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La mia vita militare

di Luigi Roggero

CAP. IV - TRA ALBANIA E RUSSIA

Finita la contumacia, tornammo a Cuneo, da dove poi, a turno, ci mandarono finalmente in licenza di un mese. Poiché da otto mesi non vedevamo più le nostre famiglie, fu una vera e propria festa.

Quel mese trascorse velocemente tra l'affetto della famiglia e pochi amici, perché la maggior parte di loro erano militari, sparsi un po' dappertutto.

Rientrai a metà giugno al mio reparto che nel frattempo si era spostato da Cuneo a Demonte in caserma. Passai nel magazzino a Cuneo, dove avevo lasciato la mia roba, e, ritirato lo zaino, proseguii per Demonte. Un trenino collegava Cuneo a quel paese. La stazione era a fianco della nostra caserma, quasi all'inizio del ponte nuovo. La strada ferrata percorreva la via................... per arrivare in piazza Galimberti, allora piazza Vittorio, e quindi proseguire per corso Nizza fino a Borgo S. Dalmazzo e poi a Demonte, dopo aver attraversato Gaiola e Moiola e toccato Festiona.

Questa strada ferrata, avvicinandosi alle montagne diventava sempre più difficile, perché doveva salire e in certi tratti anche molto. Il trenino, che in quei tempi lavorava quasi esclusivamente per trasporto militari e a volte era stracarico, quando arrivava a Gaiola e Moiola stentava ad andare avanti, al punto che era sorpassato da quelli che percorrevano la strada parallela alla ferrata, in bicicletta o col cavallo.

Quando arrivava nei pendii più ripidi, bisognava scendere a spingerlo perché la locomotiva non ce la faceva più, con molto nostro divertimento.

A Demonte trovai un certo Riccando che gestiva allora l'ingrosso di Sali e Tabacchi e il fratello aveva l'0steria a Festiona. Il papà di questi fratelli era stato un grande amico di mio papà.

Quando gestiva l'osteria era stato nostro cliente di uve per oltre quaranta anni, impiegando oltre due giorni coi cavalli per fare andata e ritorno.

Ricordo che una volta questo signore, che si chiamava Pietro, trovandosi dopo tanti anni dalle nostre parti con il consuocero, si fece portare a casa nostra con un taxi. Fu, per mio papà, una festa indimenticabile. Gli sturò una delle migliori bottiglie di barolo che aveva in cantina, sicuro del suo apprezzamento, che infatti venne con parole eloquenti. Ma subì una tremenda delusione dal consuocero, quando disse che preferiva il dolcetto che avevano bevuto pasteggiando. Entrambi gli lanciarono uno sguardo di commiserazione.

In quella caserma non ci fermammo granché; infatti appena rientrammo tutti dalla licenza, ci spostarono alla Goletta, frazione di Aisone, a metà strada tra Demonte e Vinadio.

Qui trascorremmo sotto le tende in mezzo a quei bellissimi castagneti il resto dell'estate fino al tardo autunno, quando già le castagne ci svegliavano di soprassalto cadendo sulle nostre tende.

Furono mesi tranquilli, passati tra alcune esercitazioni radio per noi, tra marce e ore di brusca e striglia per i conducenti. A volte costoro, specialmente i più anziani, ritenendo noi specialisti un po' scansafatiche, pretendevano che li aiutassimo ad imbastare i muli e a caricarli.

Ricordo che una volta, col basto in spalla, mi ero trattenuto un po' titubante vicino ad un mulo bizzarro, e un anziano, un ligure del 1912, mi diede una spinta e mi fece cadere il basto, spaventando il mulo che mi pestò un piede. Assalito dal nervoso, mi voltai e colpii con un pugno quel compagno, ma subito intervenne il cap. Scognamiglio e ci affibbiò 3 giorni di rigore ciascuno e non volle sentire ragioni.

Questo fu l'unico incidente della mia vita militare. In quel periodo ogni tanto qualcuno andava a Cuneo per fare spese per il reparto e anche personali. A volte andavano con muli e carrette, ma più sovente s'andava col trenino di Demonte e in questi casi non mancava mai il nostro collega Odicino.

Costui era un artigliere alpino dei dintorni di Alessandria, di bell'aspetto, bravissimo, cogli occhi sempre socchiusi. Sembrava un po' addormentato, invece la faceva in barba a tutti, anche ai più furbi. Così a Cuneo per la spesa mandavano immancabilmente lui, perché portava agli ufficiali i libri che desideravano e molte altre cosette, che poi vendeva a noi.

Ricordo che una volta comprai ventidue coltelli "marietti", che si chiudevano e che andavano bene in campagna, per cinquanta lire.

Si sussurrava che un vecchietto che aveva il banchetto dei coltelli al mercato del martedì a Cuneo, fu costretto a chiudere perché Odicino, poco alla volta, glieli aveva presi tutti.

Il nostro accampamento era un po' distante dalle comodità e, alla domenica col permesso giornaliero, si poteva arrivare fino a Vinadio o a Demonte, ma nelle sere normali si poteva andare appena ad Aisone. Per questo motivo, un collega di Cairo M. un giorno ebbe la bella idea di portare delle donne dalla Liguria, ma appena lo venne a sapere il capitano gli ordinò di riportarle via immediatamente.

In quei mesi nulla accadde di rimarchevole, se non la vita normale di tutti i giorni. Verso la metà di ottobre ci fecero rientrare a Cuneo nella nostra caserma per trascorrervi l'inverno.

Il nostro reparto fu alloggiato in un grosso magazzino tra le scuderie e l'infermeria dei muli.

Una sera ci fu una rissa in cui furono coinvolte diverse persone, tra cui il caporale Ingaramo Carlo, che era dei dintorni di Savigliano e a casa lavorava la campagna. Era forse il più alto e grosso del nostro reparto, ma aveva un cuore più grosso di lui. Era un contadino leale e sincero, sempre disponibile per tutti e tutti gli volevano bene e con lui amavano scherzare o fare la lotta. Ma bisognava mettersi almeno in due se non in tre contro di lui, perché con una sola bracciata li metteva tutti sotto. Solo Quaranta di Beinette riusciva qualche volta a tenergli testa.

In quell'inverno non si faceva quasi nulla e alcuni amici quasi per scherzo formarono un gruppetto di ladruncoli. Arrivavano in caserma alla sera con bottiglie di liquore, panettoni e altro, nascondendo tutto sotto la mantellina. In seguito portarono scarpe, calze da donna, cappelli, di tutto un po', ma sempre così per spavalderia. La sera in camerata, mettevano tutto all'asta.

Io comprai un paio di scarpe, ma non le portai mai. Un bel giorno il padrone di un negozio, accortosi dei furti, riuscì a vedere un anello che portava un soldato nelle dita e, venuto in caserma, smascherò la banda. Così il capitano li divise, mandandoli per punizione in altri reparti. Così finì quella piccola banda a delinquere.

Ferreira, uno della banda, era un bellissimo ragazzo, di eccezionale corporatura, dal portamento distinto e austero e dalla parola secca ma affascinante. Parlava e scriveva correntemente quattro lingue. Nessuno gli resisteva, specie le donne, per cui era una vera disgrazia avere a che fare con lui.

Si diceva che fosse un avventuriero: a quindici anni era stato diffidato da suo padre, sindaco di un paese in Argentina. Venuto in Italia aveva studiato colla protezione di una, zia tenutaria di due case di tolleranza, a Genova e in Svizzera, dove aveva imparato l'inglese,il tedesco,il francese e lo spagnolo.

Interruppe gli studi per dedicarsi alla tratta delle bianche in Francia. coperto, forse per qualche losco affare andato male, andò in Egitto dove si arruolò nella legione straniera. Tornato in Italia, fu costretto a partire militare e capitò con noi, affetto da gravi malattie veneree.

Se si osservava la sera in camerata, quando in mutandine faceva bella mostra di sé, o quando stava parlando con qualcuno di riguardo, non si poteva fare a meno di esclamare: " Che peccato! Se invece della via storta, avesse imboccato una strada giusta, chissà dove sarebbe arrivato!".

Intanto radioscarpa cominciava a diffondere notizie più o meno vaghe su una prossima partenza per la Russia. I tedeschi avanzavano su quel fronte e Mussolini temeva di non esserci anche lui coi suoi morti a dividere quelle terre, dopo l'immancabile vittoria.

Il comando, senza fare tante parole, ci stava già preparando. Alle nove tremende iniezioni già fatte nello stomaco, ne aggiunsero altre tre, intercalandole con tre altrettanto dolorose nella schiena.

La Russia ci faceva tanto paura e molti miei compagni studiavano giorno e notte il modo di scansarla. Chi aveva un motivo qualsiasi, cercò in tutti i modi di farlo valere e qualcuno riuscì a farsi trasferire alla deposito. Per chi non aveva nulla, era molto difficile scansarla.

Mia sorella Giacinta mi portò una bottiglia di un preparato consigliato da un settimino, che mi avrebbe fatto venire un forte batticuore. Io, che già avevo visto Vaccaneo, che in Albania aveva fatto di tutto pur di farsi mandare a casa e vi era riuscito, ma dopo tre mesi era morto, preferii affrontare la mia sorte, pensando che se la fortuna mi aiutava, almeno sarei tornato sano.

Quella bottiglia la portai nello zaino forse fino in Russia, ma poi la gettai con un po' di rincrescimento per mia sorella, che si era preoccupata di portarmela appositamente fino a Cuneo.

Poco alla volta purtroppo si delineò all'orizzonte la certezza che la Russia ci attendeva e in seguito si seppe anche la data di partenza.

Quella notizia ci sconvolse, non si parlava più d'altro. Quella Russia così lontana, col suo freddo terribile che non perdonava, come non aveva perdonato Napoleone, ora aspettava anche noi. Era un fronte che nè ci entusiasmava, nè ci interessava, ma ligi al nostro dovere chinammo la fronte e ancora una volta dicemmo di si.

Preparammo il nostro zaino con cura, cercando di non dimenticare ciò che più ci sarebbe stato utile e che ci era possibile avere.

Nei giorni che precedettero la partenza, riuscii a fare una scappatina a casa per salutare i miei genitori, e forse nè io nè loro ci rendemmo conto con quanta probabilità sarebbe stato quello l'ultimo abbraccio.

Mio papà, ricordandosi di mio cugino Lino della Roncaglia, che da un anno già era in Russia nell'autocentro, commosso mi diede una bottiglia di barolo di qualche anno prima, molto buono, perché lo portassi con me per berlo con lui, se fossi riuscito a trovarlo in quei paesi lontani.

Ci salutammo con tanto dolore e disperazione di fronte a una partenza dal ritorno così incerto.

 
Cap. III
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