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LA SOCIETÀ INCAICA
NELLA CONCEZIONE DI GIAN RINALDO CARLI

di Filippo Rissotto

 
I

I

La figura e l'opera di Gian Rinaldo Carli, nobile istriano vissuto tra il 1720 e il 1795, hanno da sempre affascinato gli studiosi di svariate discipline. La sua fama è legata principalmente al suo operato (teorico e pratico) in campo economico (1), ma, anche ai giorni nostri, lo si ricorda per i suoi interessi storici, politici e in genere eruditi (2). Spesso se ne vide un patriota ante-litteram, per quel suo articolo Della patria degli Italiani, apparso anonimo sul "Caffé" nel 1765, e attribuito per lungo tempo al Verri (3). Non mancò poi chi tentò di delinearne la mentalità in monografie più o meno approfondite (4). Stupisce dunque che, sino al 1988, nessuno si sia occupato, se non di sfuggita, delle sue Lettere Americane (5).

Lo stupore aumenta, quando si considera che le Lettere Americane furono, anche se non per lungo tempo, l'opera più famosa del Carli (6). È pur vero che, nell'ambito della produzione del nobile istriano, esse occupano un posto del tutto particolare. Intanto, sono state scritte dall'autore nella tarda maturità, e in un momento particolarmente delicato della sua esistenza (quello della crisi con Vienna, immediatamente precedente il suo allontanamento dall'amministrazione asburgica). In secondo luogo, una piccola serie di circostanze può aver influito sulla scarsa attenzione ad esse accordata, in questi ultimi due secoli, dagli studiosi dell'istriano, che pure, come abbiamo dimostrato nelle pagine e nelle note precedenti, non sono certo mancati.

Innanzitutto l'argomento: le lettere che più c'interessano in questa sede sono quelle dedicate alla civiltà incaica, ma la maggior parte dell'opera è incentrata sulla dimostrazione dell'esistenza di Atlantide. Questo probabilmente favorì il "successo" di pubblico, ma agli occhi della critica erudita dei secoli successivi dovette apparire poco serio: lo ammise del resto lo stesso Carli, in una lettera riportata dallo Ziliotto:

"A Losanna si stampano le Americane tradotte anche in francese. Oh, vedete come hanno fortuna le bagatelle! Io non do certamente il piccolo tometto dell'Uomo libero per i quattro delle Americane. Eppure, nell'esito è tutto il contrario. Questo prova che le menti degli uomini sono più inclinate a dilettarsi, a divertirsi, che a pensare" (7).

Lo stesso Sestan sembra parafrasare le parole del Carli, in un saggio nel quale riconosce che l'istriano, dopo aver parlato di America "con novità di argomentazioni, con più solida e vasta erudizione (…) sbanda e si lascia travolgere dalla fervida fantasia e dal fascino delle ipotesi arrischiate" (8).

Ma, a nostro avviso, le Lettere Americane, tutt'altro che "bagatelle", possono essere viste anche come "sogni": lo stesso Carli riconosceva che esse non meritavano

"altro titolo che quello che per tutti i riguardi le ho dato, cioè di sogno. In sogno e per via di lettera è permesso dire ciò che in aria di trattato non sarebbe bene di dire" (9).

Ma, se è vero che i sogni sono la soddisfazione di desideri irrealizzati, allora le Americane assumono ben altra importanza, e diventano un momento estremamente significativo per comprendere l'uomo Carli o, quanto meno, una fase particolare della sua vita psicologica. Non sappiamo se egli riferisse il termine "sogno" alle sue concezioni sull'Atlantide o a quelle sulla società inca. È indubbio però che, paradossalmente, egli rievocò con simpatia, con amore e sincero rimpianto il mondo incaico (commettendo, come vedremo, non poche ingenuità nell'accogliere acriticamente la sua fonte elettiva, Garcilaso de La Vega); ma quando si trattò di disquisire intorno al "continente perduto", un argomento che maggiormente si prestava alle facili mitizzazioni, divenne freddo ragionatore e acuto critico di alcuni eruditi suoi contemporanei (10).


  1. Il Carli fu dal 1765 al 1780 Presidente del Consiglio Supremo di Economia, l'organo istituito a Milano da Maria Teresa d'Austria per riorganizzare la vita economica della Lombardia e riformarne la struttura amministrativa. Ebbe una parte di primo piano in quel movimento riformatore italiano così efficacemente affrescato da F. Venturi, Settecento riformatore, Torino 1969 (l'attività del Carli è illustrata nel V volume). Prima di accedere alla carica, aveva acquistato fama internazionale per i suoi saggi di economia: i primi erano stati il Dell'origine e del commercio delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia, dalla decadenza dell'Impero al secolo XVII (Venezia, 1751). A dire il vero, già nel 1747 egli aveva scritto la dissertazione Dell'impiego del denaro, la quale però fu stampata solo nel 1784. Nel 1757 era stata la volta del Saggio economico e politico sopra la Toscana, edito a Pisa. L'opus magnum, Quattro volumi sulle monete, vide invece la luce tra il 1754 ed il 1760. Del Carli economista si occuparono numerosi autori, fra i quali L. Pecchio (Storia dell'economia pubblica in Italia, Lugano 1849), A. Errera (Storia dell'economia politica nei secoli XVII e XVIII negli stati della Repubblica Veneta, Venezia 1877), fino ai più recenti F. Chessa (La moneta, Torino 1952), U. Marcelli (La questione monetaria studiata da G. R. Carli, in "Archivio storico italiano", n. 113 [1955] e al già citato Venturi.
    Avvertiamo subito che la bibliografia da noi fornita tralascia, per esigenze di spazio, alcuni testi relativi al Carli, che di lui parlano solo in parte ed in un ambito più vasto (come ad esempio le varie storie della letteratura o dell'economia scritte nell'Ottocento, o quelle relative alla realtà istriana del XVIII secolo). Chi intendesse approfondire l'argomento, troverà maggiori ragguagli e indicazioni in F. De Stefano, G. R. Carli (1720-1795). Contributo alla storia delle origini del Risorgimento italiano, Modena 1942, e soprattutto in E. Apih, La formazione culturale di G. R. Carli, Trieste, 1973. torna su
  2. Quello per la storia fu sicuramente il "primo amore" del Carli, da lui coltivato per tutta la vita: nel 1741, prima opera stampata del Nostro, compariva nella "Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici" del Calogerà, il saggio Intorno ad alcune monete che, nelle provincie del Friuli e dell'Istria, correvano ne' tempi del dominio dei patriarchi aquileiesi; nella stessa raccolta, due anni dopo, usciva il Delle antichità di Capodistria. Nel 1745 veniva stampato a Venezia il Della spedizione degli Argonauti in Colco; nel 1750 era la volta della Relazione delle scoperte fatte nell'Anfiteatro di Pola (risultato di un viaggio compiuto lungo le coste dell'Adriatico con il naturalista e amico Vitaliano Donati), pure pubblicata a Venezia. Ma l'opera storica più ragguardevole del Carli fu sicuramente il saggio Antichità italiche, edito a Milano in tre volumi tra il 1788 e il 1791 (sul quale cfr. il recente lavoro di E. Sestan Le "Antichità italiche" di G. R. Carli due secoli dopo, "Atti e memorie della società istriana di archeologia e storia patria", n.s., 22 [1984]).
    Il pensiero politico del Carli venne espresso per la prima volta nell'Andropologia, poemetto didascalico composto intorno al 1748, ma pubblicato solo negli opera omnia del Carli (Delle opere del signor commendatore don Gianrinaldo conte Carli, tomi I - XIX, Milano 1784-1787). Maggiore risonanza ebbero, anche presso i moderni, i libelli scritti contro Rousseau e il Contratto sociale: l'Uomo libero (pubblicato nel 1776) e Della disuguaglianza fisica, morale e civile fra gli uomini (Padova, 1793). Gli studi più recenti sul pensiero politico dell'istriano sono in F. Luzzatto, G. R. Carli e la filosofia del diritto, "Rivista internazionale di filosofia del diritto", VII, fasc. 4-5, lug.-ott. 1927; in M. Fancelli, I critici italiani del Rousseau e il pensiero politico di G. R. Carli, in "Riv. int. di fil. del dir.", cit., XXV, serie III, fasc. 3-4, lug.-dic. 1948; e in O. Bariè, Storia di Milano, Milano 1959.
    Le pubblicazioni a carattere erudito dell'istriano svariarono, durante l'intero arco della sua vita, fra la mitologia e la cronologia, la musica e la critica teatrale, la nautica, la geografia e la pedagogia. Nel 1744 pubblicò a Venezia la Teogonia, ovvero la generazione degli dei d'Esiodo Ascreo, tradotta per la prima volta in versi italiani dal conte G. R. Carli giustinopolitano con annotazioni e tre lettere critiche. L'anno successivo inviò al Tartarotti la dissertazione epistolare Intorno all'origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe, che venne pubblicata dal Tartarotti in appendice al suo Del congresso notturno delle lamie. Nel 1767, nel tomo XXV della già citata "Raccolta d'opuscoli" usciva il saggio Dell'indole del teatro tragico.
    Il conseguimento nel 1745 (grazie agli interessamenti del Foscarini e del Poleni) della cattedra di Teoria dell'arte nautica all'università di Padova, fornì al Carli l'occasione per pubblicare alcuni saggi inerenti questa disciplina: Intorno alla declinazionre o variazione della calamita o bussola nautica, dal polo (Venezia 1747); Delle navi turrite degli antichi (pubblicato in Delle opere, cit., vol. IX); e Delle triremi (anch'esso in Delle opere, cit. vol. IX). Sempre nella raccolta pubblicata a Milano compaiono le Osservazioni sulla musica antica e moderna (vol. XIV) e il Della geografia primitiva e delle tavole geografiche degli antichi (vol. IX: su quest'ultima opera cfr. G. Natali, G. R. Carli geografo. Contributo alla storia della geografia in Italia nel secolo XVIII, Bologna 1923). Di interesse puramente cronologico è la dissertazione, scritta nel 1756 (contenuta nel IX volume degli opera omnia), Della incertezza e delle epoche intorno alla nascita e morte di G. Cristo N.S..
    Gli interessi del Carli attinenti la pedagogia non erano disgiunti da quelli politici, come vedremo più avanti. Per il momento, ricordiamo che su quest'argomento egli scrisse, oltre alla già citata Andropologia, il Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia, Milano 1774. Un ampio giudizio sul pensiero pedagogico del Carli è in E. Novacco, Di G. R. Carli scrittore di cose scolastiche, "Antologia veneta", n. 2 (1912).
    Parlando dell'erudizione del Nostro, non possiamo poi tralasciare il "fondo Carli", disponibile in microfilm presso l'Archivio di Stato di Trieste, contenente le carte dell'istriano. Esso rimane in gran parte ancora manoscritto, ma esistono alcuni lavori di pubblicazione e critica che lo riguardano. Ricordiamo qui: B. Ziliotto, Trecentosessantasei lettere di G. R. Carli capodistriano, cavate dagli originali e annotate, in "Archeografo triestino", serie III, 4-7 (1908-1912); R. M. Cossar, Epistolario inedito del conte Stefano Carli, ibidem, serie IV, 16 (1950); E. Apih, Un carteggio inedito fra G. R. Carli e l'abate G. Bini, in "Pagine istriane", XII, IV serie, nn. 5-6, maggio 1962. F. Pasini, Tra G. R. Carli e G. Tartarotti, "Atti e memorie della società istriana di archeologia e storia patria", XX (1905). torna su
  3. Sulla questione dell'errata attribuzione dell'articolo, cfr. B. Ziliotto, G. R. Carli da Capodistria e le origini del Risorgimento, "La porta orientale, rivista giuliana di storia, politica e arte", n. 23 (1955). Parole definitive sul preteso patriottismo del Carli, definito "provinciale, di dotto, d'economista e d'intellettuale", sono state scritte da F. Venturi in Illuministi italiani. Tomo III. Riformatori lombardi, piemontesi e toscani, a cura di F. Venturi, Milano - Napoli 1958, pp. 426-427. torna su
  4. Per precise ed esaurienti indicazioni al riguardo, rimandiamo alla voce a cura di E. Apih per il Dizionario biografico degli italiani, Roma, XX, 1977, pp. 161-167. torna su
  5. Paradossalmente, il maggior interesse per quest'opera era stato riservato, fino ai giorni nostri, da un sudamericano, C. Radicati di Primeglio, nel suo saggio Juan Reinaldo Carli, economista y americanista del siglo XVIII, Lima 1944; in Italia esistevano accenni nei lavori già ricordati di F. De Stefano e M. Fancelli; in E. Sestan, Europa settecentesca e altri saggi, Milano-Napoli 1951; A. Gerbi, La disputa del nuovo mondo. Storia di una polemica (1750-1900), Milano-Napoli 1955 (opera ancor oggi fondamentale per la comprensione del contesto in cui le Lettere Americane si inserirono); Illuministi Settentrionali, a cura di S. Romagnoli, Milano 1962; Illuministi italiani, cit., a cura di F. Venturi. Più recentemente hanno parlato delle Lettere americane V. Ferrone, Il problema dei selvaggi nell'illuminismo italiano, "Studi storici", n. 27 (1986); e A. Baragona, Vecchio e Nuovo mondo tra "necessità" e "libertà": le Lettere Americane di G. R. Carli, in "Atti del IV convegno internazionale di studi colombiani, Genova 21-23 ottobre 1985", Genova 1987. Come si è detto, però, si trattava di semplici accenni. Oggi invece è possibile consultare l'ottimo saggio Delle Lettere Americane. G. R. Carli. Selezione, studio introduttivo e note di A. Albonico, Roma 1988; l'opera, apparsa quando questo articolo era già in corso di stampa, viene a colmare una lacuna abbastanza grave negli studi sul Carli e mette per di più a disposizione degli studiosi, in riproduzione fotostatica, una parte non indifferente delle Lettere Americane. torna su
  6. L'interessamento del peruviano Radicati di Primeglio ne è già una testimonianza: l'opera del Carli ricevette, fra gli altri, l'elogio di Benjamin Franklin. V. Ferrone (op. cit., pag. 131) la definisce, forse un po' impropriamente, un "vero best-seller". La prima edizione, deprecatissima dal Carli per le numerose inesattezze ed omissioni, vide la luce a Firenze nel 1780. Il problema, sollevato dall'Albonico, se esse apparvero per la prima volta a puntate sulla rivista fiorentina "Magazzino", o fin dall'inizio come opera indipendente, rimane attualmente irrisolto. Una seconda, più accurata edizione fu stampata a Cremona nel 1781, e tradotta ben presto in tedesco, francese e inglese (più tarda la traduzione spagnola, che risale al 1821). Dal 1785, poi, le Americane vennero incluse nel Delle opere (voll. XI, XII, XIII e parte del XIV, editi il primo nel 1785 e i successivi nel 1786: è questa l'edizione della quale ci serviremo in questo saggio ed è anche quella riprodotta nel saggio a cura di A. Albonico). Nelle opere le lettere sono cinquantasei (precisiamo "nelle Opere", in quanto il Sestan, forse rifacendosi ad una delle edizioni precedenti, ne conta cinquantacinque: cfr. Europa settecentesca, cit., pag. 40). Non vi è dubbio che si tratti di autentiche epistole, spedite dal Carli (che si trovava in quel periodo a Milano) al cugino Girolamo Gravisi, in quel di Capodistria, tra il 7 maggio 1777 e il 5 dicembre 1779 (il Gerbi, op. cit., pag. 262, che per il resto si dimostra assai bene informato sulle notizie riguardanti le Americane, le dice stranamente "scritte nel 1777-78"). Prima della pubblicazione, esse furono rivedute e corrette dall'autore. torna su
  7. Lettera al Gravisi del 12 agosto 1788, in B. Ziliotto, Trecentosessantasei lettere, op. cit., citato in E. Sestan, "Le Antichità italiche", op. cit., pag. 31. torna su
  8. E. Sestan, Europa settecentesca…, op. cit. pag. 140. torna su
  9. Lettera del Carli al Gravisi del 17 settembre 1778, citata da F. De Stefano, op. cit., pagg. 128-129. torna su
  10. Non è il caso di soffermarsi qui sull'interessante e serrata polemica che il Nostro intraprese con J. S. Bailly (l'autore della Storia dell'astronomia antica, nella quale l'Atlantide viene posta a nord dell'Europa, precisamente nelle Spitzbergen) e col Buffon, l'autore della teoria (contenuta nella sua monumentale Storia naturale) sul progressivo raffreddamento della terra. Ci limiteremo a dire che il Carli, oltre che demolire, sulla scorta della sua formidabile erudizione in campo classico, la teoria di Bailly, si dimostra straordinariamente aggiornato, per un uomo con i suoi impegni e con i suoi interessi (di tutt'altro genere), sui più recenti progressi scientifici del tempo. Manca invece, in questa parte dell'opera, qualsiasi accenno ad una mitica età dell'oro sotto il regno dei saggi sovrani di cui parla Platone. torna su