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La mia vita militare di Luigi Roggero CAP. II - FRONTE FRANCESE Il giorno dopo, alle tre del mattino, il reparto nostro partì a piedi per Pradleves. Io ero a riposo e mi lasciarono in caserma; li avrei poi raggiunti col camion. Però mi svegliarono appena quelli partirono, perché io e due altri miei compagni a riposo, dovevano caricare il magazzino, sito al secondo piano, e arrivare col camion a Pradleves prima del reparto, per preparare loro il rancio. Non voglio dire quello che ho dovuto sopportare in quel frangente. La prima volta salii e scesi le scale a quattro zampe, per evitare un po' il dolore. Ma poi, anche spinto dalle incitazioni del sergente rimasto in caserma, ripresi lentamente a camminare, avvertendo che a poco a poco il dolore mi si attutiva. Partiti col camion ed arrivati a destinazione, aiutammo i cuochi a metter su la cucina, ed il reparto non tardò ad arrivare. Ci attendammo nei pressi del paese in bellissimi boschi di castagni e lì ci fermammo per tre o quattro giorni. Il tempo era discreto e visitando il paese trovammo famiglie accoglienti, che ci offrirono latte e castagne per diverse sere. Per loro forse non era granché, per noi invece era una primizia, specie in quei tempi in cui il pane cominciava a scarseggiare, ed a 20 anni si fa presto a risentirne. Ma se la guerra fosse stata ovunque come in quei giorni per noi, non sarebbe stata una tragedia per nessuno. Ma ben presto tutto questo finì e arrivò l'ordine di ritornare a Cuneo. Partimmo al pomeriggio e verso le 9 di sera arrivammo nei pressi del ponte vecchio, che congiunge Madonna dell'Olmo alla città, ove ci accampammo. I miei compagni, che abitavano nei paesi più vicini, ne approfittarono per scappare a casa a salutare le loro famiglie coll'intenzione di rientrare prima del mattino. Ma in quella stessa sera arrivò l'ordine di ripartire per Acceglio. Partimmo al mattino verso le due di notte, sempre a piedi. Dei miei compagni scappati a casa, alcuni arrivarono in tempo, altri ci raggiunsero in marcia, e altri ancora a Dronero, nostra prima tappa. Qui ci accampammo sotto un ponte che mi pare fosse ferroviario. Ripartiti il giorno dopo ci portammo a Stroppo, quindi ad Acceglio e di qui a Chiappera. Strada facendo più ci si avvicinava alle montagne e più si distinguevano i colpi dei cannoni e delle mitragliatrici, con non poca nostra apprensione. Arrivammo a Chiappera verso il 15 giugno e ci accampammo a sinistra del paese, a ridosso delle montagne di fronte alle case. In quei giorni si mise a piovere e la temperatura si abbassò; su al fronte cominciò a nevicare e non tardarono a scendere, portati in barella, i primi feriti e altri con i piedi congelati. La nebbia sulle montagne era in continuo agguato: col suo spostarsi repentino minacciava di lasciare allo scoperto i nostri soldati ad ogni loro movimento. Io avevo fatto la tenda con un compagno di Alessandria, un certo Casetta. Avevamo tre teli, ma ne mancava uno e se mettevamo una coperta per chiudere la tenda non potevamo più coprirci; se non la mettevamo l'aria gelida ci portava la pioggia nella tenda. Questo fronte non fu lungo, ma ugualmente duro e triste. Ricordo che un giorno arrivò l'ordine di spostare una nostra stazione radio in prima linea cogli alpini per dirigere i tiri dell'artiglieria, al comando del tenente Casalegno. Partimmo con non poca paura, io, Casetta e Allegrini, ma arrivati al comando di divisione, il tenente Casalegno che aveva messo in opera tutto il suo ingegno per scampare a questo pericolo e ce l'aveva fatta, ci diede ordine di tornare all'accampamento con nostro gran sollievo. Non so come mai, al ritorno rimasi solo, e stavo percorrendo un sentiero a ridosso della montagna. Ad un centinaio di metri da me nella vallata c'erano 9 pezzi d'artiglieria di 149 prolungati, che avevano una lunga portata. Proprio nell'attimo in cui mi trovavo di fronte ad essi, partì un colpo a salve da tutti i nove cannoni. Forse per lo spostamento d'aria, ma più di tutto per la gran paura, caddi a terra e per dieci minuti ci rimasi prima di riprendere fiato e coraggio per rialzarmi. Questa fu la mia prima esperienza di guerra a cui ne seguirono ben presto delle altre. Infatti quasi tutte le sere le artiglierie francesi ci davano la buona notte. Però l'ultima sera (quella del 24 giugno) non si fermarono più. Era già stato firmato l'armistizio, colla clausola del cessate il fuoco all'una di notte e quelli spararono fino all'una in punto, con bombe e istantanee, costringendoci a ripararci tra le rocce contro le montagne. Quando questi bombardamenti cessarono, il cielo si rasserenò ed il giorno dopo, il 25 giugno, giorno successivo a S. Giovanni Battista, il sole contribuì a festeggiare in gran allegria quella prima giornata di pace. Scendemmo dopo qualche giorno ad Acceglio e ci accampammo lungo il fiume Maira e qui ci fermammo una quindicina di giorni. Fu un periodo di riposo, non facevamo nulla e la sola occupazione era giocare a carte. Ricordo che anch'io una sera mi lasciai convincere e giocai anch'io a mazzetti. Giocai con un ligure, il caporal maggiore Fantacci che mi vinse (un po' con inganno) 50 lire. Stetti molto male, anche perché non li avevo. Quando, qualche giorno dopo, mi diedero la decade dovetti consegnarla tutta al mio rivale. Maledissi quel gioco e giurai di non lasciarmi attirare mai più. Ricordo ancora perché fu grave, che una mattina ero di sentinella all'accampamento e alle sette diedi la sveglia agli addetti alla cucina che, alzatisi, fecero il caffè. Prima di dare la sveglia al reparto presi la gavetta e me ne feci versare un po', senza pensare che avevo il fucile in spalla colla baionetta innestata, insomma ero di guardia. Era una cosa che facevano tutti e non era mai successo nulla. Quella mattina, invece, mentre prendevo il caffè, si affacciò dalla tenda il sergente Diato, e come mi vide con la gavetta in mano, fece rapporto. Questo sergente era un uomo che da borghese era un semplice garzone in una cantina nei pressi di Bra, e non era mai riuscito a emergere, nonostante le sue aspirazioni. Da militare, avendo raggiunto i gradi di sergente,si sentiva un mezzo generale. Così mi affibbiarono tre giorni di rigore. Non era la prigione, che di per sé mi facesse paura, perché anche gli anziani cercarono di consolarmi e di spiegarmi che il rigore era una cosa che capitava un po' a tutti. Ma al tempo stesso non augurarono un gran bene a quel sergente, con parole non troppo carine che dimostravano quanto poco fosse loro simpatico. Infatti, un giorno in cui i conducenti stavano facendo l'abbeverata ai muli nel fiume Maira e questo sergente li tempestava di osservazioni e di minacce, dopo averlo sopportato per un po' lo presero e lo misero a bagno nelle acque non troppo calde del fiume e così lo lasciarono avvertendolo di cambiare tattica verso di loro. La conseguenza più spiacevole della mia punizione fu la perdita di quattro giorni di licenza che venne concessa a tutti dopo il fronte francese. Dopo una quindicina di giorni ci spostarono nei pressi di Cuneo dove ci accampammo a sinistra della strada che dal ponte nuovo porta alla Madonna dell'Olmo, in attesa di partire per la Carnia nei dintorni di Tolmezzo. Nel periodo in cui restammo attendati in quel posto, per uscire la sera bisognava percorrere il ponte nuovo per arrivare in città. Una sera, sorpassata la nostra caserma, vidi un milite che mi sembrò di riconoscere, passarmi davanti un po' chino, cogli occhi fissi in terra. Mi fermai incredulo, lo lasciai attraversare la strada, poi lo raggiunsi e presolo per un braccio gli dissi:"Ma tu sei Secondino." Mi guardò, gli spuntarono due lacrime e quasi vergognandosi mi rispose: "E...purtroppo!". Poverino! Era Varaldo Giorgio della mia frazione (dove lo chiamavamo Secondino). Faceva il panettiere ed aveva una piccola osteria con la rivendita di Sali e Tabacchi di S. Maria. Gli volevano tutti bene. Tante volte alla sera, stanco, si addormentava sui tavoli dell'osteria ed i clienti finito di giocare lo svegliavano per pagare; altri invece, deposti i soldi sul tavolo, se ne andavano senza svegliarlo, ben sapendo che al mattino potevano dormire, mentre lui doveva alzarsi presto per fare il pane. Ma appunto perché aveva tutte queste mansioni l'avevano costretto a prendere la tessera della milizia ed un triste giorno l'avevano richiamato alle armi insieme a Dotta Giovanni, altro esercente di S. Maria e tanti altri. Giorgio avrebbe potuto essere mio papà,era del 1897 e si sentiva talmente umiliato che quelle poche sere che usciva passava per le vie secondarie e senza alzare gli occhi nè salutare nessuno, andava dritto al S. Benigno: una piccola trattoria i cui titolari erano di Serralunga e dove trovava quasi sempre qualche altro nostro paesano come Mario Alessandria, mio coscritto del genio di stanza nella caserma degli alpini. Ci demmo quindi appuntamento la sera dopo al S. Benigno dove potei trovare anche Mario e così passammo alcune sere insieme. Ricordo che una sera Giorgio arrivò sconvolto e ci raccontò che uno della fanteria passandogli vicino gli aveva sputato su di una scarpa in segno di disprezzo. "Almeno fosse stato un alpino!" ci disse con enfasi. Capii tutto quello che doveva provare quell'animo generoso che, durante la prima guerra mondiale vestiva anche lui la divisa da alpino ed aveva con loro combattuto, mentre adesso si trovava vestito da milite suo malgrado, costretto a sopportare simili umiliazioni. Intanto si avvicinava l'ora della partenza per la Carnia. Tutti i miei compagni erano già andati in licenza ed a me l'avevano negata a causa di quei maledetti tre giorni di rigore. Eppure non volevo partire senza fare una visita a casa mia per abbracciare i miei famigliari. Dal giorno in cui ero partito non avevo più rivisto nessuno e in Carnia non s'andava in villeggiatura,ma per far fronte ad un eventuale attacco della Jugoslavia .Ma per andare a casa non c'era altro mezzo che la bicicletta. Cercai di convincere anche Mario, in procinto di partire per il Veneto, e ci mettemmo d'accordo per partire la sera appena usciti dalla caserma per poi far ritorno prima del mattino. Io avvisai il sergente maggiore Ghersi ed il mio caporal maggiore Uglaton Secondo, ed alla sera partii quasi tranquillo con Mario, che invece si sentiva titubante per non avere avuto appoggi da nessuno. Passammo per S. Albano ed eravamo quasi a Trinità,quando in lui la paura di essere scoperto e andare in prigione, lo convinse a tornare indietro. Era tanto ligio al dovere da cui venne ricambiato restando disperso in Russia. Io non avevo mai percorso quella strada e, trovandomi solo a fare tutti quei Km. ,non ebbi il coraggio di proseguire e tornai anch'io indietro.Tornai al mio accampamento prima dell'appello e quando il sergente lesse il mio nome, rispondemmo presente in tre. Quei miei compagni, visto che non ero riuscito nel mio intento, si presero beffa di me, minacciandomi di non aiutarmi più un'altra volta. Ma fu una semplice minaccia che ben presto scordarono. Erano tutti troppo bravi, tanto più che noi giovani eravamo pochi fra quasi duecento anziani che ci trattavano quasi come fratelli minori, sempre pronti ad aiutarci. Come vorrei ricordarli tutti! Non ho niente da rimproverare a nessuno nei miei riguardi, nè ai miei colleghi nè ai miei superiori; a volte penso di essere stato io a non essermi comportato con loro nel modo dovuto. Verso la fine di luglio arrivò il giorno della partenza. Andammo alla stazione e, completata la tradotta, partimmo per la Carnia,precisamente per Tolmezzo, un bel paese non lontano da Udine. Appena giunti fummo sistemati nella caserma che era già in parte occupata dalla fanteria, la quale ben presto si dimostrò abbastanza ostile nei nostri confronti. Dopo qualche giorno mi mandarono ad Arta per seguire un altro corso da radiotelegrafista e fu proprio in quel paese che un giorno ricevetti una lettera da casa in cui mi si annunciava che il 5 agosto era nato mio nipote Giovanni, figlio di mio fratello Giacomo, e ne fui veramente felice. La nostra famiglia aveva così un erede che avrebbe portato il nostro nome. In quei posti si stava abbastanza bene, il paese era prevalentemente agricolo, si trovava da mangiare e c'era birra a volontà, bianca ma soprattutto di quella nera e dolce. Al nostro reparto avevamo un gruppo che cantava molto bene. C'era Conta Attilio, Franco Giacomo, Nizza Tommaso, il caporal maggiore Uglaton, Badellino, il serg. magg. Ghersi, Rambaudi, i Ternavasio e altri ancora che quasi tutte le sere, in libera uscita, si radunavano in camerata a cantare e passavano così le loro ore libere in compagnia di qualche fiasco di buon vino. Finito il corso di radiotelegrafista ad Arta me ne tornai a Tolmezzo, dove finalmente mi mandarono a casa con una licenza di 4+2. Andai a casa verso la metà di settembre, con Vigolungo di Canale ed il caporale Gabutto Ferdinando di Barolo. Arrivati verso le quindici a Mestre, avremmo dovuto scendere in questa stazione ed attendere fino a mezzanotte il direttissimo Venezia-Torino. Ma tutti e tre d'accordo,ci chiudemmo in un gabinetto del treno e proseguimmo per Venezia, potendo così visitare quella città per la prima volta. Ricordo che, gironzolando per la città, qualcuno incontrandoci mormorava:" Oh,guarda! Gli alpini a Venezia". Verso le otto in un ristorante bellissimo nei pressi del ponte dei Sospiri, facemmo una cena sontuosa che ci costò 9 lire a testa. Eravamo verso la fine del 1940, periodo di guerra; era perciò rigorosamente prescritto l'oscuramento. Quindi, come calava la notte, diventava difficile girare. Prendemmo ancora il caffè sul Canal Grande e verso le 11 siamo andati alla stazione dove ci attendeva il nostro direttissimo su cui salimmo attendendo l'ora della partenza. Verso le 8 del mattino arrivammo a Torino per proseguire io per Bra e loro due per Alba. Dopo sei mesi potevo finalmente rivedere i miei genitori e la mia casa. Non ricordo più come sia stata la mia licenza, ma di certo allegra e piacevole. Neanche ricordo il mio ritorno, se da solo o di nuovo coi miei compagni. Tornammo a Cuneo in principio di novembre, poiché già si parlava di una prossima partenza per l'Albania.
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