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LA SOCIETÀ INCAICA di Filippo Rissotto
V Delineate le caratteristiche che la società incaica, secondo le concezioni del Carli, non doveva avere, vediamo adesso quelle che a suo parere possedeva. È difficile enucleare i singoli motivi del panorama che l'istriano fornisce, dal momento che essi vengono presentati in gran parte mescolati fra di loro: religione, etica, leggi, organizzazione e amministrazione dell'impero sono esposti in un unico insieme, affrescato secondo criteri più narrativi che analitici. Bisogna ammettere del resto che lo stesso soggetto si prestava alla confusione: alla RELIGIONE incaica infatti facevano capo tanto la politica quanto l'ordinamento legislativo, ed essa occupava per di più un posto preminente nella vita sociale sia del popolo che della casta al potere. Anche in questo caso, un brano illuminante viene fornito dalla lettera Settima: "io ô provato nell' Uomo libero che la qualità del rito e della religione è una prova della coltura d'una nazione. Imperciocché ove nessun rito esiste, ivi non si trovano altre leggi che quelle della natura; e dove i riti di religione e il culto è più sistemato, ivi le leggi civili formano la consistenza e coltura della società" (XI, 154). Nell'Uomo libero, a dire il vero, Carli era giunto ad affermare che, nel campo sociale, "l'armonia non può sostenersi, se non per mezzo dell'opinione e del sentimento morale fondato sulla religione ". Come si vede, la fede è abbastanza lontana da questi concetti: in realtà al Carli interessavano più i "riti" (e l'amalgama sociale, e il consenso da essi derivanti), che il contenuto stesso della religione. In genere egli ebbe un atteggiamento bivalente nei confronti delle istituzioni cultuali: quando servivano a pacificare la società, a creare l' "opinione", erano ben viste; quando però agivano autonomamente, rispetto ai poteri dello Stato, le criticava aspramente. Per questo doveva risultargli estremamente gradito il completo asservimento della religione, ai fini della conservazione sociale, adottato nel Perù. Nella lettera Tredicesima egli riporta la leggenda relativa a Manco Capac e alla fondazione dell'impero e riconosce il carattere mitico del racconto ("favoloso abbastanza", XI, 238), anche se poi accetta il fatto che, già all'atto della fondazione, gli Incas sapessero quali erano i principi di un buon governo: "videro adunque che gli uomini servono per natura loro più all'opinione che alla forza; e perciò, prima di tutto, gl'Incas impressero nell'animo di que' popoli l'opinione non solo che vi era un Ente Creatore e Conservatore di tutto l'universo, ma che il Sole fosse la sorgente de i beni fisici, delle fecondità della terra e di tutte le produzioni vegetabili e animate. Quindi, passando alla persuasione che Manco Capac e Oello fossero miracolosamente nati dal Sole e da lui inviati per formare la felicità de' mortali, credevano fermamente che i loro Imperadori con successione non mai contaminata discendessero da que' primi flgliuoli del Sole, perché maritati sempre con le sorelle nate dalla medesima madre; e però li riguardavano e rispettavano come altrettante divinità" (XI, 240-241). Non v'è dubbio che il Carli apprezzasse questa invenzione: egli (come tutti i fautori dell'assolutismo paternalistico, del resto) non aveva alcuna fiducia nel "popolo". Così, per convincere gli uomini a vivere bene in società, non vedeva mezzo migliore che far loro credere all'origine divina dei loro "capi". "Le loro leggi ( ) erano considerate leggi divine; la trasgressione delle quali portava la pena in questa e nell'altra vita. Questa opinione radicata negli animi de' peruviani ed incessantemente inculcata da tutti quelli ch'erano destinati a presedere il popolo, fu il primo fondamento di questa costituzione" (XI, 241). In un altro passo il Carli mostra lo strettissimo legame tra religione e ordine sociale, riferendosi al comportamento seguito dagli incas nei confronti delle popolazioni di recente conquista: "si cominciava pertanto, allorché conquistavasi qualche nuova provincia, a persuadere i popoli di tali principj; si faceva loro vedere la semplicità di un culto puro e innocente, senza spargimento di sangue umano; s'instruivano sulla gran massima di considerare tutti come fratelli, e di non fare a gli altri ciò che nessuno avrebbe fatto a se stesso; e dopo questo si ponevano in disciplina, onde ciascheduno facesse ciò ch'era obbligato di fare" (XI, 241-242). La religione ritorna nella lettera Diciassettesima: anche in questo caso, si parla più di "opinione" che di spiritualità: "la base più solida d'ogni ben regolato governo - esordisce il Carli - consiste nel determinare e guadagnare il favore della pubblica opinione ( ); una opinione ben stabilita ed avvedutamente mantenuta in favore della sovranità, tiene convinto sempre ugualmente l'intelletto dell'uomo; e quindi in natura passa la docilità, la subordinazione e rispetto alle leggi. La prima massima dunque d'un governo dee esser quella di stabilire e mantenere una buona e sicura opinione del popolo in favore delle leggi" (XI, 293-294). Questo dell' "opinione" ci pare, oltre che un elemento centrale del pensiero carliano, un concetto di straordinaria modernità: i metodi, al giorno d'oggi, si sono estremamente raffinati, ma la sostanza è sempre la stessa. Ed è indubbio che il Carli intenda proprio quanto noi stessi oggi intendiamo: il termine è sempre riferito al popolo (nei confronti del quale, è inutile ribadirlo, il Carli non prova una grande stima) ed egli sapeva benissimo che gli uomini al potere erano da sempre in grado di manovrarlo. Eccolo infatti notare con approvazione che "nel nostro emisfero tutti i primi legislatori fecero credere al popolo d'aver avuto le leggi da qualche Nume, per interessare la religione nell'osservanza di esse" (XI, 295); e riscontrare con soddisfazione che gli incas "andarono più innanzi di tutti i sopraddetti legislatori, mentre mantennero nel popolo l'opinione della diretta discendenza dal Sole, maritandosi sempre l'imperadore con la propria sorella" (XI, 297). Il fatto che tutto ciò venisse fatto per il bene pubblico fa sì che il Carli non si interroghi sulla legittimità di un simile procedimento. Ma egli non poteva avere dubbi: "il governo degl'Incas ( ) era una monarchia teocratica che conciliava ogni cosa" (XI, 299), e tanto gli bastava. | ||||||||||||