Benvenuti in sempre allo spaccio.
Qui sei fra amici. Non sempre "sinceri", ma veri...

Google
Motore di ricerca


cerca in Internet
cerca nel sito



Click to subscribe to sempreallospaccio

Stop all'uso dei bambini soldato!



Camping sul Garda,
vacanze allo spaccio!




Visite SaS
dal 1 gennaio 2003

Visite a ECulture.org
dal 1 giugno 2004

 

LA SOCIETÀ INCAICA
NELLA CONCEZIONE DI GIAN RINALDO CARLI

di Filippo Rissotto

 
VI

VI

Come si è accennato, gli altri aspetti della società incaica delineati dal Carli erano strettamente collegati alla religione. La GERARCHIA SOCIALE non era in discussione, a cominciare dalla punta della piramide: "per legge inviolabile, l'impero era ereditario" (XI, 300); "il padre comune, ch'era l'Imperadore, provvedeva a tutto" (XI, 272). Per poter provvedere, ovviamente, doveva essere informato: "poste in ruolo tutte le famiglie (…) e numerati esattamente tutti gli individui" (XI, 247), egli curava il mantenimento di una "perpetua controloria" (XI, 255) che, se fosse stata quella descritta dall'istriano, avrebbe superato i più spaventosi incubi orwelliani. Gli "attori" di questa burocrazia sono gli stessi ricordati dal Métraux (i quattro viceré, i governatori di provincia, i capi locali o curaca, i centenari, i decenari e i decurioni; i giudici locali e gli ispettori inviati speciali dell'Inca). Mentre però l'antropologo francese nota che "il dispotismo inca appare più teorico che reale, e si hanno dubbi sull'efficacia del controllo da esso esercitato" , il Carli afferma risolutamente che "in ogni mancanza vi era un'accusa, ed ogni accusa provata portava una pena" (XI, 249). E, allo stesso modo, "s'era talmente provveduto a tutti i bisogni e talmente prevenuto il disordine ed il delitto, ch'era quasi impossibile che si commettesse" (XI, 251).

Secondo il Carli

"qualunque commissario o decenario entrava nelle case de' particolari (…) a qualunque ora ed in qualunque tempo. Osservavano se il padre educava bene i suoi figlj e s'egli compiva i suoi obblighi nel lavoro de' proprj campi o nel soddisfare il tributo; se i figli erano docili ed obbedienti a gli ordini del padre, se la madre seguiva i lavori pel vestito di tutta la famiglia e teneva in regola quanto appartener poteva al loro nutrimento ed alla nettezza e pulizia della famiglia medesima"(XI, 249).

Ma non si trattava solamente di violazioni della privacy:

"in ogni mancanza v'era un'accusa - abbiamo visto affermare il Carli - ed ogni accusa provata portava una pena. Per esempio, un figlio era punito in proporzione della sua età e del mancamento o delitto che aveva commesso verso la società; al contrario, come si reputava che tal mancamento o delitto provenisse per difetto di educazione o per trascuratezza del padre, così era anche esso accusato e severamente punito" (XI, 249-250).

Ma questo è niente: "le pene erano severe, mentre la maggior parte erano di morte" (XI, 250). A questo punto, ci sembra che il divario di secoli non basti più a rendere conto di una lontananza di gusti sociali: se le cose affermate dal Carli fossero state vere, quei poveri contadini avrebbero vissuto l'intera loro esistenza nel terrore.

Ma - direbbe l'istriano - quali mai potevano essere le ragioni di timore? Infatti egli sostiene che

"quel sistema (…) è certamente il migliore di tutti i sistemi politici che sono stati immaginati o seguiti in tutto il nostro emisfero; mentre con esso gli uomini non solamente dovevano essere felici, ma era tale che necessariamente non potevano, anche volendo, non esserlo" (XI, 274-275).

Infatti egli era convinto che le principali cause di scontento, nel Perù, fossero state sradicate dalla lungimiranza degli incas: abbiamo già visto che escludeva la presenza di elementi destabilizzanti, quali la "contrattazione" ed i "bisogni fittizj". Nell'esordio della lettera Diciottesima cita altri due mali considerati incurabili nel Vecchio mondo, perché "in natura":

"lo spirito d'intemperanza e la forza d'inerzia o sia l'amore dell'ozio. Quella porta l'uomo a non essere mai contento della propria sorte; e questo lo spinge a procurare che altri siano in vece di lui caricati di quelle fatiche che tornino senza una pena in di lui vantaggio e profitto" (XI, 310-311).

Ma il Carli sapeva (o meglio, i saggi legislatori peruviani sapevano) che "queste passioni si accrescono e si aguzzano, in proporzione che aumenta il mezzo di soddisfarle" (XI, 311).

Di conseguenza, per estirpare quei bubboni, da una parte "essi ânno provveduto alla felicità universale, togliendo a ciascheduno il diritto di proprietà e di contratto; ma nel medesimo tempo dando i mezzi onde soddisfare a tutti i bisogni possibili della sussistenza" (XI, 312); dall'altra hanno sviluppato un'attività incessante e senza respiro, grazie alla quale "non vi è stata impresa a cui que' popoli non si siano accinti, né lavoro d'industria in cui non si siano applicati" (XI, 316).

Dati questi presupposti, si potrebbe dire che la condizione del contadino peruviano veniva ad essere ancora peggiore di quella della sua bestia da soma, alla quale almeno era stato riconosciuto il "diritto" a non portare carichi superiori a venticinque chilogrammi… Ma, per il Carli, questi rimaneva la persona più felice del mondo: infatti era esente da quelle frustrazioni derivanti "dall'avidità e dalla speranza: mentre un peruviano non poteva cangiare di condizione, né poteva desiderare di aver più comodi di quelli che aveva" (XI, 330).

Il rigido immobilismo della società peruviana, che negava qualsiasi speranza di "cangiare condizione", doveva essere un altro aspetto estremamente grato al Carli. Si è già notata, infatti, la preoccupazione con cui considerava le "lusinghiere speranze" dei giovani "dell'infima condizione" di emergere dalla propria classe di lavoratori. Nella lettera Sedicesima aveva sottolineato che "ognuno doveva seguitare il mestiere di suo padre" (XI, 286). E, nella Quattordicesima, presentando l'istituzione degli amauta, aveva precisato che "i soli nobili [dovevano] esser colti nello spirito con l'acquisto delle utili cognizioni; ma (…) il popolo doveva esser istruito nel mestiere de' suoi padri, dovendo seguitar quello e non altro" (XI, 256).

Trattando della struttura sociale peruviana, infatti, il Carli parla più volte di "uguaglianza", definendola l'ennesimo ritrovato dei governanti incaici per rendere "obbligatoria la felicità dei loro sudditi" (XI, 260). Uguaglianza, naturalmente, tra il popolo. Per quanto riguarda la casta dominante, essa non viene minimamente posta in discussione: addirittura, diremmo che il Carli, pur senza essere esplicito, avalla la distanza incommensurabile tra contadini e "capi", sia che si tratti di Inca veri e propri, sia di curaca conquistati, sottomessi e assorbiti nel sistema, proprio come se la loro investitura avesse origini divine.