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LA SOCIETÀ INCAICA
NELLA CONCEZIONE DI GIAN RINALDO CARLI

di Filippo Rissotto

 
II

II

Indubbiamente al successo delle Americane contribuì anche il "tempismo" della pubblicazione: da un lato, l'America era negli anni Settanta di grande attualità, per la rivoluzione che vi andava maturando; dall'altro, si era giunti ad un punto cruciale della storia del pensiero europeo nei confronti delle popolazioni americane originarie. Dopo le dispute del Cinquecento e del Seicento sulla bestialità vera o presunta degli indios, sui diritti arrogati da questa o quella Potenza per la conquista ed il possedimento dei vari territori di recente scoperta, si era arrivati, nel XVIII secolo, a disquisire su problemi meno espliciti, ma non per questo privi di vaste implicazioni e risonanze. All'uomo colto del Settecento interessavano i modi di sussistenza delle popolazioni esotiche, le particolarità climatiche e geografiche dei popoli lontani (il tutto, comunque, per giustificare e celebrare ancora una volta la superiorità dell'uomo europeo). La vera cesura, con le secolari diatribe pseudo - religiose dei secoli passati, era stata posta, com'è noto, da Montesquieu, il quale aveva iniziato a parlare di clima, di natura del suolo, di agricoltura, caccia e pastorizia, e della relatività delle leggi politiche e civili, laddove prima si parlava di demonio, di anima e di generazioni preadamitiche. Dopo di lui, tutti si erano posti alla ricerca delle ragioni ultime, in grado di spiegare la "diversità" del Nuovo Mondo, id est la sua lontananza dagli schemi tecnologici, politici, produttivi dell'Europa del tempo (lontananza che venne tradotta, e lo è ancora adesso, con il termine "arretratezza").

Certo che, nell'ambito di questa tendenza alla generalizzazione ed alla creazione di grandi schemi che dovevano spiegare tutto l'universo conosciuto, le civiltà messicana e peruviana costituivano una realtà assai scomoda: in qualsiasi modo si giustificasse il "ritardo" delle popolazioni americane sui tempi storici "perfetti" (clima malsano, recente occupazione di terre fertili da parte di popoli da sempre vissuti in lande desolate…), i casi "anomali" di incas e aztechi incrinavano, quando non giungevano a invalidare, le varie teorie.

Il primo a trovarsi in difficoltà era stato, sin dalla seconda metà del XVI secolo, Jean Bodin. Dopo di lui, Acosta aveva provato a risolvere la questione basandosi sulla qualità del terreno (a suo parere, più fertile in Perù e in Messico). Lentamente (se si tralasciano alcuni giudizi contenuti nelle opere di Bacone e Botero), incas e aztechi erano stati sempre più messi da parte. Il Vico, come osserva Sergio Landucci, si era trovato "chiuso tra l'uscio e il muro" : o l'ipotesi di un avvento diffusionistico della civiltà in America (dalla Cina, per esempio), o quella di uno sviluppo autoctono. Ma, delle due, la prima cozzava con lo spirito di tutta la costruzione storiografica del filosofo napoletano, la seconda con i tempi dei suoi cicli. Come lui, Montesquieu aveva preferito glissare sul problema, decidendo di parlare solo dei popoli americani non - coltivatori. Voltaire notò che "les Péruviens et les Méxicains etaient trés civilizés", ma non lo disse a nessuno, limitandosi a scrivere tale annotazione nei suoi appunti personali. Lord Kames risolse la questione sbrigativamente, notando nei progressi sociali di quelle popolazioni un autentico "prodigio politico". Peggio di lui fece però il Turgot, il quale, come osserva causticamente il Landucci, addossò "l'intera civiltà peruviana sulle spalle del povero lama".

Chi diede un taglio netto a queste reticenze, mezze bugie e imbarazzati silenzi, fu Cornelius De Pauw, negando validità storica alle stesse fonti spagnole della Conquista, nella stessa misura in cui queste avevano magnificato i due grandi imperi. Cuzco diventò così un "amas de petit cabanes, sans lucarnes et sans fenêtres"; gli amautas, un luogo "ou des ignorants titrés, qui ne savaient ni lire ni écrire, enseignoient la Philosophie à d'autres ignorants, qui ne savaient pas parler", e così via.

Com'è noto, il de Pauw aveva preso le mosse da alcune posizioni sostenute da Buffon. Questi, nella sua Histoire naturelle, pur occupandosi principalmente della fauna americana, aveva speso alcune parole anche per gli uomini di quel continente, bollando irrimediabilmente l'una e gli altri d'inferiorità, rispetto naturalmente ai termini di paragone del Vecchio Mondo. Secondo il naturalista francese, come il puma era un leone privo di criniera e, rispetto a quello, "beaucoup plus petit, plus faible et plus poltron", come il tapiro era una misera copia dell' "élephant du nouveau monde" e il lama un cammello senza gobbe, così l'uomo d'America era "faible et petit par les organes de la génération".

L'erudito olandese, fiutato l'argomento "ad effetto", aveva sviluppato nella sua opera il tema dell'impotenza sessuale degli americani, calcando la mano con copiose e particolareggiate notizie sulle loro peculiarità e aberrazioni sessuali, fino a sviluppare l'argomento alle sue estreme conseguenze e a coinvolgere in questa pretesa inferiorità tutti gli aspetti dell'umanità del Nuovo Mondo, "inguaribilmente pigra e incapace di qualsiasi progresso mentale". Per rendere coerente il quadro, era stato però necessario demolire le meravigliate e ammirate descrizioni che delle grandi "costruzioni" (architettoniche, ma anche politiche, culturali e sociali) americane avevano fornito i vari Cortez, Pizzarro, de Leòn, Xeres, Gòmara ed altri. In questo modo, oltre a tutto, veniva portata a compimento la parabola che abbiamo visito iniziare con le "dimenticanze" di Vico.

È precisamente a questo punto che interviene il Carli, con la sua dovizia di fonti, il suo acume e la sua avversione per i grandi schemi, ma soprattutto la sua irrinunciabile esigenza di risollevare quelle cabanes al rango di palazzi reali, di ridare dignità a quegli imperi, di calarsi nella loro realtà (o supposta tale), fino al punto di ammantarla nel mito, con un procedimento per certi versi analogo, ma di segno opposto, a quello seguito dal de Pauw.

Non che prima di lui le reazioni alle ardite affermazioni dell'olandese fossero mancate: decisamente, però, non si erano dimostrate all'altezza. Caso esemplare fu quello del monaco benedettino Pernety: la sua replica, che pure era fondata sulle valide ragioni del buon senso, si limitò troppo spesso a rovesciare le tesi depauwiane, esaltando il selvaggio americano e denigrando l'europeo abbrutito dal vizio e dalle mollezze, cantando le lodi dello zucchero e del cacao, e tralasciando le peculiarità dei sistemi socioeconomico messicano e peruviano. Lo stesso Marmontel difese gli indios dagli attacchi dell'olandese senza riuscire a liberarsi da un pesante fardello eurocentrico, per via del quale questi venivano rappresentati perennemente infelici, oppressi, vinti e soggiogati proprio in virtù della loro costituzionale inferiorità, fisica e spirituale.

Con le Lettere americane la polemica si spostò su un piano diverso, sicuramente più complesso e ricco di problematiche, al punto che Carli, dopo aver impostato la prima parte della sua opera in funzione anti-pauwiana, andò via via dimenticando l'olandese, come se, una volta dimostrata la grossolanità delle sue affermazioni, trovasse immensamente più gradevole l'immergersi nel proprio sogno politico-sociale, fino all'esplicito (e forse un po' scherzoso) annuncio della lettera Diciannovesima dell'XI volume:

"io sono talmente ripieno dell'idea del governo antico del Perù, che mi pare d'essere un Peruviano, o almeno parmi di desiderare che in qualche altro luogo del nostro globo si architettasse un sistema uguale per potervi andare a godere una piena felicità in questo resto di vita che mi avanza; lontano da i popolari tumulti, ed al coperto di quelle tempeste che, nel procelloso mare della politica, pieno di scogli e di sirti, sono talvolta inevitabili anche ai naviganti più esperti" (XI, 333).

Si parlava di toni scherzosi. Eppure, questo brano contiene alcuni accenni da non sottovalutare. Già il riferimento agli "scogli" e alle "sirti" della politica è significativo: la lettera risale al settembre del 1777, e noi sappiamo che in quel tempo l'istriano stava perdendo i favori di Vienna, al punto che, di lì a tre anni, sarebbe stato collocato a riposo. Questo può già dare un'idea dello stato d'animo col quale il Nostro si accinse a dipingere l'impero incaico. Ancor più interessante potrebbe essere, sotto un certo punto di vista, l'accenno ai "popolari tumulti": è lecito solamente il pensare che essi dessero fastidio al Carli? Non sarebbe più logico immaginare che gli facessero paura? La rivoluzione francese non era troppo lontana e il Nostro aveva dimostrato di agognare al controllo sociale del popolo sin dal 1774, scrivendo il Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia, quando aveva avvertito dei pericoli sociali insiti nella vecchia scuola, nella quale

"nei giovani di qualità si nutrisce necessariamente con la noia il dispetto e l'odio per ogni genere di applicazione; e in quelli dell'infima condizione sorge la lusinghiera speranza d'emergere con tal mezzo dalla propria classe di lavoratori (…). Così quella medesima strada che serve per disgustare gli animi delicati e civili facilita alle classe infime, necessarie all'agricoltura ed alle arti meccaniche, la deperizione degli individui".

Lo scavalcamento intellettuale delle classi doveva essere evitato e a questo fine l'istriano non vedeva nulla di meglio, per educare i giovani delle classi popolari, che "non libri e scuola, ma un deposito militare (…), in cui sotto la disciplina dei soldati invalidi divenissero atti alla reclutazione de' reggimenti". Nel 1776, poi, pubblicava il suo primo saggio scritto contro il Rousseau ed il suo Contract social, considerato come il libro "più formidabile di quanti siano usciti alla luce, imperciocché assale il cuore e interessa l'amor proprio, mentre gli altri non tendono che a convincere l'intelletto".

Al limite, ed in quest'ottica, gli stessi interessi culturali ed economici del Carli non paiono scevri da preoccupazioni di ordine politico e sociale. Nella sua prima giovinezza egli aveva fondato l'Accademia degli Operosi, con il concorso di quel Gravisi che in seguito sarebbe diventato il destinatario delle Lettere Americane. Il proposito dei fondatori, come rileva il De Stefano, era quello di "reagire all'ozio intellettuale delle classi colte". A questo punto, pare plausibile pensare che alla radice di tanta "operosità" stesse il presentimento di una crisi totale della nobiltà (le "classi colte"), quella nobiltà alla quale il Carli apparteneva, e che vedeva con disappunto ritenersi "bastantemente condecorata da un ozio inutile alla patria" ; proprio mentre egli, come osserva l'Apih, condivideva "pienamente la natura patrizia e cittadina dello schema, che poneva il ceto aristocratico come protagonista della storia (…)".

È probabile che egli, in un primo momento, abbia sentito l'esigenza di fornire l'esempio in prima persona: eccolo infatti dirigere personalmente la sua azienda agricola, adottando per essa criteri moderni e cure meticolose. Eccolo addirittura intraprendere quell'attività proto-industriale che doveva esercitare su di lui, nobile, un fascino del tutto particolare. Ma la sua iniziativa imprenditoriale falliva miseramente, e la sua fortuna economica (ironie della Storia!) la faceva il matrimonio con la ricca borghese Paolina Rubbi.

La sua battaglia per il mantenimento dell'ordine sociale si spostava allora su un piano più diretto e ricco di possibilità d'intervento: entrava nell'entourage dei Verri, del Beccaria, del Neri, a Milano, e da lì s'interessava e trattava di economia politica, di riforme e di diritto; poi l'incarico (agognato a lungo) nell'amministrazione asburgica, un breve periodo ricco d riforme e di battaglie, per incontrare un altro fallimento e forse un'oscura consapevolezza dell'inutilità dei suoi sforzi. Infine, il dilagare delle idee del Rousseau in Italia, definita per questo patria dello "scimmiottismo", e la sensazione (forse) di non essere più al passo con i tempi.

A questo punto, una singolare coincidenza; forse, su di un piano meramente emotivo, la possibilità di evadere, di fuggire da quella realtà che assolutamente non voleva piegarsi ai suoi ripetuti, volitivi, eroici sforzi. Nella società incaica (o meglio, nella particolare, utopica visione che di quella società avevano dato certi autori), il Carli trovava l'appagamento a tutte le sue aspirazioni: la pace sociale, la sclerosi delle classi, il perfetto funzionamento della macchina statale, incarnata in un sovrano indiscusso e indiscutibile, ma animato, nello stesso tempo, dei migliori propositi nei confronti dei suoi sudditi: era l'immagine che della società incaica aveva fornito Garcilaso de la Vega.