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Alpini e Carabinieri al Servizio dell'Italia

Postfazione
L’importanza e le potenzialità delle associazioni d’arma
di Filippo Rissotto

Prima di affrontare l’argomento prescelto, desidero ringraziare tutti i compagni di questa avventura letteraria: gli altri “autori”, le Benemerite dell’Arma, i colleghi Alpini della Sezione Savonese, i grafici di Punto e Linea, i quali, tutti, mi hanno fornito l’opportunità – a me, “foresto” e fino al giorno prima praticamente sconosciuto – di comparire su un proscenio così illustre, così vivace dal punto di vista culturale, così animato da buoni e fattivi sentimenti. Voglio dedicare un ringraziamento particolare ad Antonio Rossello, che, “stregato” dal mio romanzo di chiara marca Alpina, ha voluto credere in me, ha dato libero sfogo alla mia voglia di fare, mi è stato sempre vicino, non sono nella stesura di questo articolo, ma anche nella mia funzione di coordinatore “artistico” dell’opera.

Credo che noi tutti dobbiamo essere grati ad Antonio, per questa sua voglia di fare, di fare bene, per questo suo tentativo (coronato da successo, ma si tratta solo dell’ultimo di una serie, che voi conoscete bene…) di mettere insieme un pool così eterogeneo di Associazioni, ma anche di uomini, donne, e… “primedonne” (a scanso di equivoci, sto parlando innanzi tutto di me stesso).

***

La coscienza di essere stati buoni servitori dello Stato non deve impedirci di considerare questo Stato con facoltà critica. Molto spesso si levano dolenti parole di protesta, in tal senso, da parte dei famigliari delle vittime per servizio, soprattutto quando risulta in maniera inequivocabile che i loro cari non sono stati adeguatamente difesi, salvaguardati dalle istituzioni che stavano servendo. Penso al generale Dalla Chiesa, ovviamente, oltre che a tutti quei magistrati di prima linea il cui solo nome suscita ancora oggi ondate di commozione. Ma tantissimi altri servitori dello Stato sono caduti in servizio; sono meno famosi, ma non per questo meno degni di onore, o di memoria. Altri rappresentanti delle forze dell’ordine, impegnati su indagini e operazioni “scomode”, hanno visto vanificare il loro lavoro, o peggio.

Ma il mio pensiero corre anche verso tutti quei militari italiani morti, non solo eroicamente, all’interno di guerre ingiuste o di conquista che quasi sempre non avevano cercato, né voluto, vittime di scelte politiche aberranti e di strategie belliche assurde, per nulla rispettose della dignità umana. Gli impressionanti massacri sotto il comando Cadorna nella prima guerra mondiale; le spedizioni di Grecia e di Russia nella seconda; le criminali modalità con le quali fu organizzato, da parte di regnanti e governanti, il cambio di alleanze nel ’43, che lasciò civili e militari in balia dei tedeschi; tutti questi esempi costituiscono pagine di storia che non solo non devono essere dimenticate, ma che addirittura attendono ancora, in buona parte, di essere scritte con chiarezza e imparzialità.

Una caratteristica accomuna tutte le categorie che ho brevemente citato: l’impossibilità di alzare la voce contro gli esponenti di un potere che non li tuteli, che in qualche modo non si dimostri all’altezza dei loro ideali. Intendiamoci, ritengo inevitabile questo silenzio: in prima linea non v’è spazio per confronti dialettici; in prima linea, uno comanda, un altro obbedisce, senza discussioni, senza indugio.

Ma è proprio in quest’ottica, allora, che diventa tanto più importante la voce delle associazioni d’Arma. Vorrei qui provare ad esporre quelle che sono a mio parere le caratteristiche generali di queste associazioni, caratteristiche forse tanto più valide, parlando di A.N.A. e di A.N.C. Esse sono costituite, per la massima parte, da esponenti che hanno già dimostrato sul campo il loro attaccamento allo Stato ed alle istituzioni. Il fatto, di per sé, non costituisce ovviamente una patente di superiorità, rispetto agli altri cittadini, ma è – diciamo – una sorta di “biglietto da visita”. Questi esponenti, inoltre, conoscono bene le esigenze, i malesseri, le frustrazioni dei loro colleghi in attività, perché in passato le hanno vissute in prima persona. A differenza di quelli, però, avendo riacquistato - con la cessazione del servizio – tutte le attribuzioni dei “liberi cittadini”, possono far sentire la propria voce.

Tali associazioni sono generalmente protese – più o meno attivamente, ma sempre in linea di principio – al recupero di quelli che siamo soliti definire Valori. Se per Valori qui preciso “senso dello Stato, importanza della famiglia, onestà, abnegazione, altruismo, solidarietà”, sarò forse più esplicito. Per il momento, vorrei non parlare di democrazia e di libertà, termini attualmente forse abusati: tornerò su di essi più avanti.

Altra caratteristica che accomuna tali associazioni è ovviamente il volontariato.

L’attività svolta dall’A.N.A. è probabilmente più eclatante, sia per il numero di partecipanti, sia per la capacità organizzativa sempre dimostrata. Ma, ritengo, questo è dovuto essenzialmente al numero dei suoi iscritti e – di conseguenza – alle potenzialità economiche e di mobilitazione. Lo spirito alla base è invece certamente lo stesso, ed è quello di continuare coerentemente un servizio già prestato alla comunità. Tali attività costituiscono un modo insostituibile di riaffermare i Valori civili e sociali: li rafforzano nei cuori delle stesse persone che le praticano, e attirano le simpatie, quando non l’emulazione, degli altri cittadini. Chiunque abbia partecipato alla sfilata di un raduno nazionale degli alpini ha potuto toccare con mano questi fenomeni. Le circostanze nelle quali i Carabinieri ricevono analoghi tributi di affetto sono invece, generalmente, dolorose, e questo è un fatto che bisognerebbe correggere…

Un’ultima caratteristica che mi preme ricordare è la loro “organizzazione”. Tali associazioni uniscono cittadini che hanno – fatte salve le logiche differenze fra singoli individui – un sentire comune, un analogo atteggiamento generale nei confronti della vita, della società, dello Stato.

Vorrei adesso “contestualizzare” queste premesse all’interno dell’attuale situazione politica italiana, e farò il possibile per mantenermi asettico e sintetico, ma è necessario che anticipi alcune precisazioni.

  1. Voglio esprimere la mia totale adesione all’ordinamento che amiamo definire “democratico”, costituito essenzialmente da associazioni politiche (i partiti).
  2. Dichiaro di ritenere il parlamentarismo, allo stato attuale, l’unica forma politica possibile per salvaguardare almeno in parte gli interessi e la libertà dei cittadini che in qualche modo vengono rappresentati.
  3. Chiarisco che non ho nessuna velleità di propugnare l’introduzione di attività politica all’interno di associazioni che all’atto stesso della loro fondazione si definiscono “apolitiche” e “apartitiche”.

Tutto ciò doverosamente premesso, torno alle considerazioni annunciate. Rispetto agli altri Stati cosiddetti Occidentali, quello italiano è relativamente giovane, avendo meno di un secolo e mezzo di vita. La coscienza nazionale dei suoi cittadini è ancora più giovane: molti storici la fanno risalire alla prima G.M.. La repubblica parlamentare risale alla fine della seconda G.M.; ma l’alternanza delle forze al governo, che della democrazia è la cartina di tornasole, è a dir poco recentissima: la situazione internazionale, per quasi quarant’anni, l’ha in qualche modo impedita, che questo sia stato un bene o un male (in questa sede non interessa). Interessa invece rimarcare che solamente da un decennio, e cioè dalla fine della guerra fredda, esiste e si applica in Italia la reale possibilità di scegliere i governanti. Si noterà, per inciso, come queste fasi salienti della storia nazionale siano state tutte scandite da guerre. Ma resti un inciso.

Dieci anni di democrazia reale, a fronte della storia politica delle nazioni che siamo soliti guardare con rispetto e ammirazione, se non altro per il modo in cui trattano e considerano i propri cittadini e soprattutto i loro servitori di prima linea (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Olanda, e non voglio dilungarmi troppo) rappresentano un periodo ben esiguo. Tradurre direttamente dei periodi di tempo in quantità misurabili di democrazia è forse azzardato; ma se li traduciamo in tradizione culturale di democrazia, non andremo lontani dalla verità. Lo stesso modo in cui le nostre due compagini politiche (destra e sinistra) attualmente si affrontano, demonizzando l’avversario, anziché rispettarlo come concorrente nella gara per raggiungere lo stesso scopo (il benessere della Nazione), è probabilmente il sintomo più clamoroso di questa immaturità. Ma non mancano altri segnali: forse solo da pochi anni, in Italia, il cittadino viene considerato parte attiva, integrante dello Stato, e non mero suddito. Forse solo da pochi anni, si sono introdotti alcuni correttivi democratici alle storture presenti in alcune delle istituzioni che ci governano e ci amministrano. Forse solo adesso, dall’altra parte, si ha il coraggio di considerare lo Stato come espressione di noi stessi, e non come distante Moloc, dai poteri assoluti e imprevedibili. Ritengo però che la strada da percorrere sia ancora lunga. Ed è a questo punto che volgo lo sguardo con interesse alle associazioni d’Arma.

All’interno di questa nuova stagione, di questo avvicinamento tra società e stato, che è poi la maturazione di una democrazia, il ruolo di queste associazioni potrebbe e forse dovrebbe trovare nuovo slancio. Esse, con la loro sensibilità sociale, la loro attenzione per le Istituzioni, inscritte negli animi dei loro affiliati, nel DNA della loro storia, potrebbero diventare forze autenticamente propulsive, il più possibile neutrali ma pur sempre critiche attente, atte ad agevolare questo processo, ad incoraggiarlo da una parte e dall’altra, a presentare e proporre chiavi interpretative che non siano fraintese o, peggio, sfruttate per fini non cristallini.

Questo compito è forse più importante ed urgente di quanto non appaia ad un’analisi poco attenta.

Viviamo un momento particolarmente intricato, complesso della nostra storia: i delicati rapporti tra Occidente e civiltà islamica, tra Europa e movimenti migratori, gli stessi rapporti conflittuali tra i nostri schieramenti politici, sono tutti fenomeni che rendono estremamente difficoltosa la comprensione della realtà (almeno, per chi voglia interpretarla senza basarsi sui luoghi comuni e sui facili preconcetti). Gli stessi mezzi di comunicazione si sforzano più di fornire tesi interpretative che non di proporre elementi acritici di giudizio. Non voglio entrare nel merito della “crisi dei valori”, dei modelli proposti ai giovani, dell’attenzione dedicata al denaro, al divismo, alla violenza, alla pornografia, a discapito dei valori che noi tutti al contrario perseguiamo. Non voglio farlo, perché mi sento già sufficientemente vecchio, e perché – in fondo – tali lamenti si levavano già duemila anni fa, nella Roma repubblicana. Mi limito a proporre alcune valutazioni su un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

La recente abolizione della coscrizione obbligatoria comporterà nel lungo periodo conseguenze, la cui portata nella società e nella coscienza dei suoi cittadini è al momento impossibile delineare compiutamente. Alcuni dati, però, sembrano incontestabili.

  1. Lo Stato non sarà più costituito da cittadini che, prima di affacciarsi alla vita sociale, civile e produttiva, abbiano servito il proprio paese, dichiarandosi – almeno formalmente – pronti a difenderne a costo della vita l’indipendenza, l’integrità territoriale, i valori culturali, ciò che costituisce la base irrinunciabile, per poter dopo apprezzare i valori culturali degli altri popoli.
  2. Verrà negata a quasi tutti i futuri cittadini la possibilità di vivere (durante una fase della propria esistenza – la giovinezza – ancora aperta e predisposta ad assorbire nuove esperienze), un momento comunitario, socializzante. Faticoso, certo, forse forzoso, forse doloroso, ma potenzialmente formativo; sia del carattere, sia soprattutto della coscienza civile, la coscienza cioè di appartenere ad una comunità che trascenda il nucleo famigliare e la ristretta cerchia delle conoscenze scolastiche, ciò che è la base per poter convivere serenamente in una comunità (quella umana) ancora più ampia e diversificata, e per ciò stesso difficile da apprezzare.
  3. Aumenterà la distanza dei componenti delle forze armate dalla realtà civile. L’unico collegamento istituzionale e costante col resto della popolazione sarà probabilmente rappresentato da quella classe politica, che ha il compito di dirigere e di impartire direttive ai massimi vertici militari; quella classe politica che, in passato, non sempre ha dimostrato di dirigere bene le forze armate.

Non mi sembra poco. Ad aggravare la situazione, tutto questo avviene nello stesso momento in cui la generazione che è stata protagonista delle pagine più salienti della nostra storia nazionale, la Resistenza, sta lentamente scomparendo, per ineluttabili leggi di natura.

E sta scomparendo quando il dibattito su quel periodo, essenziale per la nostra storia, ma anche e soprattutto per i Valori e le tensioni ideali espressi sul campo, è ben lungi dall’essere concluso, come testimoniano i recenti interventi sull’argomento del Presidente Ciampi.

Le nostre associazioni, nelle quali non mancano sicuramente i mezzi intellettuali, le esperienze dirette, le potenzialità per analizzare i fatti della società italiana, hanno l’organizzazione per far circolare al loro interno testimonianze storiche dirette, idee ed analisi; hanno gli strumenti, l’indipendenza ed il carisma necessari per affermare le proprie idee, una volta che queste si siano coagulate in indirizzi di massima.

Dopo di che, si tratterebbe di sfruttare tutte le potenzialità a disposizione (che al giorno d’oggi non sono poche) per far sentire la propria voce. Nella società civile esistono già altre aggregazioni volontaristiche, che non intendono impegnarsi direttamente nella gestione politica, e che riescono a farsi sentire: sto parlando di quelle associazioni di consumatori che propugnano una gestione “etica” delle merci e delle materie prime; sto parlando di quei movimenti che nel corso di decenni hanno portato alla sensibilizzazione nei confronti dell’ecologia; sto parlando di quella parte sana, onesta e apolitica (ahimè sempre più esigua) dei movimenti che contestano una globalizzazione ed una europeizzazione mirata esclusivamente alla circolazione di merci e di capitali finanziari.

La voce dell’A.N.C. e dell’A.N.A. sarebbe, ritengo, tanto più autorevole di quelle che ho appena citato.

*

Avendo l’opportunità di ampliare il mio modesto contributo a questa pubblicazione, vorrei ricordare qui brevemente l’esperienza (intellettuale e di vita) di un grande italiano, il quale incarna in modo esemplare il percorso ideale al quale ho accennato nella prima parte di questo articolo. Mi è caro citarlo per due motivi: il primo è che fu tra gli iniziatori di quel movimento – Giustizia e Libertà – al quale ha dato un valido contributo il nostro professor Parola, la convivenza col quale, fra queste pagine, costituisce per me motivo di onore e di orgoglio. La seconda è che egli si distinse, durante la I Guerra Mondiale, nella stessa brigata nella quale militò con pari onore il mio nonno materno Niccolò Mulas (Aiutante di Battaglia nella Brigata Sassari, un medagliere personale nel quale figurano, fra le altre, tre croci di guerra). Sto parlando di Emilio Lussu.

Emilio Lussu nacque ad Armungia (Cagliari) nel 1890; partecipò – dapprima con entusiasmo – alla Grande Guerra, come Ufficiale di complemento. Si coprì di onore, assolvendo fino in fondo il compito per il quale era stato chiamato, arrivando al grado di capitano. Tutto questo non gli impedì di percepire le contraddizioni della guerra, ed in particolare le storture della condotta bellica italiana, al punto che le espresse (seppur mediate da un paio di lustri di attesa) con maestria, con realismo, senza retorica e addirittura con un filo d’ironia (laddove le situazioni lo permettevano), nel suo splendido scritto Un anno sull’altipiano, dal quale fu tratto – com’è noto – l’altrettanto memorabile Uomini contro, di Francesco Rosi.

Cessato il conflitto, fu eletto deputato. Nonostante la possibilità di ritagliarsi un ruolo funzionale nel nascente partito fascista (in quanto eroe della Grande Guerra), seppe essere coerente alle idee politiche che in lui erano maturate proprio durante il conflitto e – dopo l’esperienza aventiniana – fu costretto al confino. A Lipari conobbe Rosselli e – dopo la rocambolesca fuga a Parigi – Salvemini. Lì nacque Giustizia e Libertà, della quale, dopo l’assassinio di Rosselli, ereditò la Direzione.

L’apporto dato da Giustizia e Libertà alla Resistenza Italiana fu sicuramente fra i più cospicui, come potrebbe testimoniare l’esimio professor Parola, ma la principale funzione di Lussu in questo periodo fu quella di dimostrare alle forze Alleate l’esistenza in Italia di un fronte antifascista pronto a partecipare attivamente – come poi in effetti fu – al conflitto.

Alla fine della guerra, Lussu partecipò alla Costituente, fu senatore e ministro nei governi Parri e De Gasperi.

Resta aperta la questione – sulla quale forse varrebbe la pena di interrogarsi – sul perché un movimento di altissima tensione morale e idealistica come Giustizia e Libertà scomparve praticamente nel nulla, una volta raggiunti i suoi più urgenti obiettivi (sconfitta del fascismo e nascita della repubblica).