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Torna l’«Anabasi», storia della fallimentare spedizione in Persia del 401 a. C. Racconto paragonato ai libri di Rigoni Stern e Bedeschi sulla ritirata di Russia

Senofonte e i sergenti nella neve

di LUCIANO CANFORA

«L’impressione più forte che dà Senofonte, a leggerlo oggi - osservò molti anni addietro Italo Calvino presentando l’ Anabasi -, è di stare guardando un vecchio documentario di guerra». E trasceglieva, a titolo di esempio, dal libro V, il brano che descrive una delle tante marce dei «diecimila» nella neve, sferzati dal vento che soffia in direzione contraria: «Il terzo giorno è particolarmente terribile, per via del vento di tramontana che soffia in senso contrario alla marcia bruciando e congelando i corpi . Per difendere gli occhi dal riverbero della neve gli uomini, durante la marcia, si mettono davanti agli occhi qualcosa di nero». O quello in cui Senofonte salva dal congelamento i suoi uomini sorpresi nel sonno da una nevicata notturna: con uno scatto si denuda e si scatena a menar colpi di scure sulla legna, imitato a mano a mano dagli altri che così si salvano dalla insidiosa «dolce» morte. «Piccola anabasi dialettale» aveva definito Elio Vittorini Il sergente nella neve di Rigoni Stern. Le novità dell’ Anabasi rispetto alle altre narrazioni storiografiche greche è che tutto quello che vi è narrato è, dall’inizio alla fine, frutto della diretta visione da parte dell’autore. E ciò su di un teatro geografico immenso che, in tempi recenti, il bravissimo Valerio Manfredi ha ripercorso passo passo dando vita ad un concreto commento antiquario: La strada dei diecimila (Jaca Book).

Gli storici greci raccontavano quello che avevano «visto», percepito come più vero di quello che avevano «udito». Il viaggiare era perciò parte essenziale della loro fatica di scrittori di storia, di storia essenzialmente contemporanea: l’unica per la quale si poteva dare autopsia e dunque l’unica presentabile come «vera». Nel caso di Senofonte il viaggio fu per molti anni della sua vita il «luogo» privilegiato del suo spirito: prima come cavaliere combattente, poi come «inviato» al seguito del contingente greco assoldato da Ciro proteso alla conquista del trono persiano, poi come leader, con altri, della avventurosa ritirata dei Greci e del loro ritorno, infine come «mercenario» al seguito di Agesilao. Da queste esperienze nacquero opere di storia sommamente drammatiche: la cronaca della guerra civile (nel secondo libro delle Elleniche ) e l’ Anabasi , il resoconto appunto dell’impresa asiatica, che ora la Utet ripropone, con traduzione a fronte e con una imponente ed importante introduzione di Fiorenza Bevilacqua nella benemerita collana dei classici greci voluta vent’anni fa da Italo Lana.

Eppure quel che è chiaro a noi - che cioè l’ Anabasi è il più autoptico dei racconti storici antichi giunti a noi - non lo fu per i contemporanei. L’ Anabasi infatti fu diffusa dall’autore sotto un falso nome, quello di un immaginario Temistogene di Siracusa. Perché? Non era un semplice ritrovato letterario. In quell’opera Senofonte parlava di se stesso, della sua partecipazione alla spedizione di Ciro il Giovane in Asia e del suo improvvisato ruolo di comandante durante la ritirata dei mercenari greci attraverso la Mesopotamia, il Caucaso, la costa sud del Mar Nero, la Tracia. Anche altri reduci avevano raccontato quella vicenda: per esempio lo spartano Sofeneto. E lì, in quegli altri racconti, il ruolo di Senofonte appariva ben diverso. Senofonte capì che un memoriale, o un contro-memoriale, scritto in prima persona avrebbe avuto assai minore efficacia.

Anche per un’altra ragione l’intento di Senofonte era apologetico. Le gesta di quell’esercito di irregolari serpeggiante tra gole e guadi, tra imboscate e saccheggi non avevano certo destato simpatia: basti pensare al giudizio durissimo di un autorevole contemporaneo come Isocrate, il politologo più noto dell’Atene del tempo, il quale definiva i Greci che avevano seguito Ciro, e dunque lo stesso Senofonte, «gentaglia, persone che non potevano più vivere nelle rispettive città» ( Panegirico , 146). Ovvio dunque che l’apologia, l’enfasi sul proprio operato, sulle proprie gesta, tanto più riuscisse convincente quanto più si fosse costruita l’illusione di una oggettività. Di qui l’invenzione di un Siracusano che parla di «un certo Senofonte Ateniese», mettendone in luce la prodigiosa bravura, lungimiranza, tolleranza, saggezza nel comando. E poi vi era stata rivalità con gli altri capi che avevano guidato la ritirata - soprattutto Chrisofo lo Spartano. E questi altri capi, soprattutto gli Spartani e i loro amici arcadi e achei, avevano avuto - o pretendevano di aver avuto - un ruolo ben maggiore rispetto a quello di Senofonte, almeno fino ad un certo momento della ritirata. Pesavano ancora le divisioni e le rivalità causate dalla «grande guerra» (la quasi trentennale «guerra del Peloponneso»): pesavano anche nei confronti di un ateniese che, come Senofonte, si era compromesso con Sparta, col governo filospartano dei «Trenta», instaurato ad Atene da Lisandro alla fine del conflitto (404 a.C.). Anche per questo Senofonte voleva affermare la sua verità su quella convulsa vicenda. La cui importanza trascendeva la statura soggettiva dei protagonisti, divenendo invece l’inatteso rivelatore, al mondo, della vulnerabilità dell’impero persiano.

L’ Anabasi , che contiene il racconto di una avanzata apparentemente inarrestabile, fin nel cuore dell’impero persiano, della gigantesca battaglia di Cumassa (dove i Greci avevano comunque ribadito la loro superiorità militare) e dell’avventurosa ritirata, fu per Senofonte, nascosto dietro un finto nome, l’occasione e lo strumento per dare forma alla propria autobiografia degli anni decisivi. E per fissare dei punti fermi: spiegare a modo suo perché si era deciso a «scomparire» da Atene, ribadire il suo legame con Socrate, fissare la cronologia esatta dell’esilio inflittogli «in assenza» (per un reato presumibilmente di sangue ovviamente non dichiarato e forse risalente ai terribili mesi della guerra civile: 404/403 a.C.), rivendicare la sua capacità di guardare con occhio greco, di volenteroso fondatore di colonie, la grande ma vulnerabile realtà dell’impero multietnico dominato dai Persiani, esteso dalla costa asiatica dell’Egeo alla lontana Perside. L’ Anabasi è dunque un monumento autobiografico che sarà - secoli dopo - il modello dei Commentarii cesariani.

Ma non è solo questo. È a pieno titolo un libro di storia. Una storia scritta alla maniera dei Greci, per i quali il soggetto che narra è parte essenziale del racconto (anche se talvolta la figura del narratore resta implicita, «dietro le quinte» come quasi sempre fa Tucidide proteso ad un effetto di abbagliante obiettività). Nel proemio al libro III delle Elleniche Senofonte inserisce l’ Anabasi in una «catena» narrativa che parte da Tucidide, séguita con il racconto della guerra civile, e si salda, appunto grazie ai libri dell’ Anabasi , alle Elleniche . Il tutto costituisce un blocco di ventidue libri, tuttora conservati. È in quei libri la gran parte di quel che sappiamo della storia greca del V e del VI secolo a.C. Il prestigio del «socratico» Senofonte ha fatto sì che - di quell’epoca cruciale - il racconto «vincente», tra i tanti che al tempo suo furono scritti, fosse il suo.

"Corriere della Sera" del 16 dicembre 2002