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LA SOCIETÀ INCAICA di Filippo Rissotto
III Prima d'iniziare la trattazione della società incaica , Carli informa il lettore su quale sarà la sua fonte elettiva: "confesso il vero, ch'io non posso negare la mia stima e la mia fede a Garcilasso della Vega. Egli assicura ciò che â veduto, ciò che di certo â saputo; ripone fra le favole ciò che nelle tradizioni antiche si trova sfigurato o alterato nella storia della sua patria; e scrive in Ispagna, smentendo varj scrittori spagnuoli senza timori d'esser convinto di falso" (XI, 234). Già in precedenza aveva avuto modo di testimoniare, en passant, la sua fiducia per il meticcio che nel 1609 aveva dato alle stampe i Comentarios reales: "Garcilasso della Vega - aveva affermato - era americano, era Incas, nacque a Cuzco nel 1540, otto anni dopo la Conquista; si fece cattolico, studiò fino a vent'anni e, venuto in Ispagna, militò, ritornò in America ; e, molto ben informato del suo paese e di sua nazione, confrontò quanto gli spagnuoli avevano scritto: cioè Acosta, Cieza de Leon, Gomara, Valera e altri; ed è certamente il più informato e il più ingenuo di tutti" (XI, 163). I pareri odierni su Garcilaso sono diversi. Il Métraux lo coglie facilmente in fallo a proposito di due aspetti peculiari della cultura incaica: i sacrifici umani e l'imperialismo. Per quanto riguarda i primi, l'antropologo si limita ad osservare che su di essi venne gettato un pudico velo, negandone l'esistenza. Più approfondito il suo discorso sulla fame di conquista: "A quali motivi rispondeva quest'imperialismo?" si domanda. "Per Garcilaso de la Vega e per altri cronisti gli Inca, come gli europei, non avevano altro scopo che quello d'estendere ai paesi conquistati i benefici della loro civiltà ed il culto superiore del loro dio. Questo zelo per la civiltà e la religione ricorda troppo le ragioni con cui gli spagnoli giustificarono il loro agire, per non apparire sospetto". Secondo il Cocchiara, Garcilaso "fece dell'impero degl'Incas uno stato ideale, dove gli indigeni ci appaiono come degli eroi leggendari, la cui bontà e la cui felicità sono assurti addirittura come esempio da fornire al mondo europeo". G. Gliozzi si limita a definirlo "punto di riferimento costante per i sostenitori della civiltà americana". Francesco Saba Sardi, il traduttore e curatore dei Comentarios Reales nella recente edizione curata da Rusconi , pone in secondo piano il problema della loro validità storica, magnificandone le qualità letterarie: "ben al di là della semplice (e discutibile) testimonianza, i Commentari reali degli Incas sono ( ) un vastissimo, diramatissimo, racconto: quello che si usa definire, con termine abusato, un affresco. E, come tali, trovano ben pochi paragoni nelle letterature di ogni parte del mondo". Un giudizio interessante è quello espresso recentemente da Aldo Albònico, secondo il quale Garcilaso presenta "la versione ufficiale imperiale della storia degli incas, prescindendo così del tutto dalle vicende peruviane preincaiche, disprezzando le altre popolazioni autoctone, tacendo i contrasti interni all'incario, arrivando a fornire l'immagine di un mondo compatto e felice, uscito da un processo di assimilazione lento e pacifico". Quest'immagine, com'è facile intuire, andava perfettamente a genio al Carli. In effetti egli si limitò a riportare fedelmente quanto enunciato da El Inca , senza metterne i dubbio una sola parola, ma piuttosto sovrapponendo al mito di quello le considerazioni di un amareggiato uomo politico del XVIII secolo. | ||||||||||||