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Viaggio nei boschi del Don, dove nel
dicembre 42 cominciò la tragica ritirata dellArmir.
I contadini: «Carri armati e mitragliatrici fecero una strage».
Valujki, la valle degli alpini perduti Resti di soldati italiani scoperti in un villaggio russo: «Sono centinaia lì sotto» DAL NOSTRO INVIATO VALUJKI (ex fronte del Don) - Il vecchio Ivan Yakovlevich non deve scavare. Gli basta graffiare con un ramoscello di betulla il bordo della buca, scansando le foglie secche, ed ecco che compare un oggetto duro, biancastro. E un osso, quasi calcinato, ma inconfondibile. Un osso corto, probabilmente di un braccio. Qualche minuto e ne esce un altro, più piccolo. Ivan si stringe nel giaccone di panno grigio e si cala il berretto di pelo per proteggersi dalle raffiche. Un vento gelido, che forse non è nulla in confronto a quello che spazzava questi boschi giusto sessantanni fa, quando lArmata Rossa circondò e annientò i resti delle divisioni alpine che facevano parte dellArmir, lArmata Italiana in Russia. La buca che Ivan Yakovlevich Khromov ci mostra contiene i resti di nostri soldati: lo ricorda benissimo lui e lo ricordano gli abitanti anziani del villaggio di Starokozhevo. «Non decine, ma centinaia, rivedo ancora il giorno in cui li seppellimmo. Io avevo sei anni», racconta Ivan. Tra gli alberi di quercia e nei campi circostanti, di cadaveri ce ne erano a migliaia e per tutto linverno rimasero lì, rigidi nella neve e nel ghiaccio. Poi, in primavera, furono i bambini con le donne e i vecchi che ancora abitavano nei villaggi e che avevano dato ospitalità ai nostri soldati durante la ritirata, a doversi occupare della sepoltura. Ivan ricorda: «Utilizzammo le buche scavate dai colpi di cannone e di mortaio». Pochi chilometri più a ovest un altro villaggio in mezzo al nulla della sterminata pianura russo-ucraina, Nasonovo. E un altro vecchio che ricorda, Ivan Vasilyevich Aladijn che nel gennaio del 1943 aveva 14 anni: «Ecco, proprio qui, in mezzo a questo campo, cera un mulino a vento e sul fianco del mulino cera una grande buca che noi allargammo», dice dopo aver esitato qualche istante a ritrovare il luogo esatto. «Ne seppellimmo a centinaia, di italiani. Li trascinavamo a mano, li caricavamo sulle carriole. Non finivano mai; cerano corpi dappertutto». A più di dieci anni dal crollo dellUrss, il nostro ministero della Difesa ancora cerca i luoghi di sepoltura dei soldati caduti nella tragica spedizione voluta da Mussolini per compiacere Hitler. Ma molte fosse comuni sono ancora sconosciute, molti luoghi dove caddero a centinaia i fanti e gli alpini non sono stati ancora toccati. «Quella di Valujki è certamente una zona che riteniamo interessante, ma ancora non abbiamo potuto compiere ricerche», spiega il generale Bruno Scandone che è a capo del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti). «Anche se dal 1992 ogni anno compiamo diverse ricerche in territori dellex Unione Sovietica e rimpatriamo resti di nostri soldati». Così a Starokozhevo, come a Nasonovo, i nostro alpini sono ancora lì, in fosse non marcate, se non per una croce dipinta su un albero da una mano pietosa. Le ossa che Ivan ha ritrovato vengono sotterrate nuovamente nella buca. A Mosca un patologo che esamina le foto che abbiamo scattato non ha dubbi: «Sono certamente umane». Un personaggio di Valujki, Vladimir Tsibulya che si definisce ex imprenditore caduto in disgrazia, vuole sensibilizzare autorità italiane e parenti perché anche in questa zona si inizi a riesumare le salme dei caduti. Spera che questo possa aprire una qualche prospettiva di sviluppo economico in un paese dove si campa con una agricoltura che ha pochi sbocchi. Ci porta in giro da una fossa allaltra; ci fa parlare con i vecchi. Ci mostra i «cimeli» ritrovati dai contadini. Pavel, che ha un laboratorio di vernici, ha trovato assieme al padre una piastrina, una di quelle che i militari portano al collo. Si leggono ancora chiaramente i dati: Accomazzo Giacomo, classe 1914, numero di matricola 29581 (86) /C di Antonio e Cerrina Maria. Nato a Calliano (Asti). Dal computer di Onorcaduti a Roma si apprende che lalpino Accomazzo era nella sanità della divisione Cuneense e che risulta disperso in Russia dopo essere stato visto per lultima volta il 6 gennaio del 1943 presso il 615° ospedale da campo. Ecco invece dove probabilmente Giacomo ha finito i suoi giorni, in un campo coperto di neve a pochi passi da un villaggio. La piastrina è stata trovata mentre Pavel e il padre scavavano le fondamenta della loro casa di campagna, a pochi chilometri da Valujki. Ulteriori fosse comuni sarebbero vicino ad altri villaggi, secondo il racconto dei contadini: a fianco alle casette di legno di Selivanovo, Krasnaja Gvardya, Alekseyevka. «I luoghi dove si è svolta la tragedia finale delle tre divisioni alpine, la Cuneense, la Julia e la Tridentina», conferma il generale Scandone. Tutto ha inizio poco prima di Natale del 1942, con la grande controffensiva russa su Stalingrado e sul fronte del Don tenuto da italiani, romeni, ungheresi e tedeschi. Lo sfondamento travolge lintera Ottava Armata italiana. Per non rimanere accerchiati, i nostri si ritirano, ma ben presto, tra bufere di neve a 40 sotto zero, la ritirata diventa una rotta. Gli alpini rimangono indietro, a cercare di fermare lavanzata dei carri armati sovietici. Quello che resta del corpo di armata alpino viene circondato il 17 gennaio del 43. Quei giorni e la successiva odissea dei prigionieri sono stati descritti in libri memorabili da Mario Rigoni Stern, Nuto Revelli, Giulio Bedeschi. Si marciava nella neve per tentare di raggiungere le linee dellAsse e uscire dalla sacca, sotto i continui attacchi russi. I feriti che non riuscivano a camminare rimanevano per strada assieme ai morti. La notte ci si ammucchiava nelle isbe per cercare di recuperare le forze e al mattino si ripartiva. Dei 227 mila partiti per la Russia, centomila non tornarono. Le divisioni alpine subirono perdite durissime. Dei 16 mila componenti la Julia, 12.600 morirono o furono fatti prigionieri. Dei 17 mila uomini della Cuneense, ne tornarono in patria 1300. Negli ultimi dieci giorni di gennaio del 43 si svolsero le fasi finali dellaccerchiamento, proprio tuttattorno a Valujki, dove venne catturato anche il generale Ricagno, comandante della Julia. I sovietici premevano da ogni parte, con truppe fresche e ben armate affluite dalla Siberia. «Proprio in questa valle si erano radunati tantissimi italiani, era il 26 gennaio del 43», racconta ancora Ivan Vasilyevich indicando la radura ai piedi della fossa dove abbiamo trovato le ossa. «Lassù era piazzata una mitragliatrice nostra e da quellaltra parte erano spuntati i carri armati. In mezzo cerano pure una trentina di tedeschi a cavallo, che si erano impantanati nella neve. Noi ragazzi guardammo a lungo le mitragliatrici che sparavano. Poi tutto finì e i nostri se ne andarono». A Nasonovo invece le donne videro passare le colonne dei prigionieri diretti verso Krasnaja Gvardya. «In continuazione ne cadeva qualcuno che non si rialzava più». In futuro, forse, anche le fosse di Valujki saranno scavate, come è accaduto in altri posti. Più facile ritrovare i luoghi di sepoltura «ufficiali», quelli dei lager o i cimiteri costruiti dagli stessi italiani prima della ritirata. Fino a oggi sono stati riesumati e portati in Italia i resti di quasi diecimila soldati. Ma in molti luoghi, dove si ricorse a gigantesche fosse comuni, risulta impossibile identificare i singoli. Allora si provvede a sistemare un cippo o un monumento funebre. Un giorno anche gli alpini morti a Valujki verranno ricordati? Fabrizio Dragosei " Corriere della Sera" del 16 dicembre 2002 | ||||||||