Benvenuti in sempre allo spaccio.
Qui sei fra amici. Non sempre "sinceri", ma veri...

Google
Motore di ricerca


cerca in Internet
cerca nel sito



Click to subscribe to sempreallospaccio

Stop all'uso dei bambini soldato!



Camping sul Garda,
vacanze allo spaccio!




Visite SaS
dal 1 gennaio 2003

Visite a ECulture.org
dal 1 giugno 2004

 

La Storia non insegna
Diario di guerra di Aurelio Mazzone
a cura di Giovanni Turcotti

Tratto da "L'Impegno", a. IV, n. 3, settembre 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Ringraziamo per la testimonianza e riteniamo utile divulgarla a nostra volta

Presentazione

Chi ha vissuto vicende come quelle dell'Armir, Armata Italiana in Russia, negli anni 1942-43 ne resta profondamente segnato per tutta l'esistenza anche se il rasserenarsi degli orizzonti ed il sovrapporsi di nuove situazioni ricche di valori vitali inducono a riporre nell'ob1io immagini tragiche e sensazioni dolorose appartenenti al passato.

Tuttavia, in talune circostanze, tutto quel mondo di orrori e di pena riaffiora imperioso e il ricordo ha il segno dell'inesorabile. Se poi c'è un diario, stilato con precisione nei giorni terribili, allora il dettaglio si fa nitido ed è possibile ritornare a scandire i giorni e le settimane con la sofferenza di un tempo.

Aurelio Mazzone, di Serravalle Sesia, ora capitano, si trovava nell'inverno 1942-43 sulla riva destra del fiume Don, nel cuore della Russia, quale tenente sottocomandante di batteria del 2o raggruppamento di artiglieria di corpo d'armata, a ridosso della prima linea tenuta dai fanti italiani e visse le drammatiche vicende del crollo del fronte dovuto all'offensiva russa e del doloroso e spesso disperato ritirarsi degli italiani verso le retrovie.

Dell'intera vicenda e cioè degli undici mesi che intercorsero tra l'arrivo in terra russa, nel giugno del '42, fino al rientro in Italia, nel maggio del '43, Aurelio Mazzone scrisse un resoconto quotidiano su una minuscola agenda e, a circa quarant'anni di distanza, riordinò il materiale raccolto durante le giornate di guerra. Ne è risultato un volume dattiloscritto dal titolo significativo, "La Storia non insegna", che è il diario che descrive in forma scarna e precisa il succedersi quotidiano degli eventi, le caratteristiche dell'ambiente, le attività dei soldati, i rapporti con gli alti comandi posti nelle retrovie, gli scontri col nemico, la ritirata.

La vicenda può essere suddivisa in tre parti: la prima, relativa ai mesi di giugno-dicembre 1942, presenta la fase di attraversamento della Russia fino all'attestarsi della batteria nella zona del Don, la seconda, relativa al mese di dicembre '42, presenta il dramma del cedimento del fronte e della ritirata, la terza, relativa ai mesi di gennaio-maggio 1943, tratteggia l'interminabile girovagare di parte delle truppe italiane disperse e poi, in qualche modo, riorganizzate nelle retrovie prima di venire rimpatriate.

Lo scritto non ha lo stile dei romanzi di guerra. Attraverso la lettura si è condotti a registrare con lenta e quasi monotona successione il trascorrere dei "giorni di guerra" durante i quali talora la lotta si evidenzia con i suoi aspetti terribili; come i morti e le distruzioni, ma spesso non porta i segni dello scontro col nemico ma quelli della fatica e del sacrificio consumati per far fronte all'ostilità dell'ambiente e alle carenze di organizzazione del nostro esercito.

La lotta è, quindi, prima di tutto quella contro il fango nel quale sprofondano gli autocarri e i trattori con i cannoni, poi quella contro il freddo, specie quello delle notti autunnali ed invernali con la neve e il gelido vento di tramontana contro i quali non sono valida difesa i sottili teli delle tende da campo.

Allora è necessario costruire con le proprie mani ricoveri interrati e baracche, facendo scavi interminabili con piccone e pala, abbattendo alberi e poi spianandoli, sagomandoli, incastrandoli opportunamente e inoltre andando qua e là nei villaggi russi semidistrutti e abbandonati a prelevare assi, infissi, vetri e qualche lamiera provvidenziale. Qui si rende evidente la gravissima carenza di materiale di cui soffre il nostro esercito, controbilanciata soltanto dall'impegno e dalla capacità di arrangiarsi che caratterizzano il soldato italiano.

Così anche il materiale abbandonato dal nemico, in quanto considerato inservibile, viene raccolto e riattato, com'è il caso di quella "cucina da campo" russa, che è poi un pentolone con focolare annesso, che, pur mancante di ruote, è sempre più efficiente del treppiede primordiale con paiolo appeso esposto ai quattro venti, di cui sono dotati i nostri artiglieri.

Lotta, quindi, contro il freddo per salvare gli uomini ma anche per salvaguardare l'efficienza degli armamenti. Già, perche i lubrificanti forniti per le mitragliatrici e i cannoni non sono adatti a certe temperature per cui i meccanismi si bloccano e non si può più sparare un colpo e allora bisogna costruire baracche anche per proteggere le bocche da fuoco conservando la possibilità di tiro in varie direzioni e bisogna, come novelle vestali, mantenere acceso un braciere sotto l'otturatore per evitare che tutte le leve, i portelli, le molle, i rinvii diventino un blocco ghiacciato.

La lotta è poi, accanita e cruenta, contro i topi. Tanto che Aurelio Mazzone pone al suo volume, insieme al sottotitolo "Undici mesi della mia vita in Russia", quello di "Quattro mesi di antropomiomachia" cioè di "lotta tra l'uomo e il topo". Il topolino campagnolo che abita dappertutto, nei campi di frumento e di girasoli, e che imperversa nelle tende e nella baracche rosicchiando e mangiando tutto, il pane, le maglie, le calze, i bottoni della giacca, il pastrano, le orecchie di chi cerca di dormire un po'. E si arriva, esasperati, ad organizzare campagne di sterminio di topi e ad allineare le vittime in lunga fila prima di friggerne, a volte, in padella un certo numero di esemplari.

In questo quadro bellico talora così insolito o, per lo meno, inatteso, hanno la loro rilevanza notevole gli alti comandi e gli alti comandanti.

Anche qui il discorso procede circostanziato e preciso, senza sottintesi o mezzi termini. C'è evidente e sconcertante l'incalzare di disposizioni e di ordini che, appena impartiti, sono annullati dall'arrivo del relativo contrordine, il che pone una serie di interrogativi circa l'organicità della strategia degli alti comandi italiani affiancati a quelli tedeschi, finché non appare chiara la leggerezza con la quale si abbandonano al loro destino decine e decine di migliaia di soldati col trasferirsi degli alti comandi in posizione più sicura nelle retrovie, interrompendo le comunicazioni con le linee avanzate proprio nel momento in cui sarebbe indispensabile mantenere i collegamenti per dare indicazioni precise ed evitare lo sfacelo delle divisioni e la condanna dei soldati alla morte per sfinimento e all'annientamento da parte del nemico.

Così pure sono evidenti le figure degli alti comandanti, con l'insulsaggine di certi atteggiamenti e di certi ordini che contrastano con la realtà pratica di chi vive, giorno per giorno, in prima linea, la vita al fronte.

Tutto questo è presente nella prima parte del diario e diviene dramma e tragedia nella seconda, che è quella che costituisce l' "estratto" pubblicato su questa rivista. Il lettore potrà rendersi conto direttamente di quanto consegua per l'esercito italiano e per i suoi soldati da una situazione così disorganica e, spesso, disperata. Soprattutto potrà constatare come infierisca sulle persone la brutalità della guerra e come questa porti, in certi casi, l'uomo ad affiancarsi all'uomo per aiutarlo a reggere la pena dei giorni e a sostenere la speranza di salvezza, mentre in altri momenti lo spinga a tali livelli di paura e di tensione da cancellare sia quel senso di dignità che sembra talora caratterizzare l' "uomo d'arme", sia quella solidarietà umana che, spesso, le situazioni piu travagliate contribuiscono ad esaltare.

La terza parte presenta il peregrinare di coloro che sopravvissero sfuggendo miracolosamente e in extremis alla manovra a tenaglia dell'esercito russo che, sfondato il fronte dislocato per decine e decine di chilometri lungo il corso del Don, chiuse in una sacca immensa di lande gelide desolate gli alpini italiani che divennero "Centomila gavette di ghiaccio". I meno sfortunati furono appunto coloro che, come il tenente Mazzone, si trovarono proprio là dove i russi sfondarono e vennero cacciati indietro, italiani e tedeschi insieme, con qualche possibilità di salvezza. Costoro, come il diario registra per un periodo di cinque mesi, furono poi ricomposti nei ranghi e smistati dai comandi, sempre inafferrabili, con marce estenuanti nelle pianure ghiacciate, spazzate dal vento, o con brevi trasferimenti in treno, da una cittadina all'altra nell'attesa che si delineasse l'eventualità di un loro reimpiego. E in questa terza parte del diario emerge ovunque la gente.

Bisogna precisare. Il diario non ha come protagonista "la Guerra" come entità astratta e concreta insieme che scatena la sua violenza sugli uomini e mediante essi e nemmeno "l'Esercito" come organismo complesso e articolato impegnato a segnare il corso della Storia, ma come protagonista l'uomo: l'uomo e gli uomini, quelli che fanno fronte alla fatica quotidiana lontani mille miglia dalle loro case e quelli che hanno lo stesso travaglio tra le case e i villaggi della loro terra.

Uomini, donne, vecchi e bambini, accompagnati tutti dalla pena di giorni in cui la vita è intrisa di morte. E se questa, in fondo, è la condizione umana di sempre, qui il senso della precarietà e della labilità dell'esistenza si accentua a dismisura infiltrandosi tra le case, le isbe, aleggiando sui campi di frumento e sulle distese di girasoli. Quei campi e quelle distese che hanno indotto il giovane tenente serravallese ad annotare nel diario con cura costante le caratteristiche delle campagne attraversate, dai principali aspetti geologici a quelli delle culture col mutare delle stagioni. Sono i tratti del volume in cui è sempre presente, in modo talora esplicito talaltra appena avvertibile, il riferimento alla campagna piemontese e allo svolgersi della vita quotidiana nel paese natio al di là degli orizzonti e della realtà della guerra.

Nel diario il "nemico" fa la sua prima apparizione in un gruppo di soldati morti inspiegabilmente mentre stavano consumando il rancio e rimasti così, stecchiti, tenendo ancora il cucchiaio posato nella gavetta, poi diventa una serie di ombre che scivolano nel buio intorno alla postazione della batteria, poi è celato all'interno dei carri armati che avanzano a rilento senza sparare agli inermi, poi è la donna dell'isba che amorevolmente lava la schiena dolorante del giovane tenente italiano, quindi è l'agente della cittadina che ospita gli ufficiali nelle sue case. Sono padri anziani e madri di famiglia che dividono col nemico un pasto frugale e ragazze che scambiano brevi frasi in italiano e avviano un giradischi per un'ora di serenità. Le persone, dovunque, all'insegna del far fronte alla durezza delle situazioni senza estinguere mai, o quasi mai lo spirito dell'umana solidarietà.

Il tenente Mazzone, venticinquenne, ha annotato di giorno in giorno in forma concisa ed anche quando ricompone il suo diario integrandolo con altre considerazioni, come scrive nella presentazione del volume, non lascia quasi mai trasparire emozioni. Tuttavia, e inevitabilmente, il lettore coglie tra le righe ciò che non è espresso in forma esplicita. Così fino in fondo, quando l'autore si accomiata dicendo che non intende trarre una "morale" da tutta la vicenda "lasciando che ognuno, secondo il suo punto di vista e le sue convinzioni, tragga la sua". E va bene.

Ma non dimentichiamo che, nonostante questa frase conclusiva, resta il titolo che l'autore ha posto come premessa: "La Storia non insegna". Questa è un'affermazione precisa ed amara che, purtroppo molte volte, sotto mille aspetti, non può che essere condivisa.

Tuttavia la pubblicazione di questo "estratto" sulla rivista "l'impegno" ha anche lo scopo di contribuire a far sì che, in qualche modo, la frase posta come titolo venga alfine smentita senza che si debba fondare la speranza unicamente sull'apparire di future generazioni.

La battaglia decisiva

Dicembre 1942

Martedì 1
Pezzo per pezzo, disseminiamo di colpi i boschi d'oltre Don. Alle ore 4.30 cessiamo il fuoco dopo aver sparato per parte nostra centoventi colpi. Un russo, fatto prigioniero, dichiara che gli effetti sono stati veramente disastrosi: tutto e tutti sono saltati in aria.
Prima di mezzogiorno dormo un paio d'ore. Si sente un discreto fuoco d'armi automatiche e di mortai. Appena dopo il rancio serale, mentre sta nevicando siamo chiamati ad aprire nuovamente il fuoco: spariamo altri otto colpi. Alle ore 22.30 faccio appena in tempo ad addormentarmi che trilla il telefono: tenersi pronti perché si sparerà anche questa notte; infatti già alle 23 partono le prime salve di batteria. Io mi faccio sostituire da Donegatti1 che la notte scorsa aveva dormito. Inutilmente spero di riposarmi; appena addormentatomi, una nuova telefonata mi sveglia: è Revelli2 il quale mi dice che ai pezzi ci deve essere un'inspiegabile confusione e mi prega quindi di intervenire. Non mi rimane altro da fare che alzarmi e già per mezzanotte mi ritrovo al mio posto di combattimento.

Mercoledì 2
Non nevica più, però il freddo è discreto; avendo proprio l'altro ieri fatto iniziare un lavoro di modifica al mio posto di comando, sono costretto a passarmi un'altra nottata al fresco: la temperatura è di 10° C.
Si ripete, ma in tono un po' minore la sparatoria di ieri notte, lo scopo sembra sia la protezione di alcune nostre pattuglie che hanno oltrepassato il Don. Alle ore 5, dopo aver sparato altri sessantatre colpi, cessiamo il fuoco.
Finalmente dalle 7 alle 11 posso dormire; con questo non è che mi sentissi soverchiato dalla fatica: l'artigliere quando spara è sempre orgoglioso di sé, direi soddisfatto. Alle 14.30 spariamo altri otto colpi, alle 17 altri quattro.
A notte fatta, appena addormentato, sono costretto ad alzarmi: alle ore 23 ricominciamo la nottata di fuoco.

Giovedì 3
Continuiamo, come ieri notte, accompagnati dalle varie altre batterie a fare concentramenti di due o tre colpi per pezzo (otto-dodici colpi per batteria). Alle 4.30 cessiamo il fuoco; così anche questa notte abbiamo sparato sessanta colpi. Il numero di colpi sparati dacché siamo in Russia ammonta a 998 mentre sul fronte occidentale, in tre giorni d'azione, ne avevamo sparati 222 quindi in totale sinora ho sparato 1.220 colpi da guerra.
Finalmente oggi riesco a dormire: alle 5 mi metto in pigiama e non mi sveglio che alle 13.30.
Alle 17 accorriamo ai pezzi, ma l'allarme cessa senza che da noi e dagli altri parta un colpo.
Durante la notte cade un po' di neve.

Venerdì 4
Oggi è S. Barbara, ma lavoriamo ugualmente: questi lavori, ora per il tempo, ora perché si spara o si sta in attesa ai pezzi, ora per altri innumerevoli motivi, non finiscono mai. In compenso, data l'odierna ricorrenza, i soldati al secondo rancio si vedono distribuire oltre alla pasta asciutta, bistecche, vino e cognac!
Alle ore 17 siamo di nuovo ai pezzi, ma finisce subito: spariamo quattro colpi, poi torniamo in baracca. Siamo contenti: anche il millesimo colpo è partito.
Durante la notte, sembra sia ormai un'abitudine, nevica un po'.

Sabato 5
Ritorniamo in pieno ai badili e alle gravine, senonché alle 11 il nostro lavoro viene interrotto: sono stati visti sette carri armati russi avvicinarsi al Don, però sono ancora troppo lontani, tant'è vero che la nostra gittata non ci permette di batterli. Attendiamo che si avvicinino a giusta distanza. La visibilità degli osservatori diminuisce a causa di una nebbiolina e della neve che non sa se adagiarsi a terra o rimanere vagante nell'aria, cosicché finiamo col ritornare in baracca, senza sparare, quando già sta annottando. La neve riprende a cadere abbastanza fitta.

Domenica 6
Continuiamo a lavorare presso i camminamenti. Il cielo, come del resto già da molti giorni, permane nuvoloso, mentre qualche fiocchetto di neve svolazza per l'aria; la temperatura oscilla leggermente in più o in meno dello zero.
Alcuni scoppi: granate nemiche che sondano la zona e null'altro.
Un reggimento di fanteria tedesca sta prendendo posizione davanti a noi, nella zona di Deresowka, in sostituzione di un battaglione del 90o fanteria, il quale passerà di rincalzo.
Il vento di provenienza sud aumenta d'intensità.

Lunedì 7
Continuiamo a lavorare. Nella mattinata stessa, interrompiamo un momento i nostri lavori per sparare due colpi di prova su di un obiettivo assegnatoci da battere come sbarramento in caso d'attacco. A proposito d'attacco, da giorni siamo sempre in attesa di un attacco russo che pare si stia ampiamente delineando.
Oggi ricevo la conferma della morte per peritonite di un mio caporale maggiore, Milano Marvin; già pochi giorni fa era morto un autista, Aldo Ciuffani, il quale si trovava assegnato ad altro reparto per servizio, pure a causa di malattia.

Martedì 8
Verso le ore 3.30 vengo svegliato dal trillare del telefono: trovarci pronti che tra poco forse spareremo, poi, nulla più...
Lavoriamo sinché, verso mezzogiorno, arriva il tenente cappellano Vanni Vannino del 2o raggruppamento a celebrare la S. Messa. A Messa finita, faccio l'adunata in armi della batteria ed in assenza di Revelli, leggo un fonogramma di condoglianze per i nostri due morti e, prima di rendere loro gli onori, pronuncio alcune parole di circostanza.
Per tutta la giornata, aerei tedeschi vengono a bombardare nelle vicinanze; pare che il nemico abbia messo in funzione una discreta quantità di contraerea, artiglierie e mitragliere. Spesso odo pure scoppi di granate nemiche, alcune delle quali cadono nei pressi del nostro osservatorio e di quello della 3a batteria.

Mercoledì 9
Già alle 7 faccio una bella corsa ai pezzi, ma non spariamo. Un poco alla volta, riprendiamo i nostri lavori, ma ci consideriamo sempre in allarme: infatti da vari giorni sappiamo che i russi intendono attaccare e, dalle informazioni e dichiarazioni dei prigionieri, risulta che l'attacco doveva avere inizio oggi alle 7, con gran sfoggio di carri armati, tra Deresowka e Krasno Orechowo (paese alla destra, 7 od 8 chilometri, da Deresowka), quindi proprio davanti a noi. Per tutta la giornata attendiamo inutilmente l'attacco. Verso le 18, mi viene telefonato che l'attacco ci verrà sferrato domani mattina, prima dell'alba, alle ore 4.45, mi vengono pure trasmessi dei dati di tiro per due salve di batteria da effettuarsi, appunto, rispettivamente alle ore 4.45 ed alle 4.55 di domani.

Giovedì 10
Alcuni minuti prima delle 4.45 ho la batteria pronta; alle ore indicate sparo gli otto colpi, con noi concorrono al fuoco tutte le altre artiglierie della zona; sono due bellissimi concentramenti di colpi. Mi stupisce assai sentirmi dire che gli uomini possono ritornare in baracca: che i russi non sappiano trovare il bandolo per iniziare l'attacco?
Appena giorno, aerei nostri da bombardamento si susseguono in varie ondate e fanno piovere bombe sulla prima linea russa. Si sente pure sparare alquanto. In seguito, continuiamo i nostri lavori.

Venerdì 11
Alle ore 6 raggiungiamo di corsa i nostri pezzi: questa volta ci siamo. I russi hanno attaccato nel solito punto cruciale già ben descritto durante la battaglia del giorno 11 settembre e sono riusciti ad occupare un nostro caposaldo.
Incominciamo la nostra sparatoria: sembra che i colpi che spariamo siano efficaci; ogni tanto sospendiamo per riprendere con maggior forza, un po' più tardi, la nostra azione. Aerei da bombardamento nostri, scortati anche da caccia, intervengono e scaricano bombe un po' dappertutto, con un frastuono assordante. Verso l'imbrunire la sparatoria diminuisce alquanto e solo si vedono, di tanto in tanto, delle vampe, la cui eco ci giunge da lontano. Io veglio al mio posto di sottocomando. Alle 23.15 riprendiamo a sparare e, ad ore fisse, faccio partire i colpi. Le altre batterie della divisione oggi hanno sparato poco, essendo la zona di Krasno Orechowo presidiata dalla divisione "Ravenna", quindi non compresa nel loro settore di tiro.

Sabato 12
Alle ore 5 termino i miei tiri notturni. Improvvisamente, alle 6, sento provenire dalla mia sinistra una sparatoria di armi automatiche, di fucili e mortai veramente impressionante; le mitraglie cantano senza posa: raffiche che non finiscono mai; i fucili fanno immediatamente eco; subito si eleva più forte la voce dei cannoni e gli scoppi si susseguono senza posa. Anche davanti a noi e sulla destra, le armi portatili funzionano, ma in maniera leggermente minore. Per il cielo volteggiano, ed in special modo su Werchn-Mamon e la sua ansa, trenta o quaranta e più bombardieri alla volta scortati da squadriglie da caccia. È tutto più fragoroso e sconvolgente di quei tremendi temporali estivi, visti in lontananza, con lampi continui su tutto l'orizzonte e l'eco fa sì che non cessi mai il rumore del tuono... Noi spariamo solo di tanto in tanto, essendo il punto dove i russi sono riusciti a sfondare, fuori del nostro settore di tiro. Una quota viene persa e rioccupata con gragnuole di bombe a mano, ben tre volte in poche ore, dai fanti dell'89o reggimento fanteria; alla fine, in questo settore, i russi vengono ricacciati oltre il Don. Oggi abbiamo pure avuto modo di fare un paio di salve su carri armati.
Alle ore 17 i colpi sparati dall'inizio della battaglia in corso, ascendono a 141.

Domenica 13
In mezzo a tanto baccano, questa notte abbiamo potuto dormire tranquillissimi nella nostra baracca; solo verso le 5.30 si fa una inutile corsa ai pezzi. Alle ore 6 i russi vanno nuovamente all'attacco della quota dalla quale ieri erano stati ributtati: la 2a batteria spara colpi su colpi.
Apprendo che stanotte i russi hanno attaccato pure a Deresowka, ma son stati ricacciati senza neppure richiedere il nostro intervento. Anche il capo pattuglia O.C.3 della mia batteria, sergente maggiore Secondo Pizzocarro, si è fatto onore.
Alle 13 iniziamo il fuoco su concentramenti di truppa oltre il Don e su alcuni mortai; dopo sedici colpi, cessiamo il fuoco. Gli uomini, data la nottata riposante, restaurano le piazzole.
Anche oggi parecchi aerei nostri si sono alternati nei bombardamenti. Verso sera le infiltrazioni nemiche sembrano eliminate. Alle ore 20.30 siamo daccapo: truppe russe accentrate oltre il Don fanno presupporre un attacco su Deresowka: spariamo diversi colpi, così rimaniamo desti tutta la notte.

Lunedì 14
Le cose, di fronte ad Orobinskj, vannno male, però intervengono dei carri armati che fermano temporaneamente il nemico.
Verso mezzogiorno i colpi sparati sono 96.
Sul far della sera, una batteria da 149/28, tedesca, prende posizione dietro, sulla destra della nostra e, subito, inizia il fuoco; anche noi ricominciamo a sparare. I russi attaccano forte pure su Deresowka: sono divisioni che avanzano contro piccoli gruppi di uomini, divisioni ben coadiuvate nell'attacco da un fortissimo fuoco di mortai e di cannoni.
Continuiamo a sparare tutta la notte, cercando però di far economia di munizioni.

Martedì 15
Già dalle prime ore del mattino si nota un aggravarsi della situazione, in special modo sul fronte avanti Orobinskj: tutte le nostre riserve vengono impiegate in contrattacchi, ma è un inutile massacro, non riuscendo neppure queste a stabilire la situazione che temporaneamente. Man mano che passano le ore aumenta la nostra rabbia e quindi la nostra sparatoria. Dovrebbero entrare in azione delle divisioni corazzate, ma le aspettiamo inutilmente. La battaglia è in crescendo continuo e lavoriamo tutta la notte.

Mercoledì 16
Alle 6 del mattino, l'attacco russo si sferra con tutta la sua potenza su Deresowka; in due ore spariamo oltre 200 colpi4; il nemico viene sbrindellato, ma non s'arresta!
I serventi strettamente necessari per il funzionamento di ognuno dei miei obici da 149/13 sono un capopezzo più otto uomini e quando si deve sparare con la continua celerità di oggi, costa sacrificio: non possono accusare la fatica, anche se quella odierna si accumula a quella non lieve dei giorni scorsi, sia per sparare, sia per mandare avanti i tanti lavori, sia per le ore di sonno perse!
D'altronde anche tutti gli altri uomini addetti alla "linea pezzi" sono più o meno nelle stesse condizioni: nessuno può pensare di risparmiarsi perché è chiaro che oggi, veramente, lavoriamo per la vita dei fanti che ci sono davanti ed anche per la nostra!
Il reggimento tedesco di fanteria, giunto ieri in sostituzione del nostro 89o reggimento fanteria distrutto, viene sopraffatto e ripiega in disordine passando tra noi, tento in tutti i modi di fermarli ma inutilmente: mi dicono che non potevano più resistere, quindi se ne vanno e non si fermerebbero neppure se li ammazzassi (ammesso e non concesso che essi non ammazzassero prima me). Ora tra noi ed i russi non c'è più nessuno: la prima linea siamo noi! Nel pomeriggio viene riformata una linea di esilissima costituzione. Vengono addirittura impiegati al posto dei fanti i soldati di sanità italiani che subito sono martellati dal nemico con tutte le armi a sua disposizione: quelli che si salvano sono i primi a cadere feriti che fanno in tempo ad essere avviati agli ospedali. La temperatura è bassissima. L'ordine per noi è di non muoverci dai pezzi, di resistere ad oltranza. Tale ordine l'ho ricevuto per mezzo di una telefonata, dopo diverse ore di interruzioni telefoniche dai comandi, dal capo di stato maggiore del raggruppamento dal quale dipendiamo tatticamente. L'ufficiale che mi ha telefonato è un capitano del quale non faccio il nome, ma che risiede nella mia provincia e, per di più, ha dei parenti che abitano nel mio paese; perciò, pur non conoscendoci personalmente, ci possiamo permettere delle confidenze e, proprio grazie a questa possibilità, dopo che gli ho detto che da varie ore lo stavo inutilmente cercando per telefono, mi ha risposto che l'interruzione telefonica era dovuta al fatto che il comando stava spostandosi. Subito gli ho chiesto di quanti "chilometri indietro" si erano spostati e lui, candidamente, mi ha risposto che si erano arretrati di una quarantina di chilometri.
Appena prima dell'inizio dell'azione di stamani, i pezzi nemici hanno aperto un violento tiro di neutralizzazione: calcolo che più di cento granate ci siano cadute tutt'attorno; il colmo lo raggiungiamo nel primo pomeriggio, con la picchiata di un bombardiere russo che sgancia su di noi due bombe di cui una cade esattamente sulla baracca al centro del tetto di paglia e ce la incendia; l'altra cade vicinissima al secondo pezzo proprio rasentando la parte sinistra della sua baracca e fa quattro feriti: il graduatore Renzo Montobbio, il tiratore Aldo Chinchero, il primo aiutante Andrea Ferrua, il secondo aiutante Luigi Oliveri e squarcia indosso il pastrano, tanto da renderlo inservibile, ad un altro artigliere, il caricatore Giovanni Giordano. Ma i guasti di questa bomba non sono tutti qui: alcune schegge quasi tranciano in più parti la trave posteriore sinistra della baracca del secondo pezzo, che, fortunatamente, regge ancora, sia pure su pochissimi centimetri quadrati di sezione; altre schegge colpiscono il mio posto ricovero di sottocomandante nella parte fuori terra che si trova a neppure una decina di metri dal punto di scoppio e mandano in frantumi il vetro attraverso il quale potevo vedere gli obici. Siccome ho sentito distintamente il rumore della picchiata dell'aereo ed il frullio delle bombe che cadevano, ho fatto in tempo a dare, prima, un pugnone sull'elmetto in testa al mio attendente, Giovanni Allovisio, che in quel momento se ne stava chino al telefono vicino a me, buttandolo mezzo stordito a terra ed io, subito dopo, a buttarmi su di lui, salvandoci entrambi. Mi spiace di aver dovuto colpire così duramente Allovisio, ma la ristrettezza dell'ambiente non ci permetteva di buttarci sdraiati l'uno di fianco all'altro! Inoltre, parte della pressione dell'aria provocata dallo scoppio, penetrata sottoterra nell'interno dei camminamenti attraverso l'imboccatura che porta al secondo pezzo si sfoga nell'interno del mio ricovero sotterraneo, collegato al mio ricovero di sottocomandante al piano terra staccando di netto la porta, chiusa, che lo separava dai camminamenti spiaccicandola sulla parete di terra di fronte, tanto da farla sembrare incollata e facendole rasentare la spalla sinistra di Donegatti, che il quel momento stava seduto sulla panchetta piazzata nell'interno, fortunatamente non proprio di fronte alla porta. Donegatti è rimasto immobile, seduto, con la bocca aperta, impossibilitato a profferire parola per lo shock. Subito accorro presso il secondo pezzo per rendermi conto dello stato dei feriti: fortunatamente non sono gravi e li faccio medicare. Non mi è neppure possibile farli trasportare in un ospedale da campo perché, con tutti gli autocarri e trattori che abbiamo, sia nella linea pezzi che presso la base tattica, nessuno ha più di qualche litro di benzina o di gasolio nel serbatoio e, per di più, i motori sono bloccati dal gelo, perché da diversi giorni sono fermi dato che i tedeschi - questa è la voce che circola - ci hanno negato i rifornimenti! Ma la cosa che più mi sorprende è vedere che la bomba è caduta nel bel mezzo di una cinquantina di nostre granate ancora senza spoletta, scaricate poco prima da un autocarro del reparto munizioni e viveri a fianco del secondo pezzo, un po' alla rinfusa e posate ritte in piedi col fondello sul terreno coperto di neve e con l'ogiva in alto: tutte le granate, nella parte dell'involucro e dell'ogiva rivolti al punto di scoppio, sono diventate nere dall'affumicatura subita per lo scoppio e pure nero è diventato il foro in testa all'ogiva che serve per avvitarvi la spoletta ed anche l'interno del foro, ma, per nostra enorme fortuna, nessuna è scoppiata! Evidentemente abbiamo la protezione di molti santi in Paradiso!
Mentre mi trovo presso il secondo pezzo, mi rendo conto che la nostra baracca è in fiamme. Da tutto quello spesso strato di paglia del tetto che brucia, nonostante sia ricoperto da una quarantina di centimetri di neve e, almeno nella parte superiore, anche inzuppato d'acqua, si forma un'enorme colonna di fumo nero mista a vapore bianco che si eleva diritta (non c'è vento), altissima e fittissima, verso il cielo. Penso agli effetti personali, dal portafogli alle sigarette, dalle camicie ai fazzoletti da naso, dalle maglie alle calze, dalla carta da lettera al denaro ecc., che sono nella camera mia e di Donegatti, nelle nostre cassette militari e così pure a quelli dei soldati che sono presso i loro posti letto: chiamo Donegatti e tutti gli uomini che hanno dimora nella baracca e li invito ad accorrere con me per mettere in salvo ognuno i propri effetti. Velocissimo, seguito da Donegatti, entro nella nostra camera che, essendo nella estremità destra della baracca, ancora non è invasa dal fuoco e subito ne usciamo portando in salvo le nostre cassette militari. Le brandine, le lenzuola col pigiama e le coperte, pensiamo che non le adopereremo più e rimangono al loro posto assieme alle altre cose sparse che pure ci erano state utili fino a poco prima... Gli uomini della batteria salvano quello che possono. Con Donegatti al fianco, appena uscito dalla camera, cerco di raccogliere le idee per affrontare al meglio la situazione e nel frattempo vedo migliaia di topi saltellare fuori dalla paglia del tetto della baracca (di grano da mangiare ne avevano parecchi quintali) e sfuggire tutto attorno per poi scomparire in piccole gallerie che già precedentemente avevano scavate nella neve. L'enorme colonna di fumo indica perfettamente ai russi la nostra posizione. Subito, per ben due volte la katiuscia5 ci scarica vicinissimi i suoi sedici colpi. Donegatti che è ancora sotto shock, mentre io mi butto pancia a terra, si mette in ginocchio e si limita a piegarsi e a nascondere la testa nella neve, quasi fosse uno struzzo... Gli dò una spinta sul sedere ed anch'egli cade completamente nella neve.
Cessate le due scariche di proietti della katiuscia, mi accorgo che, per fortuna, nessuno è stato colpito; il che mi sorprende molto, perché, in mezzo a simili gragnuole di granate che scoppiano con fragore assordante, la fortuna non può essere di tutti e sempre... Una granata mi è scoppiata a circa quattro metri di distanza! Mi avvicino per osservarla e, con mio grandissimo stupore, vedo che a partire dall'ogiva sino oltre la metà del suo involucro cilindrico, si è aperta formando cinque o sei petali che la fanno stranamente assomigliare ad un grossissimo giglio dal fiore lungo circa mezzo metro, tutto nero! Evidentemente sono fatte di ferro dolce6.
Mi viene da pensare che siano granate fabbricate dagli americani... per i russi e fatte in modo tale, dato l'amore che deve esistere tra di loro, che siano sì di aiuto ai russi, ma non troppo... Certo che c'è una bella differenza tra queste granate e le nostre! Quelle dirompenti che lanciamo noi, oltre ad essere più grosse e molto più pesanti, sono di ghisa ed hanno la parte interna dell'involucro, del fondello e dell'ogiva, tutta segnata da tagli a forma di fitto reticolo, in modo da ridurre la resistenza della ghisa in corrispondenza dei tagli, cosicché, quando scoppiano, lanciano tutto attorno, con un raggio di trecento metri, una miriade di schegge a forma di piccoli cubetti!
Ormai si è fatta notte. La batteria tedesca da 149/28, che lunedì scorso si era piazzata un po' dietro di noi, non c'è più: si è ritirata. Evidentemente non le hanno dato l'ordine di resistere ad oltranza, ben sapendo che un soldato morto non combatte più, mentre, in tal modo, oltre a salvare la vita dei combattenti, si salvano pure i materiali... Che facciano due pesi e due misure tra i cannoni tedeschi che sono nuovi ed i nostri obici che sono di preda bellica della prima guerra mondiale?

La ritirata

Giovedì 17
La notte che passo è la più tremenda della mia vita: siamo quasi circondati; un mitragliere russo, stando sulla nostra destra oltre la baracca dei mitraglieri e sul ciglio del nostro valloncello, si diverte a sparare contro il nostro falsoscopo7 notturno continue raffiche di pallottole traccianti. Evidentemente il mitragliere lo scambia per una luce proveniente al di là di una finestra e, vedendo che la luce non si spegne, insiste, insiste e si affanna per colpirlo, senza riuscirci e, nel frattempo, non sapendo che cosa troverà, non osa avvicinarsi con i suoi compagni.
L'ordine è di continuare a sparare ma siccome la nostra aviazione è completamente assente, mentre quella nemica insiste nel sorvolarci, se sparassimo, succederebbe che, con le vampe degli spari, ci attireremmo addosso un nugolo di aerei, i colpi di tutte le artiglierie nemiche che abbiamo di fronte, i fanti russi che quasi ci circondano, compreso il mitragliere che spara contro il falsoscopo notturno, per cui sono costretto a mantenere il cessate il fuoco.
Io e gli uomini, ad eccezione di un buon nucleo di sentinelle, ci ritiriamo al riparo dal freddo, ma sempre stando all'erta, nei nostri ricoveri. Certo che è una notte di veglia continua, della quale, finché avremo vita, ci permarrà certamente il ricordo!
Ad un certo momento, entra nel mio ricovero una sentinella che accompagna due prigionieri russi che io faccio condurre fino alla base tattica. Più tardi un'altra sentinella me ne porta altri due, presi a ridosso del reticolato che abbiamo teso ad arco ad una trentina di metri davanti ai pezzi. Subito dopo entrano due sottufficiali tedeschi di un reggimento che si è posto dietro a noi, a qualche centinaio di metri più in là dalla base tattica e forse sta disseminando il terreno di mine. Dopo aver parlato un momento con loro, approfitto per consegnare i due prigionieri con l'incarico di accompagnarli al loro comando per l'interrogatorio. Escono, passano un paio di minuti e poi sento una breve raffica di colpi: non ne sono sicuro perché non li ho visti, ma forse ora i due russi non camminano più...
Più tardi entra nel mio ricovero Giovanni Toro, mio addetto di batteria. Mi chiede, con preoccupazione, dove saremo questa sera: io gli rispondo che saremo o ad est, vale a dire in mano ai russi, o ad ovest, vale a dire in ritirata; certamente non saremo più nella buca in cui ci troviamo ora. Toro ha con sé una scatola di pomata anticongelante e senza fare commenti inizia ad ungersi accuratamente la faccia, le mani ed i piedi...
Già da mezzanotte sentivo provenire dal Don un rumore di motori: speravo che fossero le nostre divisioni corazzate che finalmente, come ci era stato ripetutamente assicurato, si fossero decise ad intervenire in nostro aiuto. Invece alle ore 7.30 vedo distintamente, con le prime luci del giorno, quando ormai sono vicinissimi, a 60-70 metri dal nostro reticolato, che si tratta di carri armati russi che avanzano di pari passo con la fanteria e, nel frattempo, portano altri soldati russi, in piedi, sulla loro piattaforma posteriore i quali, appena ci vedono, saltano a terra cercando di nascondersi tra gli steli dei girasoli. Gli alti comandi, molto intelligentemente, dopo aver ordinato a noi di morire sul posto, si sono ritirati, perciò, su invito di Revelli che giusto in quel momento, provenendo dalla base tattica, arriva alla "linea pezzi", decidiamo di imitarli e non sto a chiedergli se gli fosse giunto qualche ordine in proposito e neppure se fosse al corrente che il capo di stato maggiore del nostro raggruppamento tattico ci aveva telefonato l'ordine di "resistere ad oltranza". Con la nostra mitragliatrice che si inceppa dopo ogni colpo sparato, con i nostri moschetti tipo '91 e con le poche bombe a mano di cui disponiamo, non potremmo proprio fare niente. Tutt'al più, se non dovessero colpirci prima i russi, con i cannoni e le mitragliatrici dei carri armati e con i parabellum imbracciati dai soldati, potremmo ancora sparare quattro colpi, uno per pezzo, contro i carri, ma questi, che sono i grossi e potenti "T 34", sono talmente vicini che verremmo colpiti anche noi dal raggio d'azione delle schegge delle nostre granate, senza considerare che, non essendo le nostre granate perforanti, non potrebbero distruggere e forse neppure rendere inoffensivi un tal genere di carri armati! In conclusione, sarebbe un suicidio in massa e non una difesa ad oltranza!
Il nemico, che ci ha visti subito, si dà alla nostra caccia: asportiamo i percussori ed i cannocchiali dei pezzi e... via tutti! Io che mi porto una borsa di pelle, quella che mi serviva per portare i libri ed i quaderni quand'ero studente, contenente le tavole di tiro e riempita di bombe a mano, cammino in coda. Percorse poche centinaia di metri che ci separano dalla base tattica, vedo la mia cassetta militare, che vi era stata portata ieri sera dopo averla salvata dall'incendio della nostra baracca, sotto un mucchio di materiale, cassette di ufficiali ed altre casse ancora. Non ho il tempo di estrarla dal mucchio, però riesco a sollevare il coperchio di quel tanto da poterci infilare dentro una mano: non è il portafogli che cerco, ma desidero soltanto estrarre qualche pacchetto di sigarette. Riesco con la mano a toccare il pacco in cui sono avvolte, ma è troppo grosso, non passa attraverso la piccola apertura del coperchio; nel frattempo, da un carro armato mi sparano raffiche di mitragliatrice. Fortunatamente non mi colpiscono ed io, pensando che la vita valga più del sacrificio di star senza fumare quando avrò esaurito la piccola scorta che ho in tasca, ritraggo la mano vuota dalla cassetta e me ne vado.
Durante la notte scorsa Revelli aveva fatto estrarre la poca benzina che era rimasta nei serbatoi dei vari autocarri e dei trattori, per cercare di rifornire sufficientemente un autocarro, in previsione della partenza, data la nostra evidente insostenibile posizione. L'intenzione era di caricarvi sopra le cose indispensabili per la vita e la difesa durante la ritirata. Dopo che i soldati sono riusciti a raccogliere tutta la benzina disponibile e rifornire l'autocarro, hanno cercato di metterlo in moto, prima con la manovella, poi con reiterate spinte con tutti gli uomini della base tattica, ma il motore non ha dato il più piccolo accenno di voler partire: era completamente bloccato dal gelo! L'unico mezzo di trasporto dimostratosi valido è stata la troika che da tempo avevamo ricuperato. È partita trainata da due dei tre cavalli che avevamo in batteria sotto la guida del soldato Vito Avallone, che nella vita civile era cocchiere a Eboli, e spinta, disperatamente, dai due prigionieri russi presi da noi questa notte alla "linea pezzi" e che avevo fatto accompagnare alla base tattica dove erano rimasti per tutto il resto della notte. I poveretti, nel giro di poche ore, avevano fatto in tempo ad apprezzare tutta l'umanità con cui gli italiani trattano i loro prigionieri tanto da preferire noi ai loro compatrioti... Sembra incredibile, ma essi piangevano e si disperavano perché avevano paura di essere ripresi dai loro compatrioti, accusati di diserzione e, di conseguenza, finire fucilati!
Nella stalla della base tattica sono rimaste, oltre al terzo cavallo, le tre mucche che per tanti giorni hanno fornito il latte a tutta la batteria. Naturalmente, abbiamo abbandonato anche la cucina russa montata sul carrello, col fuoco acceso e nel pentolone la carne e l'acqua sul punto di bollire, dato che il pranzo previsto per oggi era "bollito con brodo"; lo mangeranno i russi o penseranno che potrebbe essere avvelenato?
Ricapitolando, a parte le poche cose che si sono potute caricare sulla troika, portiamo con noi i cannocchiali ed i percussori dei pezzi, le tavole di tiro con le bombe a mano contenute nella mia borsa, oltre ai moschetti '91, a quello che abbiamo indosso, comprese le pistole in dotazione agli ufficiali. Gli alti comandi, che erano bene a conoscenza che davanti a noi non c'era più fanteria, che nessun rinforzo poteva esserci inviato, che in luogo delle nostre forze corazzate, promesse e mai arrivate, stavano puntualmente arrivando quelle russe e che noi, di fronte a tali mezzi, non avevamo alcuna possibilità di resistere, non avrebbero fatto meglio se ci avessero per tempo inviato i rifornimenti necessari di carburante e poi, sia pure all'ultimo momento, dato l'ordine di ripiegare salvando tutti gli obici, i trattori, gli autocarri, il materiale, che così avrebbero potuto servire su un'altra linea organizzata di difesa? La batteria tedesca da 149/28 piazzata un po' dietro a noi, come ho già detto, è stata ritirata fin da ieri!
Che i russi stessero preparando da tempo una grande offensiva con uomini e mezzi soverchianti era risaputo da tutti e da diversi giorni: lo vedevamo anche noi, sia pure limitatamente, dal nostro osservatorio. Il lasciarci senza benzina perché non potessimo muoverci dimostra la premeditazione dei tedeschi. ma i nostri alti comandi non lo sapevano? E questo dipende solo dalla loro inefficienza o dalla loro limitata personalità o da tutt'e due le cose? A che cosa ed a chi poteva servire il nostro inutile, per non dire ridicolo, sacrificio? Chissà se in futuro mi sarà dato modo di capire i perché delle domande che ora mi faccio!
Per non essere facile preda dei carri armati, attraversiamo la strada che, proveniente da Deresowka, passa di fianco alla nostra postazione e più avanti, dopo aver rasentato la nostra base tattica, si congiunge alla rotabile Dubowikoff-Orobinski. Scendiamo in ordine sparso, per offrire meno bersaglio, tra la neve, nel valloncello che obliquamente si avvicina a quest'ultima località distante circa sette chilometri, passando in mezzo e badando a non incespicare contro i numerosissimi tronchetti di quercia di 60-80 centimetri di altezza, rimasti del bosco che c'era prima del nostro arrivo qui e che i soldati della base tattica od altri, hanno lasciato per non piegare la schiena e faticare meno nell'abbattere le piante di cui avevano bisogno. Ora tutti questi spuntoni d'albero costituiscono uno dei migliori ostacoli anticarro e, infatti, i carri armati non tentano di scendere dietro noi, ma si limitano a seguirci di fianco e, di tanto in tanto, a fermarsi lungo la strada che noi abbiamo attraversato e che percorre la cresta del valloncello dove noi scendiamo. Di là ci tempestano di colpi di cannone e di mitragliatrice. Siccome i carri armati non possono sparare con angoli di tiro sotto l'orizzonte, sono costretti a sparare granate con spolette regolate a tempo, cosicché queste scoppiano in alto sulle nostre teste. Nella fuga ci troviamo affiancati ai soldati del reggimento tedesco che durante la notte scorsa stavano qualche centinaio di metri dietro a noi e che ora si sono precipitosamente buttati giù per il valloncello che noi stiamo percorrendo.
È impressionante vedere il loro comportamento "teutonico" ad ogni colpo sparato dai carri: c'è sempre qualcuno che appena vede la fiammata del colpo in partenza, dà un grido ed immediatamente tutti gli altri si buttano a terra sprofondando nella neve. Sembrano quegli stormi di corvi che d'inverno stazionano nella mia valle e lasciano sempre sugli alberi la sentinella che ad ogni minimo segno di pericolo, gracchiando, dà l'allarme e tutto lo stormo, che sta posato a terra nelle vicinanze, subito si leva in volo e si allontana. Questi tedeschi, e solo loro, compiono una ginnastica, buttandosi a terra per rialzarsi immediatamente dopo ogni scoppio di granata per proseguire, faticosissima, inutile e pericolosa: non pensano o non sanno che, da sdraiati, offrono un bersaglio maggiore che stando in piedi, dato che i colpi scoppiano in alto?
È una fuga tremenda per tutti noi! La neve è alta dai quaranta ai cinquanta centimetri ed ha una crosta dura: ad ogni passo cerco di farmi leggero ma quando sembra che ce la faccia a farmi sostenere e camminarvi sopra, la crosta si rompe ed il piede sprofonda nella neve che, sotto la crosta, è sofficissima. Sono in discesa ma la fatica è enorme, quasi come se stessi salendo su una gradinata che non finisce mai ed i cui gradini sono alti almeno quaranta centimetri! La mia fatica è la stessa di tutti gli altri. Mi stupisce come noi e particolarmente quasi tutti i miei uomini, per la fatica subita per far sparare i 149/13, dopo quattro giorni e tre notti senza dormire, senza riposare in alcun modo, possiamo ancora trovare la forza di camminare in queste condizioni! Io, tra l'altro sono pure a digiuno da ieri a mezzogiorno, dato che la mia cena di ieri, non avendo potuto mangiarla subito a causa del subbuglio provocato dallo scoppio delle due bombe d'aereo ho finito col darla ad un povero fante che, non avendo più compagni superstiti, si ritirava e, capitato tra noi, si era presentato a me per chiedermi da mangiare perché non si reggeva più in piedi per la fame! Fa freddissimo eppure (la fatica sviluppa calore!) qualche mio soldato butta via il pastrano foderato di pelliccia d'agnellino e poi butta via anche il moschetto. Io che sono dietro a loro e li vedo, urlo e li minaccio per impedire simili gesti dei quali potrebbero poi pentirsi, ma questa volta non mi ubbidiscono più, forse neppure mi sentono... Donegatti ad un certo punto non ne può più e si siede nella neve. Io lo raggiungo ed egli mi dice: "Non ce la faccio più, io mi fermo qui, tu vattene e lasciami in pace! " Cerco di convincerlo, lo supplico addirittura di alzarsi e di proseguire, ma egli, ostinato e duro, rifiuta. Ad un tratto, come ispirato da Dio, gli dico: "Ora basta, ti ordino di alzarti e di camminare davanti a me!" Di fronte alla mia intimazione perentoria, come per miracolo, senza più dire parola, si alza e prosegue. Siamo quasi arrivati in fondo al valloncello e stiamo per raggiungere la strada che da Dubowikoff porta ad Orobinski, cioè la località verso la quale siamo diretti sia noi che i tedeschi, quando mi si avvicina il soldato Lauro Bruni, calzolaio di batteria, e mi porge una bottiglietta contenente del fernet, invitandomi a berne un sorso. Io mi schermisco, rifiuto più volte, ma egli insiste, dicendomi che avendone già bevuto, ne ha tratto grande giovamento. Mi lascio attrarre ed accetto di berne anch'io un bel sorso. È buono, restituisco la bottiglietta a Bruni e lo ringrazio; questi, soddisfatto, prosegue davanti a me, ma io, come immediata conseguenza del liquore bevuto, mi sento invadere da una indicibile, insostenibile stanchezza, mentre dei crampi feroci mi prendono allo stomaco per la fame repentinamente svegliata. Gli occhi quasi mi si chiudono mentre, arrancando penosamente, raggiungo la strada, dove la neve non è più alta ma è schiacciata e liscia come un vetro. Quasi non riesco più a camminare e intanto vedo la lunga colonna - siamo tutti vestiti di grigio-verde, sia noi che i tedeschi, e spicchiamo in mezzo al bianco uniforme della neve - che si snoda allontanandosi da me lungo le rampe della strada che sale con alcune serpentine dal fondo del valloncello, dalla parte opposta a quella da dove siamo scesi. Nel frattempo, quattro dei carri armati che ci hanno stanati dalla nostra postazione e che ci hanno dato la caccia percorrendo la strada sulla cresta del valloncello da noi disceso, giunti al bivio della strada Orobinski-Dubowikoff, hanno svoltato a destra, verso Orobinski, con l'evidente scopo di raggiungerci ed ora stanno scendendo lungo la strada, l'uno dietro l'altro, dal lato opposto del valloncello. Noto che non sono più montati o seguiti dai fanti russi. Io sono ormai distanziatissimo dagli altri e cerco di affrontare la salita. Ho ai piedi un paio di scarponi chiodati: chiodi a testa quadra nel tacco ed a testa rotonda, a cupola, sulla pianta della suola. Cammino a piccolissimi passi, ma ciononostante, ogni volta che cerco di sollevare un piede per portarlo avanti, appena alzo il tacco, la suola che è ancora in parte appoggiata allo strato di neve ghiacciata, mi scivola indietro per effetto della pendenza della strada. Non riesco ad avanzare e sento i carri dietro a me che stanno per raggiungermi, allora mi giro per vedere quando mi giungeranno addosso e provo a camminare retrocedendo. Con stupore noto che i piedi non mi scivolano più; forse vado poco più in fretta di prima, ma faccio meno fatica ed almeno cammino! Marciando in tal modo, osservo i carri vicinissimi e penso: chissà perché non mi sparano? Forse che, dopo tanto sparare, hanno esaurito tutte le munizioni e non hanno più neppure un colpo per me? Quando mi raggiungeranno mi scanserò sul bordo della strada, ma non farò più di un passo nella neve alta e se mi stritoleranno, sarà finita... vivere o non vivere per me non ha più importanza... arrivo addirittura a pensare che con venticinque anni da poco compiuti, anche se dovrò morire non avrò nulla da recriminare, avendo già avuto a sufficienza dalla vita!... Continuo a portare con me la mia borsa di pelle contenente le tavole di tiro e le bombe a mano. Penso che sarebbe perfettamente inutile lanciare le bombe contro i carri: dall'interno non ne sentirebbero neppure il rumore dello scoppio! Mentre rimugino i miei pensieri, m'accorgo che i carri si sono quasi fermati: mi sembra che si muovano alla mia velocità, che rispettino la distanza... È incredibile! Che abbiano paura di me? forse, vedendomi tutto solo, indifferente al loro avanzare, camminare a ritroso con una borsa in mano e guardandoli, pensano che porti con me nella borsa un terribile marchingegno... Nel frattempo sono arrivati degli aerei russi che si danno da fare mitragliando ripetutamente la colonna degli uomini in marcia che già hanno raggiunto Orobinski. Io, da solo, non faccio bersaglio: non mi sparano, nessuno mi spara! Sopraggiungono quattro stukas tedeschi; mettono subito in fuga gli aerei russi e si danno al loro inseguimento. Li vedo passare sopra la mia testa e mentre li osservo allontanarsi, rammaricandomi che non abbiano visti i quattro carri armati sulla strada, vedo l'aereo di coda fare un dietro-front, picchiare sulla colonna di carri e lanciare una bomba - una sola - che cade e colpisce sul fianco destro il carro di testa facendogli fare, forse per lo spostamento d'aria o più probabilmente per avergli rotto un cingolo, una rotazione di un quarto di giro, bloccandolo di traverso sulla strada in modo tale che questa resta ostruita. La strada è abbastanza larga, ma anche il carro T 34 russo è molto grande! Gli altri che lo seguono, si fermano e non tentano neppure di uscire dalla strada per sorpassarlo dove non c'è la neve battuta. Evidentemente temono che il terreno fuori strada sia minato. Questo mi rinfranca, intanto la salita è meno forte del primo tratto; mi giro, i piedi non mi scivolano più e, sia pure lentamente, avanzo e mi allontano dai carri.
Davanti a me non vedo più nessuno: tutti se ne sono andati. Arrivo a Orobinski e mentre stancamente inizio la traversata del paese che era la sede del nostro reparto munizioni e viveri, vedo davanti ad un'isba, abbandonate, delle cassette buttate alla rinfusa in mezzo alla neve e subito m'accorgo che sono cassette che dovrebbero contenere lattine di carne in scatola. Mi avvicino e, non so come, trovo la forza di aprirne una rompendo i ferri a nastro che l'avvolgono e spaccando il coperchio inchiodato. Nel frattempo transita sulla strada una colonna a piedi di un centinaio di uomini bene armati, probabilmente del reggimento di fanteria tedesca in fuga che, inquadrata a file di tre per tre, con a fianco un ufficiale che comanda il passo, torna indietro verso l'inizio del paese, con l'evidente scopo di affrontare i carri armati. Subito mi riempio di scatolette di carne le tasche del pastrano, poi cerco di aprirne un'altra tenendola ferma sul ghiaccio della strada, con un piede appoggiato sulla parte superiore e tentando di piantarle nel coperchio la punta della lama del temperino che ho con me. Ad ogni colpo della mano sul manico del temperino, la scatoletta scivola sul ghiaccio e schizza via, lontano dal piede col quale cercavo di trattenerla. Io la raggiungo, la riprendo e ritento nello stesso modo di piantarle il coltello nel coperchio. Ad ogni colpo mi sfugge, la punta della lama del temperino si piega, ma io, imperterrito, insisto. Intanto vedo Donegatti spuntare da lontano e tornare indietro verso di me, chiamandomi; evidentemente si era accorto che io non c'ero più con gli uomini della batteria. Quanti al suo posto sarebbero tornati indietro in simile situazione a cercarmi? Quando mi è vicino, continua a pregarmi di allontanarmi con lui. Io che continuo a lottare con la mia scatoletta, alle sue insistenze rispondo con decisione che, se prima non mangio, non mi muovo e, quindi, se ne vada pure senza preoccuparsi di me. In quel momento, ad un paio di centinaia di metri da noi, all'inizio del paese, nella direzione del valloncello da noi percorso, si sente una fitta sparatoria: è la piccola colonna di tedeschi che spara contro i carri armati? Donegatti zittisce un momento e con sguardo pietoso mi osserva lottare contro quella terribile scatoletta, poi, repentinamente, estrae il suo temperino da una tasca e me lo porge: è un temperino con apriscatole! In un baleno apro la scatoletta e mi infilo della carne in bocca. Come deglutisco il primo boccone, sento ritornarmi le forze. Subito afferro altre scatolette di carne dalla cassetta sfondata e le porgo a Donegatti invitandolo a mettersele in tasca, poi, l'uno di fianco all'altro, ci allontaniamo verso la parte opposta del paese. Proprio appena al di là delle ultime case del paesello, vedo diversi autocarri carichi di uomini che si stanno allontanando ed un altro, fuori strada, in mezzo alla neve alta, fermo e con il cassone pieno di miei soldati. Chiedo che cosa stanno facendo ed essi mi rispondono che aspettano che il camion parta. Intanto l'autista tenta disperatamente di metterlo in moto. Ordino a tutti, meno all'autista, di scendere, di spingere l'autocarro fin sulla strada e poi di provare a metterlo in moto con una spinta. Così fanno ed il motore si avvia. Faccio rimontare gli uomini ed io e Donegatti saliamo in cabina a fianco dell'autista. Subito partiamo seguendo la strada che corre verso nord, parallela ma ad una certa distanza dal Don. I russi hanno sfondato le nostre linee ed oltrepassato il Don a partire da Deresowka, praticamente di fronte a noi, verso sud, non investendo per niente le divisioni che si trovano attestate a nord della nostra: quindi la strada in tale direzione è ancora libera. Percorriamo diversi chilometri ed intanto, io, grazie all'apriscatole di Donegatti, mi apro un'altra scatoletta di carne e mangio... Arriviamo ad un incrocio dove troviamo fermi gli altri autocarri che ci avevano preceduti, perché c'è un'incursione aerea nemica con lancio di numerose bombe.
Tutti scendono dal camion e, come già hanno fatto gli altri arrivati prima di noi, si spargono lontani buttandosi nella neve. Io rimango imperterrito seduto al mio posto e continuo a mangiare carne. Finita l'incursione, tutti ritornano. L'autista, rispettosamente, mi fa osservare che anch'io avrei dovuto scendere dall'autocarro ed allontanarmi; io gli rispondo che se una bomba fosse caduta nel punto in cui egli si trovava, sarebbe morto lui, mentre se fosse caduta in testa a me, sarei morto io... Il ragionamento non è perfetto, ma oggi sono fatalista! Ripartiamo svoltando a sinistra all'incrocio, cioè verso ovest, seguendo gli altri. Alle ore 14 siamo a Kantemirowka: una qundicina di uomini della mia batteria risultano mancanti. Sistemiamo gli uomini a gruppi, un po' qua ed un po' là, dovunque troviamo dei posti al coperto. Alla mensa del comando tappa vengo abbracciato dal tenente colonnello Conte8 che è contento perché ci siamo salvati, ma piange perché non siamo morti, nel qual caso gli sarebbe stato facile dimostrare che i suoi reparti si sono fatti onore! Io, appena posso, vado a dormire.
Kantemirowka! E la ritirata continua!

Venerdì 18
La giornata che passiamo qui a Kantemirowka dovrebbe servire per racimolare gli uomini del gruppo. Trovo uno spaccio dell'Unione militare e colgo l'occasione per acquistare, spendendo oltre L. 750, della biancheria di ricambio, un rasoio ed altre cose che mi sostituiscono quelle abbandonate sul fronte del Don. Affido il pacco della spesa fatta e la borsa di pelle, sempre con dentro le tavole di tiro e le bombe a mano, ad Avallone che, con la slitta trainata dai cavalli, ci ha raggiunto seguendo non si sa quale strada. Verso l'imbrunire gli automezzi che il reparto munizioni e viveri è riuscito a salvare dai russi (sono una parte di quelli che avevo visto ieri lasciare Orobinski carichi di soldati e così pure l'autocarro sul quale sono poi salito io), partono col poco materiale rimasto e pochi uomini, alla volta di un paese, Nicolskoje, che deve servire di raduno per il 2o raggruppamento artiglieria di corpo d'armata. Revelli e Donegatti vanno con loro. Io, Brescia Morra9 e vari altri ufficiali del mio gruppo ed i rimanenti uomini, partiremo domani mattina quando torneranno a prenderci.
Come già la notte scorsa vado a dormire piuttosto presto in una baracca appositamente costruita quale dormitorio ufficiali. Ci sono dei posti letto in castelli di tre piani. Ho con me Brescia Morra. Troviamo due posti nello stesso castello: io nel piano di mezzo lui nel piano più alto. Sotto di me c'è già un altro ufficiale che è ferito e si lamenta penosamente, ma non è il solo: di feriti ce ne sono molti e durante la notte sento gemiti continui.

Sabato 19
M'accorgo, appena passata la mezzanotte, che diversi si alzano ed escono dal camerone: dopo un po' ritornano, svegliano altri e parlottano assieme; questi a loro volta si alzano e se ne vanno senza più tornare. Di mano in mano che passano le ore, il brusio ed il movimento di persone aumentano: mi è impossibile dormire, per cui chiedo informazioni ad uno che sta per andarsene. La notizia che mi dà è allarmante: sembra che i russi siano a pochi chilometri di distanza ed avanzino senza trovare resistenza. Sono le tre del mattino. Chiamo Brescia Morra, ci alziamo ed andiamo a vedere che cosa succede dove abbiamo lasciato i nostri soldati la sera prima. In giro per la città non si nota alcunché di particolare. I nostri soldati sono tranquilli, a parte quelli che si lamentano per principi di congelamento. Dopo un po' siamo tutti d'accordo nel pensare che si tratti di frottole.
Alle 8 vado con Brescia Morra al comando tappa per chiedere notizie e saperci regolare, però non troviamo più nessuno, tutto chiuso ad eccezione del bar. La cosa ci insospettisce non poco ed incomincio a pensare che tutte quelle voci non siano prive di fondamento. Che gli alti comandi siano bene informati, l'avevo già capito il 16 di questo mese, quando ho ricevuto l'ordine di resistere ad oltranza dove mi trovavo, dopo che il comando del raggruppamento dal quale in quel momento dipendevo, si era arretrato di una quarantina di chilometri...
Entriamo nel bar per sorbirci un caffe. Nell'interno ci siamo solo noi ed il barista. Ordiniamo il caffè e mentre ne siamo in attesa, sentiamo una serie di forti scoppi ed il barista ci urla: "Fuori!". Poi si precipita verso di noi e ci sospinge al di là della porta. C'è una scaletta interna e, mentre la scendiamo, sentiamo altri scoppi un po' dappertutto. Sbuchiamo dalla scala direttamente sulla strada, nei pressi di un incrocio, e vediamo una confusione indescrivibile che ricorderò certamente per tutta la vita: autocarri che sbucano da tutte le parti e fuggono a velocità pazzesca investendo uomini, cozzando tra di loro, mentre migliaia di soldati che sembrano impazziti, alcuni dei quali sono seminudi ed altri addirittura nudi, feriti fuggiti dagli ospedali, tentano di salirvi. Da un cancello aperto nel muro di cinta di fronte a noi, evidentemente delimitante l'area di un ospedale, sbuca una grossa autoambulanza con il solo autista; non fa in tempo a completare la curva verso sinistra, per immettersi sulla strada, che investe un cavallo, il quale trottava attaccato ad una troika guidata da un russo, spuntata in quel momento dall'incrocio. Le ruote anteriori scavalcano il cavallo che resta morto sul colpo, impigliato sotto il telaio, per cui le ruote motrici posteriori fanno poca aderenza sul ghiaccio e slittando impediscono all'autoambulanza, fermatasi di traverso di fronte a noi, sulla strada, di proseguire. Dallo stesso cancello esce saltellando un alpino semisvestito: chiede aiuto. Io e Brescia Morra guardiamo tutto questo, con occhi attoniti... Intanto l'autista dell'autoambulanza scende a precipizio dal suo posto di guida, afferra il cavallo per la coda e cerca di estrarlo da sotto l'intelaiatura dell'automezzo. Io corro in soccorso dell'alpino, lo sorreggo sino all'autoambulanza, apro lo sportello di sinistra e cerco di sospingerlo sul sedile a fianco di quello del guidatore. Il poveretto è in mutande, ha le gambe completamente congelate, nere, non riesce a salire; per di più è un giovanottone grande e grosso! Io, standogli dietro, con una mano lo sostengo sotto l'ascella e con l'altra riesco a sollevargli una gamba posandogli il piede sul predellino. Se riuscissi a sollevarlo di quel tanto da poterlo spingere nella cabina, sarebbe fatta! È molto pesante; le scarpe mi scivolano sul ghiaccio; egli non ha neppure la forza fisica né la forza di volontà di aggrapparsi alla fiancata della cabina ed aiutarsi a salire! La gamba appoggiata sul predellino non lo sorregge, gli si piega! Nel frattempo, l'autista, non so come, è riuscito ad estrarre il cavallo da sotto l'autoambulanza, rimonta a precipizio al suo posto di guida e senza preoccuparsi minimamente di noi, riparte di scatto con lo sportello sinistro aperto, cioè dalla parte dove io mi trovo con l'alpino. Dato che noi ci troviamo dalla parte interna, della curva che lui compie, se non m'affrettassi a buttarmi indietro trascinando con me il malcapitato giovane, ci investirebbe entrambi con la ruota posteriore sinistra. Se almeno, quel disgraziato - per dirgli poco - avesse allungato solo una mano per tirare in cabina quel poveretto mentre io lo spingevo, non avrebbe perso più di qualche secondo e questi sarebbe salito! Quanto ho ora scritto ha indubbiamente del pazzesco, ma è pura e sacrosanta verità! Io non posso fare altro che trascinarlo su un lato della strada e farlo sedere con la schiena appoggiata al muro di cinta dell'ospedale. S'accorge che sto per lasciarlo ed allora m'invoca ripetendo più volte: "Signor tenente, non m'abbandoni!". Dove noi ci troviamo non passano più altri automezzi; ormai se ne sente solo il rombo in lontananza, che posso fare? Oltre a lui, qui non ci siamo più che io e Brescia Morra. Cerco di fargli coraggio, gli dico che qualcuno arriverà di certo con qualche mezzo a caricarlo, perché i responsabili dovranno pure preoccuparsi di sgomberare gli ospedali e raccogliere i feriti. Il poveretto capisce che non ci è possibile, nelle nostre condizioni, portarlo via, perciò tace e rimane là, con la schiena appoggiata al muro, sperando..
Col cuore spezzato, m'allontano a piedi con Brescia Morra, seguendo la strada nella direzione in cui abbiamo visto dirigersi tutti gli altri. Stiamo percorrendo un rettilineo ormai fuori della città, quando sentiamo dietro di noi, ancora lontano, il rumore di un motore; ci voltiamo e vediamo un autocarro che sta arrivando a tutto acceleratore. È forse l'ultimo che lascia la città; dico a Brescia Morra che bisogna tentare il tutto per tutto per aggrapparvisi, altrimenti, a piedi, noi due soli, non ce la faremo ad allontanarci. Per non ostacolarci, gli dico che io tenterò di aggrapparmi alla fiancata sinistra, mentre lui dovrà tentare di aggrapparsi alla sponda posteriore. Ci mettiamo entrambi a correre, io a sinistra e lui a destra della strada. Nel momento in cui l'autocarro sta per sorpassarci, io spicco un balzo e riesco ad aggrapparmi al fianco all'inizio del cassone, tra la cabina ed il telone; m'arrampico su quest'ultimo poi cerco di scendere all'interno del cassone, incastrandomi dietro la cabina, tra questa ed il telone. Brescia Morra, anche lui, ce l'ha fatta ad aggrapparsi alla sponda posteriore e, temendo che io non sia riuscito a salire, continua a gridare il mio nome; io lo rassicuro, rispondendogli ed invitandolo ad entrare nel cassone. La manovra che faccio per scendere, non è facile: il voluminoso pastrano con fodera di agnellino che indosso, a causa dello stretto spazio tra la cabina e la prima centina che sostiene il telone, mentre scendo, si accartoccia all'altezza delle ascelle. Per di più, proprio legata al retro della cabina, c'è la ruota di ricambio che a sua volta blocca il telone. M'accorgo che nel cassone c'è già qualcuno e lo invito a togliere l'impedimento all'interno che non mi permette di scendere. La ruota viene rimossa ed io, faticosamente, riesco nel mio intento. Subito vedo Brescia Morra che, non avendo inteso la mia risposta ai suoi richiami, è ancora aggrappato alla sponda dietro e non riesce a decidersi se salire o no. Gli dò una mano, così ci troviamo in tre nel cassone dell'autocarro e due in cabina. Questi ultimi li vedo attraverso il finestrino: sono l'autista, che è un milite fascista, ed un capomanipolo. Quello che è con noi nel cassone è pure un milite fascista e mi dice che hanno fatto giusto in tempo ad arrivare a Kantemirowka questa mattina con l'autocarro sul quale ci troviamo, essendo partiti da una decina di giorni dall'Italia e scaricati dal treno poche ore or sono in una stazione di cui non sa il nome. Sono arrivati e subito hanno fatto un bel dietro-front per tornare indietro il più velocemente possibile.
L'automezzo corre velocissimo sulla strada ghiacciata e nel percorso raggiungiamo quelli che sono partiti prima di noi, a piedi. È naturale che facciano il possibile per aggrapparsi anche loro, ed in breve tempo, mentre il cassone si riempie di uomini, altri che, come me, sono riusciti ad aggrapparsi alle fiancate ed a salire sopra il telone, col loro peso fanno cedere le centine e premono sulle nostre teste. Il milite ha una baionetta e con questa, avvertendo coloro che sono sopra di fare attenzione, di scansarsi, tagliamo il telone. Subito, dal taglio, precipitano in basso con noi, come da una tramoggia, diversi soldati. Leviamo, tagliandolo decisamente, tutto il telone, in tal modo altre persone che di mano in mano raggiungiamo lungo la strada, si aggrappano più facilmente e finché c'è spazio per infilarci i piedi, entrano nel cassone. Siamo tanti che quelli sui bordi stanno ripiegati all'esterno, quasi come un mazzo di fiori dentro il vaso. Ci sono anche dei feriti e dei congelati che, sebbene non gravi, soffrono a causa della posizione e si lamentano. Tento, urlando, picchiando contro la cabina di far fermare l'autocarro per sistemarli meglio, ma capisco che l'autista non si fermerebbe neppure se lo ammazzassi ed il capomanipolo si comporta come se fosse sordo, tant'è vero che neppure si gira a guardare attraverso il finestrino che lo separa da noi per vedere che cosa succede! L'autocarro è stracarico, per cui la velocità si è fortemente ridotta, quindi è più facile aggrapparsi, cosicché viaggiamo con numerose persone appese a grappolo sulle fiancate, perché nell'interno non c'è più posto. Le balestre, a causa del sovraccarico, cedono e le ruote posteriori sfregano contro i parafanghi. Di tanto in tanto sopraggiungono altri autocarri che provengono da chissà dove, più o meno vuoti, velocissimi. La strada è convessa, perciò il nostro autista viaggia al centro perché, così, slitta meno, c'è meno pericolo di finire fuori strada e neppure si sposta allorché sopraggiungono gli altri e vogliono sorpassare. La strada è abbastanza larga, per cui ci sono quelli che sorpassano a sinistra e quelli, sia pure in numero minore, che sorpassano a destra. Tutti, per lo stesso motivo di stabilità sulla strada, tendono a sorpassarci sfiorandoci, cosicché diversi uomini appesi ai fianchi dell'autocarro su cui mi trovo, vengono stritolati dalle fiancate degli autocarri che ci sorpassano.
Nonostante tutto, in un tempo relativamente breve arriviamo a Bielowodsk, dove trovo gli autocarri del mio gruppo carichi degli uomini che ieri erano partiti da Kantemirowka, pure loro fuggiti.
Perché è successa tutta quella confusione, quel pandemonio, a Kantemirowka? Perché dei carri armati russi, con l'aiuto di apparecchi da caccia e da bombardamento, si erano presentati sulla soglia e sul cielo della città ed avevano iniziato a sparare, mitragliare, bombardare un po' ovunque cosicché quelli che vi si trovavano già sotto shock e stremati dalla battaglia sul Don e per di più, in maggioranza assolutamente disarmati, si erano dati alla fuga.
Lascio l'autocarro che mi ha portato fin qui e mi trasferisco con Brescia Morra su uno degli autocarri del mio gruppo. Alle ore 16 attraversiamo Starobjelsk. Strada facendo abbiamo dei feriti: un sottufficiale della mia batteria, il sergente Carlo Trezzi, trattorista, ferito nel tratto di strada tra Kantem e Bielowodsk, cioè prima che io mi unissi agli uomini del mio gruppo a Bielowodsk e tre artiglieri della 3a batteria, colpiti lungo la strada da Bielowodsk a Ponte Donetz, nei cui pressi arriviamo a sera inoltrata.
Passo la notte con molti altri ufficiali in un comando tappa di un paese in riva al Donetz, sulla sponda sinistra del fiume, dove trovo parte dei miei soldati che avevo con me a Kantemirowka.

Domenica 20
Durante la notte ed il mattino, arrivano con tutti i mezzi possibili altri miei soldati, a gruppetti od alla spicciolata, sempre da Kantemirowka. Arriva pure Avallone senza slitta e senza cavalli: li ha abbandonati perché aveva avuto l'occasione di trovare un posto su un autocarro più veloce mentre quelli erano troppo lenti ed avrebbe finito col trovarsi solo sulla strada, certamente con la possibilità di incontri non amichevoli... Con un sorriso soddisfatto (prima di abbandonare la troika aveva pensato al suo tenente...), mi porge la borsa di pelle che gli avevo affidato a Kantemirowka, unitamente al pacco della spesa fatta all'Unione militare e mi dice che il pacco l'ha lasciato sulla troika, non potendoli portare entrambi, e, tra i due, ha pensato che avesse piú valore la borsa di pelle, tanto più che risultava più pesante del pacco avvolto semplicemente in carta da imballo. Rimane male quando gli dico che la borsa contiene delle tavole di tiro ormai, per noi, del tutto inutili e delle bombe a mano e null'altro, mentre nel pacco c'era biancheria e di tutto un po', per un valore di oltre 750 lire. Comunque lo ringrazio, ed egli non finisce più di scusarsi per non aver saputo scegliere.
Conclusione: in tre giorni ho perso due volte tutti i miei bagagli... Vorrà dire che mi vestirò come i soldati, però, un rasoio per farmi la barba bisognerà pure che lo trovi, come pure sarà necessario che mi procuri un pezzo di sapone per lavarmi appena troverò dell'acqua che non sia gelata! Mi resta la soddisfazione di avere ancora in tasca la fattura delle spese fatte a Kantemirowka che, essendo di carta fine, sottile, adopero dopo averla tagliata in diversi pezzetti rettangolari, come cartine per le sigarette che riesco a "torchiare" raccogliendo, quando desidero fumare, un po' del tritume e polvere di tabacco che ho sparsi in tutte le tasche!
Dopo aver atteso tutto il mattino che qualcuno decida la nostra dislocazione, finalmente, nel pomeriggio, partiamo strettissimi sui nove autocarri rimasti al gruppo, contro i novantadue che avevamo sul fronte del Don, alla volta di Voroscilovgrad, dove presso il 127° autoreparto pesante, troviamo un'ospitalità veramente commovente.