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La mia vita militare

di Luigi Roggero

CAP. III - PARTENZA PER L'ALBANIA E FRONTE GRECO-ALBANESE

Infatti, dopo una quindicina di giorni di preparativi, imbarcati su di una tradotta, ci trasportarono a Bari nei locali della fiera del Levante,in attesa dell'arrivo delle navi per la traversata.

Qui ci fermammo 4-5 giorni e tutte le sere uscivo con Pasquale Ornato, Brandino Enrico e uno di Vergne di cui non ricordo il nome e ci davamo alla pazza gioia decisi a spendere tutti i soldi italiani che avevamo in tasca. Pensavamo che se ci gettavano ai pesci durante la traversata, o se anche avessimo avuto la fortuna di arrivare in Albania, i nostri soldi non sarebbero stati più validi. Se poi un giorno avessimo avuto la fortuna di rientrare, qualcuno avrebbe pensato a noi.

Ricordo che nel giorno stabilito per il nostro imbarco ci radunarono tutti al porto. Non so quanti saremmo stati, ma sicuramente vicini ai 5000. Ornato ed io avremmo voluto salutare ancora una volta i nostri amici di La Morra: Brandino Enrico, Valfrè, Sarnini Giuseppe. In quel trambusto sembrava impossibile. Ornato, invece, fischiando un motivo solo a loro noto in meno di cinque minuti li ritrovò tutti e tre. Quel motivo lo ricordo ancora adesso ma non l'ho mai più ripetuto, perché mi pareva una cosa troppo sacra che a loro soltanto appartenesse; nessuno di quelli che lo conoscevano è sopravvissuto alla Russia, tranne Ornato.

C'imbarcammo, se non ricordo male, il 23 dicembre 1940 e le nostre navi formarono un convoglio di 4 unità scortati da due cacciatorpediniere e da un apparecchio che ci sorvolava continuamente. Partimmo alle tre di notte con un mare terribilmente agitato. Noi dormivamo tranquillamente nelle nostre cuccette e nessuno s'accorse di nulla, fino verso le sei del mattino, quando passarono col caffèlatte per la prima colazione.

Come qualcuno tentava di alzarsi per bere un sorso, immediatamente lo stomaco si rivoltava, risentendo le conseguenze del mal di mare, senza più riuscire a liberarsene. Tanti tentarono di scendere dalle cuccette per risalire sul ponte, ma non riuscirono che a raggiungere la scala per poi sedersi sui primi scalini.

Io ebbi l'ispirazione di non bere quel latte ma di prendere un bicchierino di fernet che, prima di partire da Cuneo, mi aveva regalato la signora Fantino, moglie dell'allora maggiore veterinario della nostra caserma: signora molto buona, che conoscevo da prima della guerra, essendo stato in collegio col figlio, col quale ancora adesso sono in grande amicizia.

Quel goccio di Fernet mi diede una spinta e, sceso dalla mia cuccetta, riuscii a farmi largo in quella scala, interamente occupata dai miei compagni alle prese col mal di mare,e un po' a stento riuscii a salire sul ponte.Mi sedetti dietro i muli su di una panchina,appoggiato coi gomiti sulla sponda della nave, colla testa fra le mani e con le dita mi chiudevo le orecchie, per non sentire i miei compagni che, coi capelli dritti e gli occhi sbarrati, avevano un gran da fare col mal di mare che, verso le 9-10 aveva colpito il 95% degli occupanti quelle quattro navi.

Io, forse per merito di quel fernet, resistetti e me ne stavo immobile a guardare, senza mai voltarmi, quelle onde. Il mare era agitato in modo veramente spaventoso; i marinai stessi erano preoccupati ed anche la maggior parte di loro avevano sofferto il mal di mare. Il susseguirsi delle onde era incessante: a mano a mano che si avvicinavano a noi, si ingigantivano tanto da sembrare montagne che dovessero abbattersi su di noi.

Quando poi s'infrangevano contro la nave,come sollevata da un gigante,veniva scaraventata in alto come un fuscello per poi ripiombare e quasi sprofondare in quegli abissi sotto di essa, di 15-20 metri di profondità. Ci sentivamo come inchiodati alla nave quando veniva lanciata in alto e restavamo senza fiato, leggeri, quando sprofondava in quei vuoti. Coll'infrangersi delle onde contro la nave, ondate d'acqua allagavano il ponte, rinfrescandoci senza che ne avessimo alcuna necessità, nel giorno della vigilia di Natale.

Io stetti in quella posizione fin verso l'una circa, quando suonò il rancio. Chi lottava ancora col mal di mare (ed erano ancora quasi tutti) non si mosse; ma io avevo una gran fame e mi avvicinai alle cucine. Nell'attimo in cui misero fuori le marmitte, tre urli terribili delle sirene dell'allarme ci agghiacciarono il sangue. Sembravano tre urli soffocati di un moribondo.

La nostra nave con un brusco movimento si girò a sinistra in direzione del pericolo. Un sottomarino nemico aveva lanciato diversi siluri contro le nostre navi e tre di queste (la prima,su cui ero io,la seconda e la quarta) avevano fatto in tempo a schivarli, mentre la terza, accortasi troppo tardi del pericolo,era stata colpita. Ricordo che vedemmo quella nave scomparire in una nuvola d'acqua che pareva toccasse il cielo. Subito ci diedero ordine di vestire il salvagente,che consisteva in quattro tappi di sughero grossi come un mattone,chiusi e collegati tra di loro con stoffa; in mezzo c'era un buco dove s'infilava la testa e,dietro e davanti, delle funicelle per fermarli al corpo.

Se penso a quel momento rabbrividisco perché, se per caso avessimo dovuto gettarci in acqua, non si sarebbe salvato neppure uno. Vestiti in grigio-verde, con nei piedi gli scarponi da montagna, non so a che cosa sarebbe servito quel salvagente, con il mare in burrasca. Inoltre, l'ottanta per cento di noi aveva visto in quei giorni per la prima volta il mare.

Dopo qualche minuto, guardando verso la terza nave, riapparsa da quella nuvola provocata dallo scoppio, la vedemmo piegare sopra un fianco. Abbiamo saputo in seguito che quando stata colpita, il comandante, senza forse rendersi conto del danno reale e pensandolo assai più grave, ha gridato l'ordine estremo del: "si salvi chi può". Ed proprio in questo momento che gli occupanti di quella nave, presi dal panico, cercarono scampo: chi, come i liguri, maggiormente sa-pevano nuotare cercarono d'allontanarsi per evitare il risucchio della nave, se, come si temeva in un primo momento, fosse affondata in poco tempo; altri si af-fidarono alle zattere-salvagente, ma anche queste, sovraccariche, affondarono.

Dopo alcuni minuti, il comando si rese conto che il danno non era grave come era parso in un primo tempo e fermò i soldati che, titubanti, avevano tardato a lanciarsi in mare e, tamponando alla meglio lo squarcio, lanciò l'S.0.S. e attese il soccorso.

Purtroppo quelli che erano in acqua perirono quasi tutti: chi inghiottiti dalle onde, chi tra le eliche e chi,infine,schiacciato tra la nave che affondava e quella di soccorso che, dal porto di Vallona, in pochissimo tempo arrivò. La nave colpita, che trasportava oltre mille alpini, affondò dopo nove ore circa.

Il giorno dopo, Natale 1940, sbarcammo a Vallona accolti, oltre che dai disagi della guerra, da una pioggia torrenziale, che ci accompagnò per quaranta lunghi giorni. A Vallona ci accampammo sotto la palafitta di una casa per ripararci dalla pioggia. Nei dintorni della città c'erano enormi buche, causate dai bombardamenti aerei.

In quei giorni, sapendo che erano sbarcati i superstiti della nave affondata, andai a cercare il cugino Alessandria Lorenzo dei Colombè di Perno e seppi che l'aveva vista molto brutta. Dopo lo scoppio del siluro era salito su una zattera già sovraccarica che si ruppe, ribaltandoli in mare. Lui che forse non aveva mai visto il mare e che, quando in Tanaro l'acqua gli passava sopra le caviglie, tornava indietro spaventato, buttato in mare riuscii a non bere e a tornare a galla, aggrappandosi ad un salvagente con altri cinque suoi compagni.

Le onde lo portarono lontano dalla nave, il mare si era leggermente calmato, ma i suoi compagni, col passar delle ore sfiniti, uno alla volta allentarono la presa e sparirono tra i flutti. Uno dei suoi compagni, mollato il salvagente, si aggrappò ad una sua manica e lo avrebbe sicuramente trascinato con sé, se prontamente, lasciando la maniglia del salvagente, non si fosse liberato di lui che si portò via la manica della giacca. Erano rimasti in due e aiutandosi a vicenda riuscirono a sedersi sul salvagente ,fin quando un aeroplano li vide e li segnalò ad una nave che subito accorse a salvarli, ma troppo tardi per quel suo compagno che, appena salito sulla nave, morì. Mio cugino fu avvolto nella cotonina per due giorni e con massaggi gli riattivarono la circolazione del sangue e dopo qualche giorno poté raggiungere il reparto.

Il giorno dopo, lasciata Vallona, andammo in una località detta Bratai e qui il reparto si accampò. Però ben presto arrivò l'ordine di portare alcuni gruppi di specialisti comandati dal tenente Casalegno in posti più avanzati. Partimmo un mattino, dopo aver caricato il necessario sui muli, sotto una pioggia incessante, che ci accompagnò per tutto il giorno senza interruzione. Arrivammo alla sera verso le nove a destinazione.

Eravamo fradici fino alle midolla. Era una notte buia quanto mai e ci fermammo lungo il pendio di una collina, dove l'acqua scrosciando per quei cespugli scorreva a rigagnoli e qui il tenente Casalegno ci diede l'ordine di sistemare le tende.

Fu un momento terribile poiché era quasi impossibile montare una tenda in quelle condizioni. Un'unica casupola che si trovava per quei boschi fu occupata dal tenente e dal comando. Ricordo che io, Fava Carlo, Cascinelli Guglielmo, Giacosa Vittorio, Rinaldi Giuseppe e Allara, preso un telo ai muli a stento riuscimmo a fissarlo a due cespugli da una parte, a due alberelli dall'altra, in modo che avesse un po' di pendenza. Facemmo tutto alla luce di fiammiferi che, appena accesi, si spegnevano.

Quindi,ognuno cercando nel buio, fece un mucchietto di pietre dove appoggiammo lo zaino su cui ci sedemmo, accovacciati e così passammo la notte. Io e Giacosa eravamo i più giovani, ma quella sera tutti abbiamo versato una lacrima, sognando la nostra famiglia e la nostra casa.

Quando al mattino ci diedero la sveglia, se così si può dire, dato che avevamo dormito ben poco, continuava a piovere come il giorno prima. A stento riuscimmo ad alzare le tende ed anche la notte successiva la passammo seduti sullo zaino, perché mancava la paglia. Nel secondo giorno siamo riusciti a recuperare una porta di una casetta diroccata,cos quella sera almeno ci sdraiammo un po'. Se almeno avesse smesso di piovere, forse ci sarebbe arrivata la paglia o almeno avremmo potuto cercarne da qualche parte. Ma il tempo non accennava a cambiare: eccetto brevissime interruzioni, piovve per quaranta giorni di seguito.

Finalmente un giorno ci consegnarono la paglia, ma tanto era il fango e l'acqua che anche questa durò ben poco. In quel periodo il nostro reparto fu colpito dalla dissenteria e per chi doveva uscire dalla tenda, specie di notte ed in gran fretta,era quasi impossibile non toccare il telo,che immancabilmente si metteva a gocciolare, con non poche proteste dei compagni. Allora bisognava con un dito tracciare il percorso a quella goccia,per portarla al fondo del telo.

A tutto questo non tardò ad aggiungersi un altro aspetto indesiderato: pidocchi che, in poco tempo, divennero un flagello, un tormento indescrivibile. Dei miei compagni, molti si grattarono in un modo che, in breve tempo, furono ricoperti di piaghe,specialmente sulla schiena. Non c'erano ancora i numerosi rimedi di oggi; quando smetteva di piovere ci cambiavamo (almeno le robe più intime) e facevamo bollire tutto nella gavetta,non disponendo di altri mezzi.

Il nostro piccolo accampamento era situato tra la nostra artiglieria ed il fronte greco e quasi tutte le mattine poco prima dell'alba, c'era uno scambio di colpi tra i due eserciti.

Noi che eravamo nel bel mezzo, usciti dalla tenda, stavamo ad osservare le bombe passare. Di notte lasciavano una scia luminosa ed era un vero spettacolo vedere quell'incrociarsi di bombe, sempre sperando che non cadessero sulle nostre teste.

Una parte dei miei compagni, comandati dal tenente Casalegno, si erano portati più avanti in un altro osservatorio.

L'Albania s'affaccia sull'Adriatico con una lunga costa interrotta dai porti di Vallona e Durazzo, mentre le città più importanti dell'interno sono Tirana ed Elbasan. Nelle città fioriva gran parte del commercio e dell'industria, nelle campagne c'era un po' d'agricoltura, ma soprattutto predominava la pastorizia.

Dopo qualche tempo dal nostro arrivo, i viveri cominciarono a scarseggiare e qualcuno cercò di arrangiarsi, ma ben presto i pastori vennero al comando a lamentarsi perché sparivano i loro agnelli. Allora ci diramarono l'ordine di non toccare nel modo più assoluto le bestie. Ciò nonostante all'osservatorio del tenente Casalegno non mancarono mai.

Gli albanesi non erano grandi lavoratori; qualcuno distillava qualche intruglio di erbe e poi, tranquillamente seduto lungo il sentiero dove noi passavamo, ce lo vendeva per un lesc il bicchierino. Il lesc era la loro moneta che equivaleva ad una lira e 25 centesimi.

Gli agricoltori in genere avevano più di una moglie; li incontravamo per strada, l'uomo sull'asinello con la pipa e le donne con la faccia coperta a piedi davanti a lui, con sulle spalle gli attrezzi da lavoro. Arrivati al campo raramente lui le aiutava, ma se ne stava tranquillamente seduto mentre loro lavoravano.

Sono andato una volta con amici da una casa per comprare uova. Dopo aver bussato per un quarto d'ora, non essendoci uomini a casa uscita una donna armata di accetta, spaventatissima. Con gesti e parole l'abbiamo alquanto rassicurata, ma le uova non ce l'ha vendute e l'accetta non l'ha posata. Demmo uno sguardo a quella casa, dal di fuori: l'abitazione era al primo piano, sul davanti un balcone lungo come la casa collegava tutte le camere. Sul fondo del balcone c'era il gabinetto,nascosto da quattro stracci. Da un buco nelle assi gli escrementi cadevano direttamente nel cortile; non c'erano nè tubi nè fossa.

Le vie di comunicazione, esclusa qualche strada principale che collegava le città più importanti, erano misere. Da Durazzo partiva una specie di ferrovia,con vagoni che potevano trasportare forse 10-12 persone,trainati da un cavallo.

Intanto il tempo non accennava a migliorare; dopo un mese o forse più ci giunse l'ordine di portarci sul fronte nei pressi di Pjerati. Qui attraversammo il Devoli e ci attendammo lungo il fiume.

Ricordo che un giorno mandarono me e Allara a portare la posta ad un osservatorio abbastanza lontano. Quello che ci preoccupava non era la lontananza, ma la strada: un vero pantano in cui era ben difficile camminare. Più di tutto ci spaventava un tratto non lontano dall'accampamento, difficile da attraversare di giorno, impraticabile di notte. Partimmo verso l'una dopo mezzogiorno camminando quasi di corsa per tutto il percorso per ritornare di giorno. Al ritorno però sbagliammo strada, perdendo così del tempo prezioso ed arrivando al punto cruciale che era notte. Noi, che ci passavamo per la prima volta e a quell'ora, fummo obbligati a seguire il sentiero immergendoci in quella melma che si era formata colla pioggia.

Io e il mio compagno Allara ci prendemmo a braccetto, facendo un passo per uno, e uno faceva da sostegno all'altro quando doveva togliere i piedi, alzando i quali si sentiva un forte risucchio della melma che ci arrivava alle ginocchia. Fu una fatica tremenda che durò oltre tre ore per percorrere un tratto di circa 300 metri. Alla fine arrivammo sopra un pendio che sovrastava il nostro accampamento e, sfiniti, sparammo un colpo di moschetto invocando aiuto. Dal nostro reparto subito partì una pattuglia che ci soccorse e ci riaccompagnò alle nostre tende. Ci diedero da mangiare e viveri di conforto con cognac oltre al vino e ci lasciarono riposare anche il giorno dopo.

Sentieri di questo stampo erano tutti quelli più battuti dalle salmerie. Ricordo che durante uno spostamento i conducenti furono costretti a lasciare liberi i muli per un sentiero per noi impraticabile. Da una distanza di una decina di metri s'impartivano comandi ed esortazioni a quelle povere bestie che a stento riuscivano a togliere i piedi da quel pantano e andare avanti. Ci fu però un punto del sentiero in cui la mula, forse la più brava, carica delle casse di cottura, non riusciva a proseguire, perché da una parte c'era la ripa e dall'altra una pianta. Quella bestia, a cui sembrava mancasse solo la parola, spinta dagli incitamenti del suo conducente, provò e riprovò più volte, finché si piegò tanto che fece passare una dopo l'altra le casse. A tutti noi vennero le lacrime agli occhi nel vedere quell'enorme sforzo, fatto con tanta calma e caparbietà, che le costò la vita: infatti, una settimana dopo morì, con profondo rincrescimento di tutti noi.

Io ero in tenda con Ribero e mi pare con Germano Carlo, Rinaldi Giuseppe, Cascinelli Guglielmo e altri che non ricordo. Ribero veniva da Caraglio ed era un bravissimo amico; era del 1913 ed era molto robusto. Un giorno venni a parole e già stavo per passare alle mani con Germano Carlo di Barolo per una sciocchezza. Ribero, che stava mangiando vicino a noi, ci sopportò per un po', poi alzatosi di brutto ci prese ambedue per il bavero della camicia e quasi ci sollevò da terra, minacciandoci di farci battere la testa assieme, se non avessimo fatto la pace.

Aveva già fatto la guerra d'Abissinia, poi era stato sul fronte francese e adesso era in Albania con noi. Gli piaceva talmente il vino che avrebbe fatto di tutto pur di averne. Aveva un fratello di latte in un reparto della sussistenza non lontano da noi, oltre il fiume, e ogni tanto domandava il permesso di andarlo a trovare.

Il tenente Negri, che conosceva il suo debole, ma ne conosceva anche le buone qualità, non si faceva pregare e concedeva volentieri quel permesso, ben sapendo a quale sbronza andava incontro.

Una volta la piena del fiume portò via la passerella che faceva da ponte e lui rimase dal fratello, ma dopo due giorni voleva rientrare al reparto. Per sostituire quel ponticello che sovente era trascinato via dalle acque del fiume, c'era una teleferica con diversi vagonetti che assicuravano in ogni evenienza il collegamento ed il rifornimento di viveri e di materiale ai vari reparti sparsi oltre il fiume.

Ribero, che aveva il permesso scaduto e voleva a tutti i costi rientrare, sbronzo da tre giorni, si fece caricare e legare su di un vagonetto e traversò così il fiume. Non si spaventò per nulla ed arrivò alla sera in tenda con tre borracce di cognac, anice e vino ed un pezzo di formaggio di quasi due Kg. Ci mise tutto a disposizione, invitandoci insistentemente a bere e a mangiare.

Era bravissimo, avrebbe dato sé stesso per un amico. Ci facevamo un'ottima compagnia e anche noi, che eravamo i più giovani, eravamo ben voluti da tutti e mai nessuno approfittò dell'autorità acquisita coll'anzianità per assegnarci qualche compito più gravoso o qualche lavoro che toccasse a loro.

Un giorno però mi divisero momentaneamente da loro poiché spostarono più avanti alcuni specialisti: radiotelegrafisti, guardialinee e telefonisti, proprio di fronte al Tomori, dove ci accampammo. Il comando si era sistemato in un vecchio cascinale, che era fatto ad angolo ed opponeva la schiena al nemico.

Nel cortile, al riparo dell'angolo della casa, c'era una tenda per ufficiali dietro cui era sistemato il centralino telefonico. Vicino a questa tenda avevamo scavato un piccolo rifugio. Ogni tanto eravamo bersagliati dall'artiglieria nemica e noi cercavamo riparo sdraiandoci contro certe grosse pietre che sporgevano fuori dalla terra. Tra queste pietre c'erano pini e altri alberi, più o meno alti, più o meno fitti.

Un giorno in particolare fummo presi di mira dall'artiglieria nemica che sparò per diverse ore. Qualcuno di noi, come gli altri al riparo delle pietre, fu coperto di terra per lo scoppio molto vicino di qualche bomba. Un caporal maggiore che faceva servizio al centralino, mentre stava portando l'apparecchio al riparo, fu colpito a morte da una scheggia. Sposato con due bambini, era il primo del nostro reparto che cadeva sotto il piombo nemico e per la prima volta ci rendemmo conto di quanto fosse crudele la guerra.

Alcuni miei compagni improvvisarono una cassa, alquanto rustica, con assi tolte da quella casa e il giorno dopo il cappellano celebrò la S. Messa e quindi lo portammo a seppellire in un piccolo cimitero militare nei dintorni di quel paesetto.

Ci stupimmo di come ogni tomba, erano forse una cinquantina, avesse una croce bianca. Dopo quel rito così doloroso, sostammo tra quelle croci e una attirò la nostra attenzione. Sulla croce era legata una lettera con un mazzo di fiori. Col cuore in gola e le lacrime agli occhi la leggemmo: era di una mamma di Barolo che, assieme a quel mazzo di fiori mandava il suo ultimo abbraccio al figlio caduto in quelle terre lontane. Sembrava che quella mamma estendesse quell'abbraccio a tutti quei giovani che, accanto a suo figlio, giacevano sotto quelle bianche croci. Si trattava del sergente Camerano di Barolo. Ci fermammo qui parecchi giorni e ricordo che una volta il comando, a causa del cattivo funzionamento del telefono e della radio, doveva mandare un ordine ad un reparto spostato di fronte a noi alle falde del Tomori. In linea d'aria non era lontano, ma a piedi bisognava scendere nella vallata, attraversare un affluente del Devoli e risalire un buon tratto del pendio del monte. Si tirò a sorte e la scelta cadde su di me. Preso l'ordine e messa la pallottola in canna al mio moschetto, partii per il mandato.

Quasi di corsa scesi a valle tra sentieri nascosti in mezzo ai cespugli. In un ruscello che scorreva limpido mi fermai a bere, ma subito dopo sentii una puzza nauseante. Seguii quel ruscello e a una quindicina di metri pi a monte, vidi una carogna di un mulo che lambiva la corrente. Non stetti a pensarci su e, accesa una sigaretta di tabacco, perché era l'unico disinfettante di cui disponessi, ripartii per la mia missione.

Più a valle un improvviso fruscio mi fece sussultare e da un cespuglio un cavallino albanese sperduto fuggì spaventato.

Come l'avrei preso volentieri: ci provai, ma come tentavo di avvicinarmi, partiva come un fulmine. Abbandonai l'idea e continuai il mio cammino. Giunto al fiume tentai di attraversarlo a guado. Mi tolsi le scarpe e le calze, mi rimboccai quanto più potevo i pantaloni e m'inoltrai nell'acqua, ma,giunto quasi a metà, l'acqua mi passava le ginocchia e la corrente era talmente forte che quasi mi sollevava.

Mi guardai attorno e m'accorsi che non c'era anima viva e, in caso di necessità, non sarei stato nè sentito nè visto. Ebbi paura e tornai indietro. Mi avevano detto che ci doveva essere una passerella, ma non sapevo se vicino o lontano. Corsi allora lungo il fiume e finalmente la trovai, formata da due alberi, uno in punta all'altro.

Attraversai e sempre di corsa mi arrampicai lungo il Tomori, fino a raggiungere il reparto a cui dovevo consegnare l'ordine affidatomi. Il comandante mi firmò l'ordine di consegna, mi fece servire un buon caffè e mi domandò se volevo mangiare, ma il tempo era poco e si faceva tardi. Presi solo una pagnotta con del formaggio e ripartii.

Il ritorno fu più tranquillo, ma sempre teso per il timore di non arrivare in tempo al mio reparto e di trovarmi di notte per quei sentieri sconosciuti. Arrivai sul far della notte, consegnai la ricevuta e, preso il rancio, me ne andai a dormire, perché ne avevo veramente bisogno.

Ma un giorno arrivò l'ordine di spostarci ancora su di un altro fronte molto pericoloso, dove a tutti i costi si doveva sfondare passando per una vallata tra due montagne occupate e ben difese dai Greci.

Già radioscarpa diceva che il nostro colonnello Orlandi, comandante del 4° reggimento artiglieria alpina, temesse di dover perdere molti dei suoi uomini in quell'operazione.

Fortunatamente per noi, arrivati sul posto si seppe che i tedeschi avevano già conquistato quel fronte e la Grecia si era arresa, alleviando così le nostre paure e i nostri sacrifici.

A questo punto ci inviarono, sempre a piedi, verso il fronte iugoslavo e dopo aver camminato diversi giorni, arrivammo a Dibra; ma anche qui, con nessun nostro rimpianto, fummo preceduti dai tedeschi.

In questa città ci siamo riforniti di formaggio di ogni qualità e per un mese mangiammo formaggio a tutti i pasti. Prendemmo pure dei cavalli, magnifiche bestie, uno dei quali, bello ma testardo da non sentire nè guinzaglio nè redini, andava sempre dove voleva.

Ripartiti per il ritorno, dopo due o tre giorni di marcia arrivammo a Elbasan, dove ci accampammo.

Durante questo viaggio una sera ci accampammo in un prato con poca paglia da metterci sotto e, non so come, durante la notte arrivò dell'acqua e al mattino ci alzammo tutti bagnati. Svegliandomi sentii forti dolori al basso ventre e quasi stentavo a camminare. Mi rivolsi al caporal maggiore Fantacci, ligure puro sangue, che mi diede due pastiglie: in appena due ore, mi calmarono completamente il dolore. Da buon intenditore mi disse che si trattava di un surriscaldamento causato dall'umidità. Non sentii mai più di quei dolori.

In quel periodo ricevetti una lettera da mia sorella Giacinta che mi avvisava che il suo fidanzato era anche lui partito per l'Albania coi complementi del 2° Alpini ed era a Elbasan. Mi misi allora alla sua ricerca e dopo qualche ora lo trovai, così feci la conoscenza del mio futuro cognato Giovanni Lenta e ci ritrovammo diverse sere. Elbasan era una bella cittadina di pianura, attorniata da tanti alberi, in mezzo ai quali ci accampammo. Eravamo ai primi di maggio e in quei giorni ci giunse la sospirata notizia del nostro prossimo rimpatrio. Infatti non tardammo ad imbarcarci a Durazzo il 20-5-41 e il viaggio di ritorno per mare fu molto più tranquillo di quello d'andata.

Infatti, grazie al mare calmo e all'entusiasmo del ritorno, fu quasi un viaggio turistico, fortunatamente indisturbato da parte del nemico. Sbarcammo a Bari e ci sistemarono nuovamente nei locali della fiera del Levante ove ci fermammo una quindicina di giorni in contumacia. Ci tagliarono i capelli quasi a zero e obbligarono chi l'aveva a radersi anche il pizzo.

Redandi quasi pianse ed offerse tutto quel che aveva nel portafoglio al capitano Scognamiglio, pur di salvare il suo pizzo.

Non aveva tutti i torti: era un ragazzone alto un metro e novanta, biondo, con un pizzo ondulato che gli conferiva un'aria distinta e imponente. Aveva una grossa tenuta nel milanese con diversi operai. Si diceva che avesse comprato un cavallo da sella, gemello di un campione americano da corsa, spendendo una somma favolosa. Era bravissimo, un pacioccone, e non so se sia poi venuto anche lui in Russia. Ma allora il nostro capitano fu inflessibile e anche lui dovette sottostare agli ordini, non dico con quale rammarico.

A Bari mi trovai con diversi amici di La Morra, anche loro artiglieri di montagna e reduci dall'Albania: Ornato Pasquale, Brandino Enrico, Monchio. Con loro passai alcune sere in allegria.

 
Cap. II
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