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LA SOCIETÀ INCAICA
NELLA CONCEZIONE DI GIAN RINALDO CARLI

di Filippo Rissotto

 
IV

IV

Può apparire arbitrario intraprendere la disamina delle lettere "incaiche" raffrontandole con quanto osservato e teorizzato da un antropologo moderno quale Alfred Métraux: non servirebbe a nulla, infatti, dimostrare che l'antropologia moderna è migliore dell'erudizione settecentesca; né essa può essere considerata Vangelo. Ma questo raffronto renderà possibile intuire come e dove operi la mitizzazione del Carli.

Innanzi tutto, occorre dire che le conoscenze "scientifiche" attuali sulla società incaica sono ancora strettamente legate a quanto affermato da Garcilaso (e quindi da Carli): le leggende su Manco Capac, su Viracocha e sugli altri imperatori, sono riportate oggi con le stesse parole di allora; in più, vi si aggiunge qualche interpretazione sociologica o psicologica. Lo stesso può dirsi per tanti altri aspetti di quella cultura, dai riti d'iniziazione dei giovani nobili, a quelli funebri per l'Inca, dalla struttura "decimale" della burocrazia imperiale alla tripartizione delle terre coltivate, e vale anche per l'ammirazione stupefatta per le opere architettoniche sopravvissute, gli acquedotti, le mura delle fortezze, le strade, i templi: magre, scheletriche notizie vengono riportate di generazione in generazione, è pur vero con un corredo interpretativo sempre più ricco, ma quanto insufficiente a renderci dei personaggi e delle situazioni vive! Ancora oggi, che le popolazioni andine sono diventate parte attiva e consapevole di una gigantesca macchina turistica, la quale sbarca ogni anno sull'altipiano migliaia di visitatori curiosi e affascinati, continuiamo a chiederci se il contadino peruviano sotto l'Inca era felice, come vorrebbero Garcilaso e Carli, oppure disperato, annientato dalla fatica fisica e dalla consapevolezza quotidiana che la morte o la deportazione potevano arrivare da un momento all'altro, per colpe commesse da altri…

Ma, al di là di queste considerazioni, destinate purtroppo a rimanere senza risposta, preme in questa sede sottolineare che l'erudito del XVIII secolo e l'antropologo del XX lavorarono sulla base delle stesse fonti. Oltre a ciò, è il caso di ricordare che, se è vero che il Métraux vide in loco i resti della civiltà peruviana, il Carli (il quale non mise mai piede in America) poté fruire delle notizie più aggiornate riportate dai gesuiti, che proprio in quei tempi, con lo scioglimento dell'Ordine, venivano allontanati dal Nuovo Mondo.

Poste queste premesse, possiamo ora addentrarci nelle differenze esistenti tra il Carli ed Alfred Métraux.

Iniziamo dai SACRIFICI UMANI. Nella lettera Ottava, parlando in generale delle religioni americane, il Carli aveva ricordato, quasi per inciso, che

"i Peruviani, al dire di Acosta, sacrificavano i loro figli; il che per altro - si era affermato ad aggiungere - è fermamente negato da Garcilasso (…); che anzi gl'Incas fecero guerra a i loro vicini al solo fine di farli desistere da tale inumanità" (XI, 169).

Si noterà come l'istriano, dopo aver affiancato i due pareri discordi, opti per il secondo, limitandosi però a riportarne le parole, facendole passare per verità storica ("che anzi…"), senza intervenire criticamente, ed anzi avallando un parere decisamente sospetto (come già rilevato dal Métraux). In seguito, l'opinione di Acosta verrà dimenticata, ed il Carli definirà la religione incaica come una "religione semplice" (XI, 237), un culto "puro e innocente" (XI, 241), una "religione semplice e umana" (XI, 302). Quando poi, nella lettera Sesta, del XII volume, tornerà a parlare di sacrifici umani, citerà i druidi francesi, i Germani, i Fenici, i Greci (nella fattispecie, Agamennone), i Cananei, gli Ebrei, gli Etruschi, i Normanni e i Danesi, sfoggiando le fonti più disparate (da Cesare a Euripide, da Titmaro alla Bibbia); mentre gli Incas (e Acosta) saranno lasciati da parte.

Métraux invece afferma che, "se gli Inca non si erano mai compiaciuti di ecatombi alla maniera degli Aztechi (…), ciò non toglie che essi [immolassero] vittime umane ai loro grandi déi (…). In più dei sacrifici, che venivano regolarmente compiuti, uomini, ragazze e in particolare bambini venivano sacrificati ogniqualvolta la protezione divina sembrava necessaria".

Un'altra usanza che al Carli dovette sembrare troppo "barbara" per far parte del suo sogno politico - sociale, fu quella di SEPPELLIRE LE VEDOVE e i servi ai funerali dell'Inca. Egli infatti sa che, durante il processo di mummificazione dei cadaveri degli imperatori, questi venivano custoditi dalle ancelle o dalle vedove stesse, "onde sul cadavere non nascesse verme alcuno di sorte, ed impedissero ogni corruzione di essi" (XI, 365). Questo fatto viene dal Carli messo in relazione all'usanza egiziana riportata da Erodoto, di tenere i corpi dei faraoni nel nitro per settanta giorni, e conclude che

"questo deve aver dato occasione all'equivoco di Zarata, ove dice (…) che coll'Inca morto si seppellivano una o due delle sue mogli, quasiché al Perù vi fosse l'abominevole costume di altri paesi, ove le mogli si seppellivano col marito; il che è assolutamente falso e assurdo" (XI, 365).

Al contrario, il Métraux osserva che "la cura di seppellire il sapainca in modo degno spettava al suo lignaggio. Il morto era seguito nella tomba da un certo numero delle sue mogli e dei suoi servi, sia che questi si offrissero spontaneamente in sacrificio, sia che vi fossero costretti".

Ma il fatto è che il Carli non poteva ignorare che lo stesso Garcilaso riportava l'usanza: "quando veniva a mancare l'Inca o un curaca tra i maggiori, se ne sgozzavano oppure seppellivano vivi i domestici preferiti e le mogli più amate". È pur vero che poi egli considera queste morti come suicidi e non come assassinii: "i domestici e le mogli si offrivano spontaneamente alla morte o se la davano di mano propria, indottivi dal grande amore che nutrivano per i loro signori". Altro che equivoco di Zarata! L'equivoco era tutto del Carli, e consisteva nel non aver saputo (o forse voluto) accettare un aspetto "diverso" di una civiltà che egli voleva riportare a tutti i costi ai suoi parametri (sia pure quelli positivi di un ottimo governo). Lo stesso discorso vale naturalmente per i sacrifici umani: se proprio si fosse voluto guardare con occhio benevolo ed empatico a quella civiltà, si sarebbero dovuti apprezzare quanto meno la sensibilità e lo spirito di sacrificio con cui un padre immolava il figlio per il bene della sua gente, oppure l'amore assoluto e la fede con cui una donna seguiva volontariamente il marito-dio nella tomba. Si trattava, in un certo senso, di quel salto qualitativo, nella comprensione delle civiltà extraeuropee, che aveva già compiuto il Vico, definendo i sacrifici umani costume "empiamente pio" e "immanissima umanità".

Un altro aspetto "imbarazzante" per il Carli (come già per Garcilazo) della società incaica, era il suo IMPERIALISMO. Anche in questo caso Carli non si fece scrupolo di seguire pedissequamente la sua fonte elettiva:

"qualora l'Inca si presentava ai confini dell'imperio per unirvi qualche provincia, le famiglie che rimanevano tranquille ai proprj uffizj non dicevano: il sovrano va a conquistare una provincia, o a debellare un inimico con danno di noi stessi; ma dicevano: Egli va a procurare di rendere felici quei popoli che non lo sono, lasciando a noi frattanto il godimento d'una compiuta felicità. Infatti gl'Incas non assalivano mai con le armi. Si presentavano con l'esercito ai confini, parlamentavano con i principali o Cacichi, procuravano di persuaderli più in carattere di missionarj che in quello di conquistatori, e con tal mezzo moltissime provincie si unirono" (XI, 353; corsivi del Carli).

Il Métraux in questo caso sembra convalidare la testimonianza. Di certo, non cita le improbabili parole delle famiglie che rimanevano tranquille ai proprj uffizj, ma parla di ambascerie, di "promesse, alle quali s'aggiungevano [comunque] orribili minacce contro gli ostinati". Dove però i due autori si allontanano, è allorquando considerano l'eventualità di popoli particolarmente ostinati:

"qualche provincia veramente si oppose - riconosce il Carli - armata mano, ma in tal caso quei sovrani non furono mai assalitori. Si difendevano [sic!] valorosamente; ed, ottenendo la vittoria come ordinariamente accadeva, perdonavano ai vinti (…). La dolcezza e la grazia erano le sole catene con le quali legavano i popoli debellati; e, volendoli rendere felici, li facevano instruire e civilizzare in modo da renderli tali" (XI, 354).

Secondo il Métraux, per contro, "la storia delle loro conquiste abbonda di episodi sanguinosi. Intere tribù erano massacrate ed i superstiti deportati. Al ritorno da una spedizione vittoriosa, l'Inca celebrava il suo trionfo. I suoi soldati entravano in Cuzco brandendo sulla punta delle loro picche le teste dei vinti. Quelli che avevano mosso a corruccio l'imperatore venivano spellati e trasformati in tamburi (…). Con i crani si facevano coppe per bere la chica".

Anche questa volta lo studioso francese cita un episodio relativo ad Atahualpa, per il quale vale lo stesso discorso delle fonti, già da noi prodotto a proposito delle vedove tumulate: "un conquistador aveva rinvenuto a Cajamarca un cranio foderato d'oro e munito d'un tubicino egualmente d'oro. Avendo Pizzarro chiesto a cosa servisse quell'oggetto, l'imperatore gli rispose: 'è la testa di uno dei miei fratelli, che mi combatteva e s'era vantato di bere (…) nella mia testa. Io l'ho fatto uccidere e sono io che bevo nel suo cranio.' Ordinò di riempirlo di chica e lo bevve innanzi a tutti".

Oltre a queste DIFFERENZE particolarmente significative, se ne possono riscontrare altre minori, sempre comunque A FAVORE (se così si può dire) DEGLI INCAS. Il Carli ad esempio considera la caccia libera per tutti i sudditi (XI, 292 e XI, 313), mentre il Métraux afferma risolutamente che era privilegio dell'Inca. Differenti sono ancora i pareri sull'esistenza dei "giardini d'oro" di Cuzco:

"ne rimanevano de' monti [d'oro]; de' quali, per non sapere più cosa fare - racconta Carli - si servivano per lavori di statue (…); e, di più, di alberi con delle frutta e co' fiori al naturale, del grano in ispiche e mille altre cose di questo genere; con le quali facevano de' piccoli giardini artifiziali, ne' quali si vedeva l'oro e l'argento prender figura delle piante e de' vegetabili, e l'arte in emulazione con la natura" (XI, 326).

Ed ecco la versione di Métraux: "nel Corichanca c'era un piccolo giardino, che l'Inca zappettava simbolicamente, in occasione della festa della semina. Tre volte l'anno, vi si piantavano degli steli di mais d'oro, di cui le foglie e le spighe erano dello stesso metallo. Queste piante artificiali, che figuravano nell'inventario del riscatto di Atahualpa, sono all'origine di tutte le descrizioni fantasiose che sono state fatte di questo giardino meraviglioso, tutto d'oro (…). Il Carli infatti aveva presente lo stesso brano ricordato dall'antropologo:

"Xeres chiaramente [ha] assicurato: che fra le manifatture d'oro venute a Cuzco, vennero alcune paglie fatte d'oro massiccio con la sua spiga in cima, nel modo appunto che ne' campi crescono" (XI, 326).

Da "alcune paglie", vennero così fuori "de' monti"…

Occorre poi ricordare che Carli non accenna minimamente all'esistenza di culture preincaiche (il Métraux dedica ad esse un intero capitolo della sua opera ), commettendo così lo stesso errore imputato da Albonico a Garcilaso; e proprio alle concezioni di Carli ben si adattano le parole dello studioso italiano, quando parla della creazione dell'immagine "di un mondo compatto e felice, uscito da un processo di assimilazione lento e pacifico", laddove l'istriano narra al lettore di "un sistema pubblico meravigliosamente concatenato e con costanza de' secoli mantenuto" (XI, 330).

Analogo silenzio riguarda i pur famosi trasferimenti di intere popolazioni da una parte all'altra dell'impero, per deportare tribù turbolente "in qualche regione dell'impero in cui l'autorità dell'Inca era indiscussa" , o per impiantare, presso quelle stese popolazioni, coloni scelti da regioni di provata lealtà, i quali a volte svolgevano funzioni di autentica sorveglianza. Ma, ovviamente, nel regno felice idealizzato dal Carli non potevano esistere popolazioni scontente.

L'atteggiamento dell'istriano nei confronti del COMMERCIO incaico fornisce l'occasione per un nuovo ordine di considerazioni. Il fatto, in sé, non sembra rivestire particolare importanza:

"al Perù - racconta - ove, per opera del sovrano e per conseguenza del sistema era ciascheduno talmente provveduto di ogni cosa necessaria alla sua sussistenza ed al suo comodo particolare, che non poteva desiderare nulla di più, il commercio era affatto superfluo. Anzi dirò anche proibito, se si riflette al divieto fatto dagl'Incas alle rispettive provincie di provvedersi fuori del rispettivo loro territorio di que' generi di cui mancavano" (XI, 393).

Secondo il Métraux, invece, affermare che "lo stato esercitasse un monopolio su tutte le attività commerciali sarebbe un abuso d'espressione e un anacronismo. In un paese così vario come il Perù (…) lo scambio di taluni prodotti era nella logica delle cose (…). Nel 1532, Estete fu colpito dall'animazione della fiera di Jauja, ed un mercato importante si teneva a Cuzco". Lo studioso francese arriva ad ipotizzare l'esistenza di una vera e propria classe di commercianti, anche se può basarsi solo su rari indizi, come ad esempio i pedaggi che venivano fatti pagare agli imbocchi dei ponti, o i dazi esistenti sulle merci in entrata ed in uscita da Cajas; o, ancora, l'abbondanza di oggetti di pretto stile incaico trovati dall'Ecuador al Cile. La differenza di opinione tra lui e Carli è comprensibile, dal momento che ancora oggi non esistono certezze sull'argomento; ma la nostra ipotesi è che il nobile istriano non voleva che il commercio guastasse il suo sogno, incrinasse la monoliticità della sua costruzione intellettuale.

Abbiamo già accennato come, secondo il nostro avviso, le Lettere Americane costituiscano in un certo senso una fuga del Carli da una realtà sgradita, in quanto difficile da domare. Egli stesso sembra confessare i fallimenti dei suoi tentativi quando, proprio nelle Lettere, afferma: "piegato e domato dall'età e dal mestiere ô quasi appreso a lasciar correre il mondo ove vuole andare, senza affannarmi per migliorarlo" (XII, 36-37). Lasciato così il mondo reale al suo destino, egli s'immergeva in quello fittizio già creato da Garcilaso, perché, in quel momento sconfortante della sua vita, aveva le caratteristiche che più lo attraevano; soprattutto, aggiungeremmo, perché mancava di quelle che più lo spaventavano. Non si tratta delle stesse cose. Si parlava, ad esempio, del commercio. Abbiamo visto che il Carli non ne ammetteva l'esistenza, nel Perù, nonostante le tracce riscontrate dal Métraux (che l'istriano pur conosceva: i pedaggi sui ponti e i mercati di Jauja erano ricordati dai primi cronisti della Conquista). Il commercio rappresentava infatti una mentalità, un ordine di meccanismi psichici e sociali che il Carli certamente non amava: forse non era neppure in grado di apprezzare l'astuzia del mercante, la sua intraprendenza, la sua particolare percezione della realtà, il suo desiderio di migliorare la propria posizione nella società, anche a costo di sconvolgerne gli equilibri. Per questi elementi "perturbatori", nel suo sogno andino non poteva esservi spazio. Eccolo infatti affermare che

"ciascheduna provincia doveva fornire (…) una dato genere di tributo (…); ma nessuna era obbligata di dare quello che non possedeva. La contrattazione, che conduce alla privazione del necessario per soddisfazione del superfluo e di ciò che ha valore nella sola fantasia opinione o stravaganza degli uomini, era in forma tale estirpata dalla radice" (XI, 283).

Ritrovare spunti anticonsumistici nel Settecento può essere sorprendente, ma in questo caso rivela, a parer nostro, la mentalità di chi non ha più l'animo atto a tener dietro agli sviluppi della società in cui si trova a vivere. E l'ultima prova, se ancora ve ne fosse bisogno, di questo disagio esistenziale, il Carli la fornisce quando raffronta il "suo" Perù (anche se in questo caso parla in generale di "America") con l'Europa del suo tempo:

"io non credo (…) che sui maggiori gradi dell'industria sufficiente, cioè sul superfluo e sull'immaginario, possa decidersi della coltura o barbarie d'una nazione. L'eccedente lusso d'un popolo; il valore dato all'immaginario, a pregiudizio del reale; in guisa che si trasformino le idee del bello, del buono, del bene e del male: ove la stravaganza si sostituisca al buon gusto; ove si mantenga perpetua guerra fra il buon senso e la moda, fra il vile scimmiottismo e la solida originalità, fra le regole dell'arte e i vizi dell'arte medesima; e dove in fine tutto prenda norma dall'intemperanza, dalla vanità, dalla superstizione e dalla follia, non sarà mai, secondo me, indizio d'una maggiore coltura o d'un migliore stato e governo degli uomini" (XII, 151-152).

L'attacco è sferrato indubbiamente all'Europa settecentesca, come mostra il successivo paragone tra "l'inesausta ricchezza" dei "persiani ai tempi di Dario e Serse" da una parte, e la "povertà e durezza della vita degli spartani" dall'altra.

"Chi sarà mai - si domanda retoricamente - quello che dirà che gli spartani erano selvaggi e i persiani colti?(…) Un filosofo direbbe piuttosto che il saggio Licurgo seppe diminuire i bisogni fittizj e che, riducendo l'industria a i soli bisogni reali d'una società conventuale, â procurato una felicità ignota d'apprima (…)" (XI, 152-153).

La conclusione, a questo punto, è scontata, e contiene ad un tempo la condanna dei tempi e la mitizzazione della realtà americana:

"non dobbiamo paragonare con noi altri moderni persiani, gli spartani d'America ai tempi dell'invasione, e dire: essi non avevano il nostro lusso, non conoscevano il commercio con monete d'oro e d'argento, non facevano uso del ferro; non avevano carta, né caratteri, né scrittura; dunque erano selvaggi e nulla avevano a che fare con noi. Esaminiamo i loro bisogni, vediamo se a questi corrispose la loro industria, e poi giudichiamo fra noi e loro" (XI, 153).

Lo ripetiamo, questa non è la difesa del buon selvaggio: il Carli non auspica certo il ritorno al primitivo; ma (e questo a parer nostro costituisce un grande merito, anche al di là delle mitizzazioni) trova, in una società diversa da quella dei suoi tempi, spunti che potrebbero rivelarsi (secondo lui) utilissimi alla pacifica e felice convivenza dell'uomo.