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La mia vita militare di Luigi Roggero Voglio dedicare questo semplice mio scritto a ricordo della mia povera mamma che per me in quei mesi ha tanto sofferto, tanto pianto e tanto pregato. Luigi Roggero Oggi 13 novembre 1984 ho intrapreso a scrivere il diario della mia vita militare. Sono passati tanti anni però il ricordo di quei giorni mi è più vivo che mai, e sento un forte desiderio di ricordare a chi verrà dopo, quello che ho dovuto sopportare nella mia gioventù, in quel periodo durato ben 64 mesi, durante i quali ho affrontato i rischi, pericoli e disagi di tre fronti: fronte occidentale, greco-albanese, russo e 22 mesi di prigionia in Germania. Chi legge sappia che mi sono attenuto alla pura realtà, quella che ho vissuto e che ho dovuto subire in tutti quei lunghi mesi. Mi spiace non ricordare più certi fatti e i nomi di molti compagni che mi erano vicini. Ma cercherò di ricordare il più possibile. Sento il dovere di farlo, poiché la maggior parte di loro purtroppo non sono più tornati. CAP. I - VITA DI RECLUTA Vorrei premettere che la mia gioventù fu condizionata da 6 anni di collegio, anni che per me furono in seguito di grande aiuto morale e fisico, nonostante avessi avuto una grande avversità al collegio. Ero tanto attaccato alla mia famiglia e se questo affetto era stato in parte ferito quando mi imposero il collegio, fu straziato la mattina del 9 marzo 1940 quando dovetti salutare papà, mamma, fratello e sorelle per una destinazione a me del tutto sconosciuta. Ricordo che andai a salutare mio papà, che ancora era a letto, e che, nascondendo la commozione mi disse: "Caro Luigi, parti in un momento assai difficile! Chissà cosa ti aspetterà". Io volevo fare il valoroso, ma le lacrime m'inondavano il viso e dissi solo: "Coraggio papà, stai tranquillo, vedrai che ce la farò!" E corsi via. Presi il sacchetto di tela bianca in cui avevo messo le poche mie cose, salutai ancora con un forte abbraccio mia mamma e mia sorella e uscii coi miei compagni di leva che con mio fratello venivano ad accompagnare me e l'amico Renzo Vegetabile (poiché eravamo noi due i primi di S. Maria chiamati alle armi nel 1940), fino alla stazione di Cherasco. Per la strada tutto andò liscio, tra canti e trovate allegre dei miei amici, ma quando, salito sul treno, salutai con un ultimo cenno della mano quegli amici e mio fratello e rimasi solo con Renzo,il cuore mi strinse; pareva che una porta chiudesse dietro di me tutto quanto avevo di più caro e se ne aprisse un'altra quanto mai buia e piena di incognite. Io che se ero andato due o tre volte oltre Alba o Bra, ero andato per gite scolastiche, ma alla sera sempre ero rientrato nei confini della mia piccola patria, in quel giorno partivo con quel treno che presto mi avrebbe portato ben più lontano. Scendemmo a Mondovì e ci recammo al nostro distretto. Quella gente sconosciuta e in uniforme che ci lanciava sguardi autoritari ci incuteva quasi paura. Fummo sottoposti ancora ad altre visite e quindi ci destinarono: io nell'artiglieria alpina a Cuneo e Renzo nell'artiglieria someggiata a Casale. Rimasi così solo. Certo quella fu una delle giornate più lunghe della mia vita. Quella stessa sera partii per Cuneo, dove m'aspettava una giornata non meno difficile. Al mattino infatti, usciti in cortile ancora vestiti in borghese, gli anziani ci fecero ressa attorno; molti per semplice curiosità,altri invece per vendicare su di noi gli scherzi ricevuti da reclute. Ci divisero tra loro come prede ed io capitai sotto gli artigli di un gruppo capitanato da un certo Coppa. Questi era un bestione che godeva fama di essere il più forte del reggimento. Si diceva che fosse l'ospite indesiderato di tutte le batterie, perché nessuno lo voleva. Ma in fondo in fondo non era poi così cattivo: non sapevo come qualificarlo, forse ribelle ed indomito di fronte alla disciplina ed agli ordini superiori. In quel frangente mi trovai veramente annientato. Tentai di reagire, ma capii ben presto che era peggio che mai. Mi limitai allora ad eseguire tutti i comandi che quello m'impartiva, finché, stanco e depresso, mi offrii di pagargli da bere allo spaccio, liberandomi così dalle torture che questi continuava a sfogare su di me. Il giorno dopo fui assegnato con altri 5 colleghi al comando gruppo Pinerolo a Beinette, paesetto a cavallo del torrente Iosina, di 700-800 persone, che però ospitava circa 500 militari di diversi reparti. E' difficile descrivere l'accoglienza che ci fecero alla stazione di quel paese. Noi eravamo le prime reclute che capitavano tra quei reparti. Gli anziani, cioè i militari che già da un anno almeno erano sotto le armi e si trovavano in quel paese, si diedero appuntamento alla stazione armati di scope, bastoni, tridenti e badili. Sembrava una battuta di caccia a qualche bestia feroce. Alla vista di questo spettacolo ci rannicchiammo in un angolo del vagone terribilmente spaventati e non ci saremmo mai azzardati a scendere, se un sergente e due soldati non ci avessero preso in loro custodia e accompagnati tremanti in una casa dove ci accantonarono. Ci seguì un corteo assordante da cui partivano parole e minacce d'ogni genere. Un artigliere di Alba capì il mio stato d'animo, mi si avvicinò, mi fece un po' di coraggio e mi consigliò di affidare a lui quel sacchetto delle mie cose, dove tra l'altro c'era una bottiglia di barolo e due bei salami. Io che non lo conoscevo, glieli diedi, poiché in quel momento gli avrei dato anche la camicia se me l'avesse chiesta, con poca speranza però di rivederli. Ci portarono in una camerata dove ci assegnarono il nostro posto. Era questa un ampio stanzone con diversi letti a castello. I coppi colle travi del tetto facevano da soffitto e tra un coppo e l'altro si vedeva spesso il cielo. Ci assegnarono due coperte e ci chiusero a chiave lasciando però una sentinella alla porta. Ogni tanto sentivamo che qualche anziano si avvicinava alla porta e stavamo col fiato sospeso. Ma nessuno entrò. Finché passata la mezzanotte la guardia se ne andò e una secca spallata spalancò la porta ed entrarono gli anziani, non prima però che noi avessimo il tempo di sgattaiolare su quelle travi. Quelli allora si calmarono e, parlandoci da amici c'invitarono a scendere ed abbiamo così avuto il primo contatto colla vita militare, rendendoci conto che quell'ambiente non era poi così terribile come ci era parso. Il giorno dopo, quando anche noi uscimmo tra gli altri militari, mi si avvicinò quell'artigliere di Alba che era poi Prunotto, figlio dell'ex-onorevole giovane, degno del papà, veramente bravo. Mi disse che se avevo bisogno di qualcosa dal mio sacchetto potevo prenderlo, lasciandolo però sempre dov'era in sua custodia. Così cominciò la mia vita militare. Restai per una ventina di giorni al comando gruppo Pinerolo dove ogni tanto ci facevano istruzione. La vita scorreva tranquilla e la disciplina era poca; il momento cruciale stava soltanto alla sera quando si usciva in libera uscita, perché ogni anziano che s'incontrava bisognava fare un salto. Bastava che uno qualunque alzasse un dito e guai se non si ubbidiva. Ma poco alla volta anche questi si calmarono. Arrivò però Pasqua, molti anziani se ne andarono in licenza e quei pochi rimasti pensavano come poterci spillare qualche soldo per potersi godere anche loro quei giorni pasquali alla meno peggio, visto che a casa non erano riusciti ad andare. Infatti, una sera dopo poche ore ch'eravamo a letto si sentì la porta spalancarsi ed un secco: "Sveglia!" ci fece scattare in piedi e quindi sull'attenti. Tre uomini con un lenzuolo in testa, due dei quali ai lati avevano una candela in mano, ed il terzo in metà aveva una gavetta con dentro patate affettate con non so quale miscuglio. Entrarono con passo marcato e con fare solenne ci fecero la morale: dovevamo contribuire ad alleviare le fatiche e le privazioni di quei condannati cui avevano negato la licenza col nostro obolo, se non volevamo per penitenza fare la comunione mangiando una fetta di quelle patate. Pagammo una lira per uno e quelli soddisfatti, dopo aver scherzato un po' con noi, se ne andarono lasciandoci riprendere il nostro riposo. Ricordo che la casa che funzionava da caserma per noi si trovava appena passato un ponte, presso lo Iosina e al mattino per lavarci o dopo i pasti per lavare la gavetta dovevamo scendere a quel torrentello e utilizzarne l'acqua. Un bel giorno però mi mandarono a Cuneo con dieci o dodici altri miei compagni per fare il corso di radiotelegrafista al comando reggimento dove rimasi poi sempre. Qui ci assegnarono le brande con lenzuola e coperte. Ci sentivamo signori, sennonché alla sera immancabilmente arrivava il sig.Coppa e qualcuno doveva volare in batteria. A tenerci il corso era il sergente maggiore Bima di Cuneo, uomo molto valido nel suo lavoro ma anche severo. Ricordo ancora alcuni nomi dei miei compagni: Allegrini, il caporale Biagini, Mazza e Moro Renato, tutti quanti liguri e Casetta che mi pare fosse di Alessandria, molto bravo in questo campo. Gli altri nomi non li ricordo più. Andavamo d'accordo ed eravamo abbastanza amici. Il corso durò fino verso la fine di maggio e ricordo che un giorno la mia squadra con una stazione radio uscì oltre il ponte nuovo per esercitarsi in collegamenti. Appena preso contatto colla stazione rimasta in caserma, questa ci avvisò che il maneggio bruciava. Era un vero maneggio per esercitazioni a cavallo, ma era adibito a magazzino di paglia e foraggio. Era sito in fondo al cortile e chiudeva il completo isolato della nostra caserma che formava un grosso rettangolo. Partendo, infatti, dal maneggio da un lato si trovavano: l'infermeria dei muli comandata dal maggiore veterinario Fantino, la mascalcia, le scuderie ed il magazzino vestiario. Dall'altro lato c'era: un tratto vuoto dove si poteva comunicare colla caserma degli alpini, lo spaccio, l'aula del nostro corso e l'officina. Chiudeva il rettangolo dalla parte opposta la caserma vera e propria, colle sue camerate, gli uffici, l'infermeria, le cucine, le mense degli ufficiali e sott'ufficiali ed anche le prigioni vicino al corpo di guardia. Tornammo in caserma, ma a malapena si riusciva a resistere nelle camerate, tanto era il caldo. Le versioni della vera causa dell'incendio erano tante, ma la più probabile sembra fosse quella di un corto circuito. Finito il corso rimasi, come già ho detto, al comando reggimento, comandato dal capitano Scognamili e dai tenenti Negri e Casalegno. Ai primi di giugno partivamo per i campi estivi, prima a Pamparato, poi a Frabosa, da dove poi ci destinarono ai diversi osservatori per le esercitazioni di tiro. Noi, infatti, come radiotelegrafisti, dovevamo sempre partire la sera prima per raggiungere in tempo i punti stabiliti per osservare i bersagli e comunicare le variazioni di tiro. L'ultima esercitazione fu l'otto di giugno. Non ricordo il nome di quella montagna. Ricordo soltanto che siamo partiti la sera del sette giugno alle 15, abbiamo camminato fin verso le nove di sera in una vallata che partiva da Frabosa, dove trovammo un altipiano. Salito il pendio ci si presentò all'improvviso di fronte un bel laghetto, con attorno una quindicina di camosci, scesi a bere. Quando ci videro fuggirono spaventati su per le montagne. Fu uno spettacolo vedere i piccoli con quale energia e destrezza seguivano la loro mamma su per quelle lingue di neve che ancora tardavano a sciogliersi. Qui ci attendammo e nei dintorni trovammo anche un campo di patate che, cotte lesse, furono squisite. Ripartimmo al mattino verso le 3 per raggiungere la cresta della montagna, che era la più alta delle circostanti. C'era uno splendido sole e ci godemmo un magnifico spettacolo, benché fossimo veramente stanchi, perché non bisogna dimenticare che nostri fedeli compagni erano i due cofani della radio: uno di 22 Kg. e l'altro di 24. Eravamo in quattro a darci il cambio, ogni ora. Terminati i tiri verso l'una dopo mezzogiorno scendemmo per il ritorno e raggiungemmo l'accampamento alle 11 di sera, sfiniti, colla speranza di riposarci un po' di più al mattino. Ma alle 2 del mattino suonò l'allarme. Per noi giovani, che non sapevamo cosa capitasse, sembrava che tutto il mondo ci rovinasse addosso. Ci vestimmo in fretta e uscimmo all'adunata. Bisognava partire immediatamente per Cuneo, entro mezz'ora. Le tende sparirono, i nostri zaini si gonfiarono di tutte le nostre cose. I conducenti imbastavano i muli e noi li aiutammo a caricare ogni cosa: cucina, casse di cottura, mobili e utensili per uffici, eliografi, goniometri, radio e altre cose che servivano per il comando reggimento. Dopo mezz'ora si partì per una delle marce più dure della mia vita militare: quaranta Km. di strada asfaltata, con zaino affardellato che, col moschetto, pesava in media sui 26 Kg. Io che avevo già camminato tutto il giorno prima, e già avevo i piedi doloranti, non tardai a risentire di quell'asfalto terribile, sotto un sole cocente. Ogni tanto qualche mio compagno si sedeva sfinito lungo il ciglio della strada e allora il ten. Negri gli permetteva di caricare lo zaino su qualche mulo. I nostri muli erano una trentina più 7-8 cavalli, alcuni bravi, altri meno. Ognuno di essi era affidato ad un conducente e ricordo che Bera Armando e Vaccaneo avevano in consegna due cavalli bianchi, che erano addetti alle carrette e tiravano molto bene, come anche un'altra cavallina, che mi pare si chiamasse Sena, più piccola ma tanto brava e simpatica, se così si può dire di una bestia. Quei due cavalli bianchi invece erano razzisti perché non volevano a nessun costo stare vicino agli altri. Il tenente Negri aveva la statura di un vero artigliere, era alto un metro e ottantacinque circa, spalle quadre, aspetto robusto, ma altrettanto comprensivo e bravo, sempre pronto ad aiutare i suoi soldati. Andava molto d'accordo coll'altro nostro tenente Casalegno, bravissimo anche lui, benché a mio avviso fossero due caratteri opposti. Ma, tornando alla nostra marcia, fino a Beinette, anche faticando, ci arrivammo, ma l'ultimo tratto fu veramente micidiale. Attaccati alle corde dei muli, siamo arrivati trascinandoci a stento a Cuneo. Certo chi ci avesse visto in quello stato non ci avrebbe giudicati molto preparati per una guerra. Il mattino dopo marcai visita e l'infermiere con un paio di forbici mi tagliò sette vesciche sotto i piedi, grosse come nocciole, e mi diede due giorni di riposo. Era il 10 giugno 1940. Verso le 10 suonò ancora l'allarme. Ci radunammo tutti in cortile e un grosso altoparlante trasmise il discorso del Duce, quel disgraziato discorso in cui dichiarò guerra alla Francia.
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