a casa con muli, ci demmo da fare a tagliare quella legna di misura e a spaccare i pezzi più grossi, perché potessero entrare comodamente nella stufa. Gli occupanti di ogni casa si procurarono quindi un sicuro approvvigionamento per tutto l'inverno. La nostra vita in quel periodo era tranquilla, la disciplina era poca e poco avevamo da fare. Non lontano dalle nostre case, esposto a pieno vento, c'era il mulino,che però non funzionava perché aveva un'ala rotta. Nel paese c'era il granaio con molto grano, ma non si aveva farina. Il mio compagno Ramello Mario di Cherasco, che a casa faceva il falegname, col permesso del tenente si pose all'opera di restauro dell'ala del mulino e in pochi giorni lo rimise in sesto, di modo che poté riprendere la sua funzione. Finita la sua opera, Ramello lo volle provare, ma una volta avviatosi, ci costò non poca fatica riuscire a fermarlo. Quando fu ben sistemato lo demmo in consegna ai russi che in seguito macinarono per noi e per i loro compaesani. Nei dintorni c'erano ancora grossi mucchi di covoni di grano e orzo da trebbiare, pullulanti di topolini, che si riversavano nelle case, tanto che non riuscivamo più a difenderci. Neppure mettendo il pane nello zaino ben legato e sotto la testa, riuscivamo a salvarlo; quei topi erano talmente piccoli che riuscivano a passare e a mangiarselo. Il nostro lavoro consisteva solamente in qualche breve collegamento radio per tenerci allenati; a turno alcune stazioni con tre uomini dovevano raggiungere la prima linea cogli alpini, per trasmettere alle nostre artiglierie i dati per i loro tiri. Quando arrivò il mio turno, mi capitò un colpo di fortuna. Un giorno l'attendente del ten. Dolcini, di cui mi sfugge il nome, e Speranza, un telefonista ligure che in quel momento era di servizio al centralino, ebbero un diverbio e vennero alle mani. Nella foga, Speranza non riuscì a togliersi le cuffie, e con uno strattone trascinò a terra il centralino, staccando tutte le linee. Per somma sventura, in quel preciso momento il colonnello Orlandi stava parlando col gen. Battisti e quest'incidente interruppe la loro conversazione. Successe il finimondo e il ten. Dolcini dal comando corse immediatamente alla casa dei centralinisti, dove, saputo ciò che era successo, mandò per punizione i due soldati al fronte, al posto mio, e domandò a me se volevo sostituire il suo attendente. Sulle prime restai un po' confuso, ma poi per evitare il fronte accettai,e così portai la mia residenza nella casa dei telefonisti, dove dormiva il tenente. Qui fu una vera pacchia; andavo al mattino verso le otto alla cucina del reparto a prendere il caffè per il tenente. Lo svegliavo e quando si era alzato, gli rifacevo il letto e preparavo l'acqua per lavarsi il mattino dopo. Questo era il mio compito per l'intera giornata. In questa casa, per ammazzare il tempo e anche per tenere compagnia a chi era di servizio al centralino, si giocava a carte, a ramino, dal mattino fino alle due, tre di notte, salvo il tempo per mangiare o per scrivere qualche lettera. Nello stesso tempo, se si riusciva ad avere patate, trovate ancora nei campi dopo la raccolta dei proprietari o anche donateci dai russi, si facevano cuocere nel forno della stufa ed erano buonissime. D'altronde la stufa non si spegneva mai, poiché di legna ce n'eravamo procurata per passare comodamente l'inverno. Ricordo che, dopo aver giocato a carte due mesi, tirate le somme, quello che aveva perso di più, non doveva cento lire. In quei giorni, un alpino di Val Talloria, capitò a quel nostro paese, dove era di passaggio. Stava infatti partendo per l'Italia in licenza di un mese, perché aveva ricevuto un telegramma che gli annunciava la morte di suo papà. Abbiamo poi saputo che quel telegramma fu firmato dal maresciallo dei carabinieri quando il papà di quell'alpino era morente e nessuno, nemmeno il dottore, poteva presumere che si sarebbe ripreso. Contro ogni aspettativa, si riprese e in pochi giorni si ristabilì, tanto che quando l'alpino arrivò al paese, trovò suo papà all'osteria. Quel papà col suo malessere, con molta probabilità salvò la vita al figlio, portandolo via da quel terribile fronte. Diedi anch'io una lettera a quel fortunato che, arrivato a casa, la fece recapitare alla mia famiglia. Si chiamava Tezzo Maggiore. Un altro giorno ricevemmo una telefonata da una compagnia di alpini schierati sul Don da trasmettere al comando di divisione; tre alpini, tra i quali vi era Giovanni Scavino della Fraz. Annunziata, della mia età, e un altro di Roddi, vedendo oltre il fiume una casupola da cui avrebbero potuto recuperare delle assi per sistemare i loro rifugi nelle trincee e camminamenti, che stavano scavando per ripararsi dall'inverno, decisero di attraversare il fiume. Ma dentro quella casa c'erano i russi, che li aspettavano e li fecero prigionieri. Alla fine della guerra tornò solo più l'alpino di Roddi. Un'altro giorno scorgemmo un grosso maiale aggirarsi nella campagna, da chissà quanto tempo, tanto che era diventato selvatico e quasi faceva paura. Ci fu un piccolo allarme tra noi specialisti, che subito ci demmo da fare per non lasciarlo scappare. Andammo all'assalto col moschetto e con la baionetta innestata e lo circondammo e a poco a poco riuscimmo a farlo entrare tra le nostre case e a rinchiuderlo in un pollaio. Ma il difficile stava nell'avvicinarsi per ucciderlo, tanto più che non si voleva usare il moschetto per non farsi sentire dal reparto che, se l'avesse scoperto ce l'avrebbe sequestrato per dividerlo tra tutto il reparto. Ci appellammo al coraggio di qualcuno, finché un macellaio genovese si fece avanti e, mentre noi cercavamo di attirare l'attenzione della bestia, riuscì ad aprire la porta e con un balzo saltò su di un trave sovrastante, da cui con una mazza riuscì a colpirlo alla testa e a stordirlo, per poi scendere e finirlo con un coltello. Lo dividemmo tra una trentina di specialisti e quella carne durò una ventina di giorni. Io e Cheino Andrea facevamo società e ricordo che avevamo preso tra l'altro un pezzo di pancetta, perché di lardo non ne aveva. Per poterla mangiare abbiamo dovuto farla cuocere un giorno intero, per renderla malleabile. Tutti questi fatti servivano se non altro a distrarci dal pensare alla distanza che ci separava dalla nostra famiglia, dal pensare al nostro paese, ai nostri amici. Ma più di tutto servivano a distrarci dal pensare a quell'inverno, che si avvicinava e che si prevedeva paurosamente rigido e ci sovrastava come un incubo pieno di tristi presentimenti. Se fossimo riusciti a passare l'inverno dove ci eravamo sistemati, sarebbe stata una vera fortuna, perché quelle case ci avrebbero riparato molto bene da quel freddo e la legna non ci sarebbe di certo mancata. Ma radioscarpa ogni tanto dava quasi per certo che i russi stavano preparando una grande offensiva. Infatti, già verso la metà di dicembre, reparti della Julia attraversarono la nostra zona per spostarsi più a sud e cercare di arginare il fronte che era stato sfondato nel tratto occupato da reparti tedeschi e dalla Cosseria. Gli alpini di quei reparti ci impressionarono, perché già il freddo cominciava a farsi più rigido, e quelli, stracciati, non sufficientemente equipaggiati, affamati, ci apparvero sfiduciati, stanchi. Ricordo che io, che avevo due pagnotte di scorta, corsi a prenderle e molti miei compagni fecero altrettanto, e fummo colpiti dai loro sguardi di riconoscenza. Al loro confronto, noi eravamo signori, e mai avremmo sospettato che un giorno anche noi saremmo stati ridotti nelle loro stesse condizioni, se non peggio. L'inverno era già da un po' incominciato e da qualche giorno aveva nevicato e un vento gelido sferzava le nostre case. Al mattino, quando si usciva dalle nostre case per prendere una boccata d'aria o per lavarci, per 2 minuti al massimo, non si aveva il tempo di rientrare, che già i capelli erano ghiacciati. Un giorno il tenente Dolcini mi ordinò di accompagnarlo ad Annowka, al comando divisione. Cercai di persuadere il tenente a scegliere un altro, poiché io non avevo mai messo gli sci nei piedi, e in quel paese non si poteva andare altrimenti, poiché già c'era una trentina di cm. di neve e quello distava 10 km. circa da noi. Ma non ci fu niente da fare, volle che l'accompagnassi io. Erano dieci km., parte piani e parte in discesa, quindi per un esperto un bel tragitto di fondo, ma per me che non avevo mai calzato gli sci, fu una vera tragedia. Per tutto quel percorso non riuscii a fare più di dieci m. alla volta tra una caduta e l'altra. Per il tenente che era tra i campioni delle nostre Alpi, se da un lato fu un divertimento avermi per compagno, dall'altro credo sia stato un vero problema: ogni volta che cadevo, lui tornava indietro, mi aiutava ad alzarmi, m'insegnava come mettere i piedi, come tenermi diritto. Ma, appena lui ripartiva, io ero di nuovo a terra,e così fino ad Annowka. Dopo non so più quanto, arrivammo al paese. Il tenente andò al comando e io andai a trovare l'amico Voerzio Domenico della borgata Silio, mio coetaneo,che era nella fureria del comando. M'intrattenni un po' con lui,che non avevo più visto dalla nostra partenza, nel marzo di quel 1940, e che purtroppo non rividi mai più. Mi rifornì di sigarette, pane, formaggio e cioccolato. Più tardi arrivò il tenente Dolcini e mi avvisò che c'era anche un altro militare che doveva venire al nostro reparto, perciò c'invitò a partire per rientrare con comodo. Lui doveva ancora fermarsi e sarebbe rientrato più tardi da solo e senz'altro avrebbe fatto più presto dell'andata, senza dover pensare a me. Con quel compagno, di cui non ricordo più il nome, presi gli sci in spalla, e passai un momento ai reparti di sanità e sussistenza, che erano sulla nostra strada, per vedere l'amico Beccotto Giuseppe, mio coetaneo e mio vicino di casa, ma partito militare l'anno dopo essendo stato rivedibile. Non ricordo più se l'abbia trovato ma non mi pare, trovai invece di certo Pongibue, che ora abita al Pozzo, che mi diede del pane. Quindi, con quel compagno, ripartimmo e tornammo alla sede, coi miei sci sempre in spalla, sprofondando qua e là dove l'aria maggiormente ammucchiava la neve. Intanto si avvicinava il Natale ed era il terzo della mia vita militare. Io e i compagni che abitavamo la stessa casa, eravamo in otto, cercavamo di mettere da parte qualcosa per il pranzo di quel giorno. In quel periodo tutti avevano ricevuto pacchi da casa, e parte della roba commestibile l'avevano conservata. Avevamo tutti, in quei giorni, ricevuto sacchi di posta, che forse fu l'ultima che ricevemmo, e tanta ne avevamo scritta. Scrivere e ricevere posta erano i momenti più belli di quella nostra vita, poich ci portavano col pensiero ai nostri cari lontani, al nostro paese e ai nostri amici. A me piaceva scrivere, allora come adesso, se pur la mia ortografia abbia sempre lasciato alquanto a desiderare, e tenevo corrispondenza con diverse persone, tra le quali quella signorina di nome Maria, a cui avevo consegnato la mia bandierina alla partenza da Cuneo, l'amico Giacosa, altre amiche, oltre naturalmente ai parenti a cui ogni tre giorni scrivevo due volte. Tenevo con cura la mia corrispondenza in una borsa di cuoio, regalatami dalla signora Fantino alla mia partenza, ma nella ritirata ho perso anche quella, con mio profondo rincrescimento. Io, che avevo poco da fare, nei giorni precedenti il Natale, m'improvvisai pasticciere. I russi mi diedero in prestito due grosse sfoglie e io confezionai due torte che feci cuocere nel forno. Nell'impasto misi ogni sorta di ingredienti che avevo a portata di mano e ricordo che riuscirono molto buone e tutti mi fecero gli elogi. Quel lontano Natale fu per noi un giorno straordinario. Ci fu la messa di mezzanotte giù al reparto, sotto la tenda del comando, a cui presero parte anche molti russi, commossi di poter finalmente riassistere alla messa dopo chissà quanti anni, da quando Stalin proibì la religione. Fecero anche loro la comunione e quasi ci impressionarono per la loro profonda devozione. Fu un giorno allegro, sereno fin dal mattino, c'era un sole caldo e quasi si stava bene fuori. In ogni casa gli occupanti si diedero da fare fin dal primo mattino nei preparativi per rendere più bello possibile quel giorno. Noi della casa telefonisti c'impegnammo nel cucinare piatti fuori ordinanza per il pranzo, che riuscì veramente grandioso e ricco di ottime portate, grazie anche alla generosità della cucina militare, che ci trattò in modo del tutto speciale. Mangiammo dall'antipasto alla pastasciutta, alla carne, al formaggio, al dolce, caffè con le mie torte ed infine prendemmo anche il digestivo. E non è finita! Verso le tre ci fu anche lo spettacolo. Due apparecchi russi, che erano andati a bombardare Rossosc, furono raggiunti da un caccia tedesco che subito si era levato in volo. Poco lontano da noi, nell'avvicendarsi di quella lotta mortale, quei due bombardieri furono abbattuti ambedue, col levarsi da parte nostra di grida di gioia e di applausi. Noi però non sapevamo che altri italiani, altri nostri compagni, già stavano da giorni ritirandosi, in condizioni assai tristi e disastrose. Infatti il ripiegamento era cominciato da Stalingrado, e verso la metà di dicembre il tratto di fronte tenuto dalla Cosseria a Ravenna, fu investito dalle forze russe, superiori in media di 8 a 1 e sfondato. Quindi i russi risalirono verso nord, fino ad interessare il limite del corpo alpino su Kalitwa, dov'era stata spostata la divisione Julia per tamponare la falla della Cosseria. Il 14 gennaio i russi investirono il fronte a nord del corpo alpino, raggiungendo il giorno 15 Rossosc. Quindi un'altra punta si diresse contro gli ungheresi e il 17 gennaio raggiunse e costrinse l'armata alpina ad abbandonare l'intero fronte. Per noi, invece, trascorsero ancora giorni più o meno tranquilli e riuscimmo anche a festeggiare il nuovo anno, il 1943, con un'altra torta, caffè e cognac assegnatoci con il rancio extra di quel capodanno. Intanto radioscarpa diffondeva le notizie più disperate ed allarmanti. Il freddo aumentava giorno per giorno; quelli che facevano la guardia accorciavano sempre di più il turno di servizio e di notte vennero raddoppiate le sentinelle. Cominciò poi a diffondersi la notizia che eravamo accerchiati, che eravamo caduti in una enorme sacca, ma nessuno ci voleva credere. S'interruppero le comunicazioni tra il comando di divisione di stanza ad Annowka e il comando di corpo d'armata di stanza a Rossosc. Furono mandati motociclisti portaordini a Rossos, per avere notizie e ordini, per saper cosa fare,ma non tornarono più. Allora capimmo come il momento fosse difficile, quanto la nostra situazione fosse critica. Su di noi pesava come un incubo spaventoso. Era il 15 gennaio e verso sera arrivò l'ordine disperato dal comando di divisione del generale Battisti di farci dei bunker nei boschi attorno a noi, e resistere per tutto il tempo possibile e poi arrendersi in extremis. Ma il giorno dopo quell'ordine fu sospeso. Si passò il giorno 16 in un'alternativa di ordini e contrordini allarmanti, finché a mezzogiorno del 17 gennaio giunse l'ordine di prepararsi per intraprendere immediatamente quella fatale ritirata. Il freddo quel giorno era terribile, superava i trenta gradi sottozero e un vento polare spazzava quella pianura, formando una nera, inverosimile bufera. C'era da impazzire, tanto era lo sgomento al solo pensiero di dover abbandonare il caldo di quelle casette, per avventurarsi in quella pianura ghiacciata, nel tentativo disperato di cercare una via di salvezza.
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