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LA SOCIETÀ INCAICA di Filippo Rissotto
VIII Le lettere Diciannovesima e Ventesima dell'XI volume riportano RITI, USANZE ed altre notizie puramente etnografiche (le feste, le commedie, le poesie, l'arte di imbalsamare i cadaveri), che non deviano sostanzialmente dalla maggioranza delle fonti che sono giunte sino a noi, e non mutano il quadro d'insieme già delineato nelle pagine precedenti. Nella lettera Ventunesima il Carli giunge alla logica conclusione del suo discorso: "io so ch'essi non avevano bisogno né delle nostre leggi, né delle nostre arti, né della nostra coltura, né di noi: e che noi al contrario abbiamo creduto di felicitarci con i loro prodotti che a forza d'ingiustizie, di crudeltà e d'iniquità disonoranti la specie umana, ci siamo appropriati" (XI, 374-375). Con queste parole, va osservato, il Carli si stacca decisamente dalla sua fonte, e dimostra di accettare da Garcilaso solo quanto sente congeniale alle sue idee e ai suoi "sogni". Come è già stato più volte notato, il de la Vega non condannò mai apertamente ed in toto la Conquista spagnola, limitandosi semmai a suggerire (tra le righe) in quale modo questa avrebbe potuto rivelarsi proficua per dominatori e dominati. Il Carli invece non ebbe il minimo dubbio: gli spagnoli avevano distrutto un paradiso sociale, e lo avevano fatto non tanto per motivi religiosi (motivi che del resto, come ci pare di aver già dimostrato, egli sentiva in misura quanto mai labile), bensì per pura rapacità. Questa differenza è evidente soprattutto nell'atteggiamento tenuto dai due autori nei confronti di Atahualpa: Garcilaso ne dichiara più volte l'illegittima al trono, ne racconta le malefatte e le astuzie, ne sottolinea le gratuite malvagità e crudeltà, seguendo quasi certamente una tradizione iniziata dai primi Conquistadores. Il Carli, invece, pur riconoscendo le nequizie dell'ultimo sovrano Inca, scopre la mossa ideologica degli scrittori spagnoli (fra i quali, a rigore, sarebbe lecito includere lo stesso Garcilaso): "Fa veramente orrore la serie delle iniquità e delle barbarie usate da quegli assassini che si usurparono il nome di conquistatori e missionarj. Il loro Dio era l'oro: e di questo pel suo riscatto Athualpa [sic] ne promise una quantità immensa in vasi, in verghe, in lastre; colle quali erano ornate le pareti de i tempj e i sepolcri. Saputisi i luoghi dove tanti tesori si ritrovavano, li rubarono e trasportarono tutti; e poi, per compimento di buona fede, ammazzarono l'Imperadore; dopo averlo indotto a farsi cristiano, mandandolo nel regno de' Cieli, intanto ch'essi s'accontentavano di rubargli il regno terrestre. Hanno un bel dire gli scrittori spagnuoli per giustificare la mala fede e la crudeltà de i Pizzarri, che Athualpa era un usurpatore che fe' assassinar in prigione Huescar suo fratello; e che fe' ammazzare più di undici mila Incas, per togliersi l'ostacolo che si frapponeva al possesso legittimo dell'imperio, per esser egli bastardo e non della stirpe degl'Incas. Chi â fatto giudici gli Europei de i delitti de i sovrani in America?" (XI, 130). La lucidità di queste ultime affermazioni, in netto contrasto con l'atteggiamento filospagnolo di Garcilaso, mitiga l'impressione generale di acriticità che in più occasioni abbiamo rilevato. Si ritrova in questo passo il Carli vigile, critico, polemico della seconda parte delle Lettere Americane, il fustigatore delle teorie di Bailly, delle imprecisioni di Robertson, delle concezioni di Buffon. Ciò che preme rilevare, ad ogni modo, è che egli ricalcò il mito di Garcilaso solo in quanto esso rispondeva a profonde esigenze spirituali e psicologiche, proprie del Carli uomo prima che studioso. | ||||||||||||