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Eroismo degli Alpini in
Guerra
"Alpino è sinonimo di Uomo"
Io dipingo Alpini...
Credo di farlo al di fuori di ogni retorica, libero da quello che può
sembrare apologia militaristica o racconto celebrativo di grandezze
e vittorie.
Per me "Alpino" è sinonimo di "Uomo".
Uomo di sempre, quotidianamente immerso nella sua complessa problematica,
talvolta superiore alle sue stesse possibilità umane. Fin da
bambino mi son reso conto che per ognuno la vita non è che una
conquista giornaliera.
... Erano, allora, i tempi cruciali della guerra, del caos, della criminalità
politica, delle rappresaglie, delle fughe, della fame, della morte.
Immagini pesanti che lasciano solchi profondi, incancellabili, anche
nella persona diventata adulta.
Sono trascorsi gli anni...
Molto più tardi mi sono reso conto che l'origine di tutti i mali
risiede dentro di noi, fra le pieghe del nostro egoismo, della nostra
superbia, nella negazione parziale o totale degli altri.
La personale esperienza di alpino fra gli alpini, di uomo fra gli uomini,
ha sempre più confermato questa mia convinzione.
Si dice che gli alpini hanno un grande spirito di corpo...
C'è molto di vero in questa affermazione!
Lo spirito di corpo nasce, non dal fatto di portare un'unica divisa,
ma dalla semplicità; quella caratteristica che ha quasi sempre
contraddistinto gli alpini, in genere buoni montanari avvezzi a far
fieno, a lottare contro le avversità della natura per strappare,
da un fazzoletto di terra avara, poche patate o un pugno di segale,
più che a imbracciare fucili e andare a combattere.
La storia intrecciata di bramosie, egoismo e di superbia, li ha visti
tante volte tolti a quella loro terra, alla quale, nonostante tutto,
si sono sempre sentiti affettuosamente legati.
Trascinati nell'assurdità della guerra sono stati costretti a
terribili stagioni di trincea, a penosi viaggi in terre lontane, a tragiche
sofferenze, a desolanti ritirate disseminate di morti, in cui l'unica
forza aveva un nome: Speranza.
E' proprio in tutti questi contesti che la semplicità e la modestia
sono assurte a ruolo principe, divenendo i motivi che hanno sempre costruito
il senso più profondamente umano della comprensione, della reciproca
donazione, di quel sentirsi veramente gli uni fratelli degli altri.
Ecco il vero spirito di corpo!
Episodi, fatti, avvenimenti che hanno fatto la Storia degli Alpini...
che giorno per giorno fanno la storia di ogni uomo.
Non un qualche cosa, quindi, che è fissato nel tempo, ma che
nel tempo si prolunga e ci appartiene.
Un qualche cosa che, come presa di coscienza, deve maturare dentro ciascuno
di noi, facendoci sentire desiderosi di un apporto personale al grande
patrimonio della famiglia umana.
Dalla constatazione melanconica di queste situazioni, tuttavia, così
ricca di preziosi fermenti, in cui si è realizzato e si realizza
l'uomo più vero, trae origine la mia pittura.
Tommaso Malagotti
Alpini: si parte per il Caucaso
La guerra era finita e la popolazione greca
cominciava ad abituarsi a questi strani 'omacci' con quel cappello con
la penna. Sulle prime, c'era stato qualche "risatina", c'era
stato chi aveva chiuso le finestre e la porta al passaggio dei soldati
di Mussolini. Poi, un poco per volta, in poche settimane, il clima mutò:
erano veri nemici quelli che dividevano il loro cibo con i bambini,
con le donne, con i vecchi, perfino con i reduci con i quali avevano
combattuto sui picchi nevosi dell'Albania? E quando parve che gli ex
nemici si capissero, arrivò l'ordine: "Non fraternizzare
con la popolazione!". Come tutti gli ordini che piovevano dall'alto,
anche questo fece poca impressione agli alpini. Per cui i contatti continuarono;
ma gli alpini, come gli altri soldati, avevano poco da mangiare e da
regalare alla gente: mentre, sulle banchine dei porti, si mormorava,
ed era tragicamente vero, la farina marciva, fermentava, e "indietro"
c'era chi stava bene, chi faceva mercato nero e si arricchiva. Cominciarono
i rimpatri, per mare, in treno attraverso la Jugoslavia, e vi furono
tante donne che seguirono con lo sguardo, con tanta nostalgia, i loro
"nemici" che si allontanavano. Erano anche tanti i bambini
che piangevano, perchè i loro ruvidi bonari amici con la penna,
che avevano sempre qualcosa da mangiare in tasca, li lasciavano per
sempre. Un giorno vi fu ressa attorno alla radio: una voce rauca urlava
per ore, suscitando nelle masse tedesche ondate di entusiasmo. I tedeschi
di occupazione erano quasi tutti radiosi: "E' la fine del bolscevismo",
"Kommunist Kaput", ridevano, facendo un cenno espressivo con
la mano a taglio sotto il mento. Alcuni, però, tacevano e guardavano
pensierosi lontano. A interrogarli, rispondevano: "Se il nostro
Fûhrer comandato, noi vincere!" Gli Italiani erano un poco
scettici, preoccupati.
Mussolini si era immediatamente schierato a fianco dell'alleato germanico
per battersi in terra di Russia. Già il 22 giugno 1941 fra il
comando italiano e quello tedesco veniva stipulata la seguente convenzione:
"Il comando tedesco si impegna a fornire sempre i viveri facenti
parte della razione tedesca, comprese la carne e la farina, ma sulla
base di quantitativi costituenti la razione italiana. Nella convenzione
è compreso l'impegno di fornire carburante, fieno e legna da
ardere, per l'intero fabbisogno."
Tuttavia, pochi mesi dopo, in data 7 settembre 1941, ecco una comunicazione
dell'Intendenza del gruppo di armate del feldmaresciallo von Kleist:
"Il soldato tedesco non ha diritto a una razione fissa; egli consuma
ciò che la Patria e l'Intendenza gli possono procurare di volta
in volta. Le distribuzioni sono, quindi, fatte in relazione alla disponibilità.
Le truppe traggono direttamente dal paese tutto ciò che possono.
In dipendenza di tale principio, l'Intendenza tedesca non garantisce
la disponibilità costante di tutti i generi costituenti la razione
italiana". Questo documento avrebbe dovuto far aprire gli occhi
in molti ambienti, ma spirava aria di vittoria rapida, di trionfale
entrata a Mosca, e Mussolini non voleva restare indietro. Doveva "sdebitarsi"
con l'alleato che era intervenuto in Grecia a sbloccare una situazione
critica, e che ci dava una mano in Africa Settentrionale. Per cui molto
presto Mussolini mandò in terra di Russia, un contingente di
truppe: era il Corpo di spedizione italiano in Russia, che passerà
alla storia con la sigla: CSIR.
Era un corpo d'armata originato da quello "autotrasportabile"
ed era costituito, oltre che dal comando e dai servizi, dalle due divisioni
di fanteria "autotrasportabili" Pasubio e Torino, dalla 3°
divisione celere Principe Amedeo Duca d'Aosta (chiamata comunemente
'Celere'), dal gruppo autocarrato camicie nere Tagliamento, dal XXX°
raggruppamento artiglieria di corpo d'armata, da un autoraggruppamento
su due gruppi, da due gruppi di aviazione, LXI da ricognizione e XXII
da caccia, e infine dall'Intendenza Speciale Est: in totale 2.900 ufficiali,
58.800 uomini di truppa, 4.600 quadrupedi, 5.500 automezzi, 51 caccia,
22 aerei da ricognizione, 10 aerei da trasporto. Il comando, affidato
in un primo tempo al generale Francesco Zingales, quando questo si ammalò,
passò al generale Giovanni Messe. Era un Corpo d'Armata che rappresentava
quanto di meglio avesse l'Italia, in fatto di unità moderne di
fanteria, ed era anche abbastanza potente; ma l'artiglieria campale
risaliva alla prima guerra mondiale, la contraerea era praticamente
inesistente e, i non molti carri armati, erano del tipo leggero L.3
da tre tonnellate e non avrebbero potuto mai competere con i carri armati
sovietici; inoltre, risultava scarsamente mobile, perchè gli
automezzi erano troppo pochi e soprattutto troppo poco robusti, adatti
alle strade asfaltate europee, ma non a quelle di terra battuta e alle
piste fuoristrada della sterminata pianura sovietica.
Le partenze iniziarono il 10 luglio 1941, e finchè si viaggiò
in treno tutto andò bene, cioè fino ai confini orientali
ungheresi; poi, si proseguì "per via ordinaria", ossia
a piedi... Ormai, di entrate trionfali a Mosca, non si parlava più
e la guerra era diventata durissima. A questo punto entrano in scena
gli Alpini. Prima del Corpo d'Armata Alpino, andò in Russia un
reparto speciale, il battaglione alpini sciatori Monte Cervino, che
si era già ricoperto di gloria sul fronte greco. Quando si parla
di gloria, fra militari di tutti gli eserciti, si usa questa espressione
eufemistica, che entusiasma soprattutto coloro che la guerra non l'hanno
fatta! Chi c'è stato, invece, sa che gloria significa sangue,
morte, sacrifici sovrumani, compensati spesso alla memoria, da un pezzetto
di metallo di varia forma, appeso a un nastro: una distinzione da portare
sul petto.
Del battaglione Cervino diremo poche parole, perchè non ne sappiamo
trovare di adatte a descrivere il valore di quegli uomini. Costituito
nel dicembre 1940 ad Aosta, equipaggiato a perfezione (i soldati avevano
anche le scarpe con la suola di gomma vibram, che allora erano in dotazione
soltanto agli ufficiali), avevano persino la giacca a vento e sapevano
tutti sciare ed arrampicarsi, 350 uomini in totale: andò in linea
a fine gennaio 1941, e un mese dopo non esisteva più. Rientrarono
ad Aosta: 37 superstiti in tutto, e il battaglione fu sciolto in maggio.
Nel novembre del 1941 venne ricostituito, più bello di prima,
sottoposto a un durissimo addestramento, armato bene (il colonnello
comandante voleva 'perfino' i mitra, un'arma quasi sconosciuta nell'esercito
italiano a quel tempo)... Armato bene e mandato in Russia.
Lo soprannominarono "battaglione Pista!" dal grido, allora
in uso, fra gli sciatori durante le discese, e perchè, con quel
grido, sembrava voler passare dovunque lo mandassero. Stavolta tornarono
in cinque, un capitano e quattro alpini, e il battaglione ebbe la medaglia
d'oro al valor militare...
Il generale Messe, quando ricevette, nel
febbraio del 1942, quei seicento uomini, tutti volontari, tutti abili
sciatori e rocciatori, ottimi tiratori, capì d'avere in mano
un reparto d'assalto di eccezionale vigore. Seppe impiegarlo nel modo
migliore. Il Cervino aveva già avuto il battesimo del fuoco,
ad opera di alcuni cacciabombardieri sovietici che avevano mitragliato
e spezzonato un treno tedesco, e un loro ufficiale, il sottotenente
Alberto Bruno, della 1° compagnia, era rimasto ucciso. Il Cervino
andò in linea subito, in azioni di alleggerimento contro gli
attacchi sovietici, e il 23 marzo, con una temperatura di 30 sotto zero,
partecipò alla battaglia di Ol'kowatka, in testa a due colonne
della Torino e della Paubio, riuscendo ad attestarsi nell'abitato del
paese, intaccando la linea di resistenza nemica. A metà aprile,
il comando del CSIR decide di costituire un raggruppamento speciale,
agli ordini del colonnello Barbò, già comandante del Savoia
Cavalleria. Ne fanno parte cavalleggeri, bersaglieri, fanti e carristi,
più gli alpini del Monte Cervino. Via gli sci, avanti a piedi,
nell'immensa steppa russa, come truppe d'assalto. La sera del 29 aprile,
nel fango del disgelo (la famosa e terribile "Rasputitza') il battaglione
fu attaccato dai partigiani: due ore di combattimento, respinti gli
avversari, che lasciarono una ventina di cadaveri sul terreno. Il Cervino
ebbe 5 morti, una decina di feriti e due prigionieri. A metà
maggio, il raggruppamento Barbò, col Monte Cervino, fu impiegato
nel settore di Isjum, un ampio saliente dello schieramento sovietico
che andava ridotto.
Il Cervino, con una compagnia bersaglieri, un plotone mortai da 81 e
un plotone lanciafiamme, si impegnò contro i caposaldi di Brodj
e di Klinowji, dal quale i russi furono scacciati alla baionetta dagli
alpini. Ma il giorno dopo tornarono, prima con un gruppo di squadroni
di cavalleria, che gli alpini distrussero, poi con quattro battaglioni
di fanteria, che riuscirono a far indietreggiare le penne nere, ma non
a sfondarne la linea di resistenza.
Più tardi, a Grischino, il battaglione fu isolato per la presenza
di casi di tifo petecchiale; ma, dopo la quarantena, tornò in
linea per una serie di colpi di mano contro le posizioni nemiche.
Famosa, in particolare, la serie di azioni contro una misteriosa formazione
sovietica, chiamata dei "volontari della morte" e composta,
sembra, tutta di ufficiali. Sempre in luglio, mentre arrivava in Russia
il comando dell'Armata italiana, e il CSIR prendeva la denominazione
di XXXV° Corpo d'Armata, il Monte Cervino partecipò all'offensiva
di Krasnnij Lutch, allo sfondamento del fronte fra Debalizewo e Nikitino,
e quindi alla lunga marcia che lo avrebbe portato, il 13 agosto, ad
attestarsi sul Don. La decisione di mandare in Russia un Corpo d'armata
alpino era stata presa a Roma proprio la sera della battaglia di Ol'kowatka,
nel marzo.
Il Corpo d'armata sarà agli ordini del generale Gabriele Nasci,
che ha già dato buona prova in Albania, e avrà al suo
fianco come capo di stato maggiore il collonnello (poi generale) Giulio
Martinat. Ne faranno parte le divisioni Tridentina e Cuneense, quasi
al completo degli effettivi, mentre sta per rientrare la Julia che dev'essere
completata, anche per la perdita del battaglione Gemona in Adriatico.
La zona d'impiego prevista è il Caucaso. Un impiego apparentemente
logico, su un terreno adatto. Se ne occupa perfino Hitler, in una lettera
a Mussolini in data 8 agosto 1942: "Vorrei ora, Duce, sottoporvi
la proposta di permettere che le tre divisioni alpine siano impiegate
accanto alle nostre divisioni da montagna e leggere sul fronte del Caucaso.
Ciò tanto più , in quanto il forzamento del Caucaso ci
porterà in seguito in territori che non appartengono alla sfera
di interessi tedeschi e, pertanto, anche per motivi psicologici, si
rende opportuno che ivi marcino con noi i reparti italiani, se possibile
il Corpo d'Armata Alpino, che è il più adatto a tale scopo.
Viceversa, sul fronte del Don, io assegnerei alla vostra armata, e sottoporrei
ai suoi ordini, una o due divisioni di fanteria fresche, e più
tardi anche una divisione corazzata come riserva della vostra armata".
In quei giorni è in pieno svolgimento l'offensiva tedesca che
porterà i tedeschi a Stalingrado, e Stalin impartisce il famoso
ordine n° 227: "Non un passo indietro".
Quanto alla saggezza di impiegare un Corpo d'armata alpino in Russia,
molto si è scritto, e cercheremo di essere concisi. L'impiego
di un Corpo d'armata alpino su quel fronte costituisce uno degli errori
più gravi che siano stati commessi in campo tecnico-militare
da parte italiana. "Prima di tutto è assurdo in sè
(sono parole del tenente colonnello di Stato Maggiore, Mario Odasso,
capo ufficio operazioni del C.A. Alpino) un Corpo d'armata alpino, perchè
non se ne può prevedere un uso razionale come massa tattica.
Si oppongono i criteri di costituzione e di addestramento di quelle
truppe, tutti orientati e basati sul combattimento episodico; la compartimentazione
del terreno montano che impone fronti estesissimi e settori indipendenti
che esigono azioni tattiche, non accentrate; la antieconomicità
di impiego, perchè anche in montagna si presentano sempre particolari
topografici, dove sono infinitamente più redditizi reparti di
altri specialità. Nel Caucaso si sarebbe potuto impiegare il
Corpo d'armata alpino, ma corredato da truppe corazzate, motocorazzate
e celeri".
Invece, un bel giorno, anzi, un brutto giorno, venne il contrordine:
"Niente Caucaso, gli alpini combatteranno sul Don, in pianura!"
Le penne nere impiegate come fanteria. Se poi si doveva pensare alle
perdite, veniva da tremare: a causa del tipo specialissimo di reclutamento
regionale e distrettuale, il logoramento dei singoli battaglioni avrebbe
portato allo spopolamento di valli intere. Il che, tragicamente, accadde.
Basti pensare alle vallate venete e friulane, con una divisione Julia
rifatta due volte in Grecia e distrutta in Russia... Ma c'è di
più: l'armamento con il quale entrammo in azione era superato,
e lo stesso dicasi per l'equipaggiamento, a dir poco inadeguato. Limitando
il discorso alle truppe alpine, ricordiamo che il nostro fucile mod.
91, glorioso fin che si vuole, era antiquato rispetto ai molti tipi
di fucili russi, semiautomatici e automatici; il nostro "Breda
30", fucile mitragliatore, era complicato nel funzionamento, delicatissimo,
non sparava più appena si sporcava, se faceva troppo caldo o
troppo freddo; i sovietici avevano invece numerosissime mitragliatrici
leggere, sicure, di grande celerità di tiro; la mitragliatrice
"Breda 8 mm.", chiamata 'la 37', dal numero del modello o
la 'Guzzi' per la regolarità dello scoppiettio, era la sola che
poteva reggere il confronto con le Maxim a ruote sovietiche, ma quando
si inceppava, erano dolori!
Mancava completamente, un'arma anticarro, perchè il nostro 47/32,
quattro pezzi per battaglione, poteva andare bene come accompagnamento
e anche contro posizioni blindate, ma era completamente inefficiente
contro i pesanti carri sovietici. Ottimi, invece, i mortai da 81, anche
se troppo scarsi, solo quattro per battaglione. E poi, non disponevamo
di un'arma leggera di grande volume di fuoco: la pistola mitragliatrice.
I tedeschi l'avevano, era la loro famosa Maschinen Pistole, mod.38 o
40; gli inglesi l'avevano, i francesi l'avevano, anche gli americani;
l'avevano avuta i finlandesi nella guerra del 1939, e perfino gli etiopici
contro di noi. Noi, invece, andavamo in azione contro le Shpagin russe,
i mitra soprannominati Pepescià, perchè così si
pronunciava la sigla PPSH (Pulemet Pistolet Shpagi, pistola mitragliatrice
Shpagin), alimentati dai padelloni a 72 colpi, che non si inceppavano
mai: potevano restare in un mare di fango per una settimana, o per qualche
giorno sotto la neve, li tiravi fuori e sparavano! Noi avevamo qualche
Beretta MB 38, quelli con il copricanna traforato, ma li avevano alcuni
sottufficiali dei comandi di corpo d'armata, alcuni ufficiali, e pochi
soldati. Gli alpini fecero ben presto provvista di Pepescià russi
sul terreno. In fin dei conti, obbedivano alla circolare dell'intendenza
di von Kleist "traendo direttamente dal paese tutto ciò
che possono!"
L'artiglieria era modesta: ogni divisione aveva due gruppi di obici
da 75/13 Skoda, di preda bellica, o costruiti sul modello, e un gruppo
di obici da 105/11 preda bellica francese, someggiati. Armi destinate
alla guerra di montagna, ma che fecero miracoli, in mano ai nostri artiglieri
alpini. Niente, o quasi, contraerea e solo in seguito, come controcarri,
furono usati cannoni ceduti dai tedeschi, i 75/38 preda bellica francese,
una batteria su sei pezzi per divisione. Eppure, con gli schizzetti
da 47/32 e con i pochi pezzi da 75, gli alpini riuscirono a fermare
anche i giganteschi carri sovietici. Il più delle volte sparando
loro addosso a bruciapelo nei cingoli, a distanza ravvicinata, meno
di dieci metri. E molti morirono schiacciati da quei mostri, che anche
quando il cingolo si spezzava, venivano avanti ancora per qualche metro,
per forza d'inerzia. Avevamo troppi muli e troppo pochi autocarri. I
muli vanno bene in montagna, non in pianura nel fango, e nella polvere,
e nella neve. Tanto è vero che una volta in linea sul Don dovemmo
rimandarne indietro moltissimi, mentre in marcia fu necessario sostituire
il someggio con le carrette. Requisite o organizzate alla meglio dove
capitava, finchè non pioveva, e con le slitte artigianali, quando
nevicò e il terreno divenne una distesa gelata. Quanto poi, all'equipaggiamento,
gli alpini erano stati rimessi a nuovo: ma una giubba di finta lana
autarchica, una giacca a vento che lascia passare l'acqua, un paio di
scarpe che si disfano nell'umidità e nel fango, la chiodatura
metallica che lasciava passare il freddo all'interno, formando una suola
di ghiaccio fra cuoio e calza, un pastrano imbottito di pelle d'agnello
all'interno (solo per sentinelle e vedette, guarda caso!), e senza maniche,
(come se non si avesse freddo alle braccia!), i guantoni imbottiti con
il dito troppo grosso che non passava fra grilletto e ponticello (!)
erano tutta roba che sarebbe andata, forse, bene in Italia, ma non in
Russia, dove il termometro sarebbe scese a oltre 40 sotto zero e dove
si sarebbe dovuto combattere per ore e ore nella neve e nel ghiaccio...
Si sarebbero potuti fabbricare i "valenki", gli stivali di
feltro senza tacco russi, calzari contadini, che tenevano caldo ed asciutto
piede e gamba, eccellenti nella neve, ma vi furono oscuri episodi nelle
forniture militari, e non se ne fece nulla. Ci fu chi protestò,
anche per iscritto, e firmando, come il colonnello Pietro Gay, comandante
del 3° reggimento artiglieria alpina. Tutto inutile, anzi, il colonnello
fu subito esonerato dal comando.
Gli sciatori di Aosta a Samara
Il maggiore Augusto Gardini, oggi legale
a Milano, ricorda il "Centro Addestramento Sciatori", che
egli comandava, partito da Aosta col CSIR del generale Messe.
Partì per la Russia, tra i primi, con il suo gruppo composto
da dodici ufficiali, un maresciallo, dieci sergenti ed una trentina
di alpini sciatori, provenienti dalla Scuola Militare Alpina di Aosta.
Era appena rientrato dall'Albania, dove aveva comandato un battaglione
alpino sul Tomori.
La notte precedente l'arrivo del Monte Cervino ad Jassinowataja, sul
fronte del Samara, dove erano attestati a difesa il Savoia Cavalleria,
i Lancieri Novara e la Divisione Edelweiss, vi erano stati dei furiosi
combattimenti, nei quali cadde eroicamente il tenente colonnello Custozza,
medaglia d'oro.
Il generale Messe, non avendo a disposizione un ufficiale superiore
per la sostituzione del tenente colonnello Custozza, visto l'organico
del Monte Cervino (due ufficiali superiori, un tenente colonnello e
un maggiore), inviò il maggiore Gardini, con alcuni uomini del
suo reparto, sulla linea del Samara con l'incarico di tenere i collegamenti
con le sopraddette unità in linea. Da febbraio a maggio, il reparto
venne impiegato utilmente in servizi di perlustrazione e di collegamento,
tanto da meritarsi gli elogi del Comando CSIR. Le piste erano pericolose
per gli attacchi dei "Rata", i piccoli aerei russi che uscivano
all'improvviso dalla caligine bassa del cielo, e per il gelo e la neve
che ostacolavano la marcia degli automezzi.
Nel mese di maggio, il "distaccamento" si spostò a
Ricowo, dov'era di stanza il battaglione Monte Cervino.
Il 18 maggio 1942 il Monte Cervino è a Klinowj, un caposaldo
perduto che deve essere riconquistato a tutti i costi. E infatti, alla
sera dello stesso 18 maggio, i russi sono costretti a ritirarsi.
La notte si seppelliscono i morti: le "penne mozze" del Monte
Cervino sono ormai più numerose dei vivi e, per ogni tomba, i
superstiti raccolgono gli sci dei caduti, ne spezzano uno e lo legano
all'altro in croce. Se lo sanno, ci scrivono sopra anche il nome del
compagno morto.
Verso l'alba del 19 maggio dalla pianura intorno si leva un rumore sordo,
come di tuono lontano, che si avvicina: è la cavalleria cosacca
lanciata alla carica...
Il comandante del "Cervino", tenete colonnello Mario D'Adda,
dà un secco ordine: "Fermi e appostati. Preparatevi al tiro...".
I cosacchi avanzano al galoppo, quattrocento metri, duecento, cinquanta...
"Fuoco!".
Cavalli e cavalieri russi, falciati, rotolano nel fango e gli alpini
allora escono al contrattacco, uomo contro uomo.
Tre ore dopo, i cosacchi superstiti devono ripiegare. L'alpino Cauda,
di Alba, balza in sella al cavallo di un maggiore cosacco e galoppa
tutto intorno urlando ai compagni: "Forza fioeui, i piôma,
i piôma...".
Il colonnello D'Adda vede allora una decina di alpini che, come se avessero
fatto i "gauchos" per tutta la vita, balzano in sella e corrono
a cerchi sempre più stretti intorno ai cavalli sbandati, riescono
a riunirli e a spingerli verdo un'isba. Sono centocinquanta cavalli
che serviranno, più tardi, quando i viveri cominceranno paurosamente
a scarseggiare. Cauda batterà allora le piazze dei villaggi vicini
per barattare cavalli con farina, galline, maiali...
...L'alpino... sa sempre arrangiarsi!
La tragedia nella neve
Il comando tattico della Julia si era stabilito
nel villaggio di Nowa Troizkoje, cinque chilometri alle spalle di Krinitschnaja.
Quattro o cinque chilometri dietro, Nowa Troizkoje, a Kolkoz Stalina,
si era frattanto fissato il comando della 385° divisione tedesca
di fanteria, dal quale la Julia dipendeva ormai tatticamente, essendo
passata agli ordini del XXIV° Corpo corazzato tedesco. Arrivarono
anche una ventina di alpini del quartier generale della divisione, poi
i primi autocarri di munizioni. Dovevamo, talvolta, trattare gli autisti
con molta durezza, non erano della stessa tempra degli alpini.
Tutt'attorno a Kritschnaja, quasi a ferro di cavallo, il fronte ardeva
in quasi continui combattimenti. Erano poche le ore del giorno in cui
non si sentissero i rombi dei cannoni e dei mortai. Ogni tanto rintronavano
come lunghi interminabili bassi tuoni, i cavernosi rombi delle Katiuscie.
Notte e giorno, di continuo, dovevamo tenere accesi dei fuochi sotto
gli autocarri, per impedire che gelassero e non ripartissero più.
Sotto ogni autocarro tenevamo accesi due fuochi, uno sotto il motore
e l'altro sotto il differenziale. Demolivamo, via via, le isbe ghiacciate
per alimentare le fiamme che occorreva, tuttavia, tenere piuttosto basse
per non bruciare gli automezzi. Qualcuno si incendiò, è
ovvio; compatibilmente con il poco di benzina e di nafta che avevamo,
badavamo anche a tenere gli autocarri in movimento a turno, una media
di cinque o dieci minuti ogni ora per autocarro. Quando, nonostante
tutto, qualche autocarro risultava bloccato, lo facevamo rimorchiare
a lungo, avanti e indietro. Talvolta si riusciva a rimettere in moto,
ma il lavoro era improbo. Ad onta dei nostri sforzi gelavano ugualmente
i cambi o gli sterzi o altri meccanismi, giorno per giorno qualche autocarro
andava fuori uso e veniva abbandonato. Il freddo faceva saltare d'improvviso,
come se fossero di terracotta, catene e cavi d'acciaio, cavicchi di
ferro, pezzi metallici d'ogni genere. Bastava che fossero sottoposti
a sforzo all'aperto. Le maniglie degli sportelli si spezzavano in due
come niente, ce le mostravamo stupiti.
Il freddo variava dai meno venti ai meno trentacinque. Noi dormivamo
qualche mezz'ora ogni tanto, generalmente in pieno giorno. Di notte
c'era un grande andirivieni di casse di munizioni, di grasso antigelo,
di carburante. Ordini e contrordini, allarmi. Eravamo esausti. Eravamo
ben consci di trovarci in posizione di privilegio, rispetto a coloro
che davanti a noi e ai nostri lati si battevano sulla neve, senza disporre
nè di trincee, nè di rifugi scavati, su linee appena tracciate.
Ad intervalli, raramente i primi giorni e poi più spesso, venivano
aerei russi a mitragliarci e spezzonarci. Una volta si incendiarono
sette o otto autocarri e la nostra isba minacciò di bruciare.
Un giorno assistemmo a un duello aereo qualche centinaio di metri sopra
le nostre teste. Tra i due caccia, uno tedesco e uno sovietico, quest'ultimo
ebbe la peggio.
Egisto Corradi
Soldati italiani: "Datevi prigionieri!"
I Russi non riuscivano a fare prigionieri
gli alpini sul Don: ricorsero allora, come in altri settori, al lancio
di manifestini, sia col cannone, sia con gli aerei.
I manifestini costituivano un vero e proprio lasciapassare, chiamato
"propusk", da portare con sè al momento della diserzione
e della resa. I manifestini contenevano anche foto di cadaveri sotto
la neve, di scene di distruzione, descrizioni di sofferenze di soldati,
e di festa con le loro ragazze, nelle retrovie e a casa, da parte degli
imboscati. I manifestini proponevano salva la vita, buon trattamento,
con distribuzione di buoni indumenti invernali e sicuro rimpatrio alla
fine della guerra, secondo quanto stabilito dall'ordine del giorno N°55
firmato da Stalin il 23 febbraio 1942.
"Altrimenti", minacciavano "l'esercito rosso sterminerà
anche voi, come i soldati tedeschi". L'allusione ad una diversità
di trattamento per italiani e tedeschi era chiara. E del resto, la popolazione
locale aveva già informato i partigiani, e questi a loro volta
avevano avvertito i loro comandi, in merito alla differenza di trattamento
da parte degli occupanti italiani e degli invasori nazisti.
Nacque così l'espressione "Talianski Karasciò"
(Italiani brava gente), alla quale molti nostri soldati, dovranno la
vita.
La guerra dei Fanti
Erano partiti da Tortona con una lunghissima
tradotta, ficcata sullo scalo merci. Solita confusione, ma neppure tanto
chiasso. Una partenza come tante altre in un anno in cui l'Italia tentava
la grande avventura destinata, purtroppo, a finire nel modo peggiore.
Più che entusiasmo in quei soldati che si cacciavano nei carri
merci, carichi di materiale da portarsi dietro, c'era senso del dovere.
Si andava in guerra senza pensarci troppo, con fiducia: anche questa
volta sarebbe andata bene.
E, in effetti, per quelli della 'Ravenna' doveva essere così.
Arrivati sul fronte Yugoslavo, il loro impiego fu ridotto a una passeggiata...
turistica o quasi; da un lato la divisione 'Re' aveva già provveduto
a sgombrare il terreno dalle ultime resistenze, e dall'altro l'avanzata
tedesca era stata così fulminea che aveva sorpreso un po' tutti.
A nessuno era passato per la mente che quell'esercito, dissoltosi come
nebbia al vento, si era rifugiato alla macchia per riprendere sotto
altra forma la guerra.
Così, dopo qualche giorno, quelli della 'Ravenna', 38° Reggimento,
avevano imboccato il cammino di prima, ma a ritroso. La campagna era
finita.
"Fossero tutte così le guerre", aveva detto qualcuno.
Già. Ma purtoppo non basta una vittoria lampo a dimostrare che
si è conquistato un paese.
I giorni brutti dovevano venire dopo: "Giorni di tragedia che bisognerebbe
poter dimenticare", scrive l'allora sottotenente medico Rino Scupelli,
del III Battaglione, 38° Reggimento.
Eppure, nonostante che quelle ore, da luminose che erano agli inizi,
si siano poi fatte buie come la pece, i visi dei compagni di ieri sono
ancora presenti davanti agli occhi.
Un uomo abbastanza alto, scuro di carnagione, un bel piglio militare:
ecco il tenente colonnello Lupo, il comandante del III.
"11° Compagnia! Att..." e non aveva ancora finito che
tutti scattavano.
A comandare la 11° era il capitano Massiglia.
"Dove è il sottotenente Domenico Marucchi?"
Eccolo là, sempre distinto anche durante le esercitazioni, serio
serio, perfino quando si accorgeva che un obiettivo l'aveva preso di
mira e che quella macchina fotografica tenuta da un commilitone "cercava"
proprio lui.
Marucchi era un po' il beniamino, anche perchè si era "tirato"
dietro una di quelle valigette fonografo con la manovella ripiegabile
e i cassettini rientranti per le puntine; la posava alla sera sul catino
della tenda e ci "metteva su" il disco che tutti chiedevano,
la canzone Mamma, allora un motivo che andava per la maggiore, in buon
contrasto con la fine di Maramao, il morto sfortunato del trio Lescano,
al quale pure non mancava nè il pane nè il vino, e nemmeno
l'insalata che era nell'orto. Insomma al reggimento, al 38°, ci
si stava bene; bella compagnia, ridente, allegra; bravi ufficiali e
neppure troppo severi, quel tanto che bastava a tenere la disciplina.
C'era il tenente Maestripietri, c'era il sottotenente Spirito, c'era
il tenente Cavatore, il sottotenente Di Bello. Tanti visi, tanti nomi
che vengono fuori di quando in quando, ogni qualvolta si parla del tempo
di guerra:
"Dì, te la ricordi la moglie svizzera del tenente colonnello?"
"Sì... Era venuta una volta a trovarlo quando si era in
Piemonte nel Cuneese..." (tutti ne parlavano, della consorte del
Lupo).
"E di Nerino Bianchi, il tenente comandante la IX Compagnia?"
"Certo..."
"Ma tu hai presente don Celestino?"
"Il cappellano? Eccome no, ci mancherebbe che non me lo ricordassi..."
"E il povero Negretti?"
Già povero Negretti... Doveva cadere sul Don, l'11 dicembre 1942.
Eppure riguarda lui la più bella fotografia di tutta la guerra
di Russia; si vede il fante in ginocchio che imbocca un bambinetto ucraino,
scalzo, la testa rapata, i pantaloncini che gli vanno oltre il ginocchio,
un frugoletto di due o tre anni. Il bambino ha fame e succhia avidamente
il cucchiaio di "sbobba" che Negretti gli porge dividendo
con lui il suo rancio: è il più bel quadro dell'umanità
del soldato italiano, del suo modo di fare la guerra; una guerra non
da signori (perchè si era poveri), ma da generosi, questo sì.
Quante fotografie hanno i reduci della 'Ravenna' che attestano questo
profondo spirito umanitario! No, non sono parole vuote, non son le solite
frasi di retorica facile, dal linguaggio stantio e che accosta per forza
l'aggettivo "profondo" alla parola "spirito", no.
Ce ne è una per esempio che mostra una messa tenuta dal cappellano:
tutti i civili di un villaggio sono venuti lì, a capo scoperto
gli uomini, con l'eterno fazzolettone in testa le contadine; queste
sono serene, fiduciose, non temono la guerra. Ma c'è una terza
fotografia che dimostra, una volta per tutte, il modo italiano di fare
la guerra: si vedono due fanti che sollevano un ferito russo, un giovane
che è stato colpito a una gamba; questi si appoggia con le braccia
ai due uomini che lo portono al posto di medicazione come un bambino,
con affetto. Eppure pochi minuti prima quell'uomo imbracciava un'arma:
responsabile, forse, di morti italiani, di feriti italiani...
Sono della 'Ravenna' quei due fanti? Non sappiamo; a guardare bene la
fotografia potrebbero anche essere, o forse no; son della 'Torino' o
della 'Pasubio', chissà; o magari sono della 'Sforzesca'... Bisognerebbe
poter indovinare come erano le mostrine. Comunque sia, il valore dell'immagine
è intatto. La guerra la facevano così. Cavallerescamente,
con il cuore in mano.
Ma queste cose avverranno dopo...
Tornati dalla Yugoslavia, i ragazi del 38°
(ancora oggi hanno un loro giornalino, in cui ogni tanto raccontano
queste cose; si chiama "La fiaccola del 38°"), tornati
dunque da quella guerra lampo, guerra per modo di dire, perchè
non avevano sparato un colpo, erano partiti baldanzosi per il campo
estivo.
Non c'è niente di più divertente di un campo estivo. E'
una vera e propria festa. Non perchè si faccia la vita di tenda,
o perchè si stia in luoghi ameni (di solito accanto a un bosco
in una zona semimontuosa o collinare), perchè si facciano le
esercitazioni... alla garibaldina, ma perchè il campo estivo
è considerato una vacanza, con l'assalto ai bar dei paesi durante
la libera uscita e il furibondo corteggiamento delle ragazze, che stanno
sulle loro, ma che sotto sotto ne sono lusingate. Bene. Quelli della
'Ravenna' vanno in mezzo ai castagni, nella provincia di Cuneo, a Demonte.
La tromba suonava di primissima mattina: alle quattro.
"Dai, sù, che andiamo a bere il caffè..."
Un modo scherzoso di dire; ma il caffè, la brodaglia del mattino,
lo si beveva per davvero. Magari con una smorfia di disprezzo all'indirizzo
di quel "tanghero" che era di servizio alle marmitte.
"Ohè, negher ... Che te poda vegnì 'l cimurro, demoni
sbrodolaa de unc' de cusina..."
E va a far capire a quello di Abbiategrasso che a far cucina al campo
c'è da sudare, non è come essere in caserma.
In compenso facevano grandi scorpacciate di castagne; con le latte vuote
e quattro buchi, un bel focherello e un bastone, si mangiavano castagne
arrosto dal mattino alla sera; gli alberi bastava toccarli che te le
facevano piovere in quantità sulla testa.
Poco dopo il suo arrivo tutto il reggimento sembrava tramutato in una
squadra di battitori e il campo estivo in una fiera del castagno...
La cosa durò qualche giorno, finchè i contadini del luogo,
che si vedevano privati in un batter d'occhio del raccolto, non inoltrarono
le più vibrate proteste, facendosi accompagnare "in loco",
per constatare i danni, da un'apposita commissione d'inchiesta, che
dovette multare l'unità facendo trattenere - per risarcimento
- parte delle decadi. Cose che accadono in tutti i campi estivi.
Personalmente ne ricordo uno, effettuato dopo la guerra, sopra Andorno,
nel Biellese, la patria del "ratafià", il liquore fatto
con le ciliege omonime.
Ebbene, anche lì c'erano tende, agitazione, andirivieni di mezzi,
ragazzi che attingevano acqua al torrente, e ufficiali che vivevano
in case private ospiti di qualche famiglia.
Anzi, un ufficiale privilegiato era riuscito a farsi amico del panettiere
locale, il quale gli aveva permesso di abitare in una villa costruita
di fresco per un suo parente americano, che non doveva venire se non
di lì a qualche mese; una villa con piscina, nuova nuova: una
sistemazione da re.
Gli altri, meno... intrallazzatori, s'erano cacciati alla meglio in
qualche buchetto. E andavano tutti a mangiare in una specie di osterietta,
dove avevano imbandito con solennità e posti riservati in permanenza
- con tanto di tovaglie immacolate - la mensa ufficiali.
A farla breve, un dì, tutti quegli ufficiali dovettero alzarsi
di scatto e precipitarsi fuori lasciando il pasto a metà: un
tale, maneggiando maldestramente un lanciafiamme aveva addirittura dato
fuoco a un bosco di castagni, il cui proprietario per poco non aveva
perso il senno vedendo le fiamme divorare i suoi alberi. Non mi ricordo
quanto il battaglione dovette pagare quella volta, ma certo una bella
somma.
Il Cuneese pullulava di alpini...
Ogni tanto accadeva di incontrarne qualcuno,
sbronzo marcio, in una "tampa" (così chiamavano le
osterie) a gridare a squarciagola una canzone alla moda:
"Spunta l'alba, Turin as disvia..."
Se la città della canzone doveva svegliarsi all'alba, quella
penna nera, piena come un otre, rischiava di non svegliarsi più
il mattino successivo, tanto aveva bevuto. In compenso, data la vicinanza
con Limone Piemonte, centro snob di turismo invernale ed estivo, apprezzatissima
località di soggiorno, tutti gli ufficiali del campo vi si recavano
spesso; Ma quale non fu la gioia generale quando tutto il campo prese
accantonamento nella località! Qui sì che si poteva vedere
da vicino la bella vita! E tutti a bearsi gli occhi, senza pensare affatto
alla guerra, tanto essa sembrava lontana.
Nessuno poteva immaginare, ovviamente, che proprio da Cuneo la comitiva
di quelli del 38° sarebbe partita per il fronte russo o, per lo
meno, se l'immaginavano, ma non volevano pensarci; meglio vivere alla
giornata. Se Tortona era servita come punto di imbarco per la brevissima
campagna del fronte balcanico, Cuneo, dunque, doveva servire per recarsi
in Russia, fronte di una lunghissima campagna, dalla quale moltissimi
non sarebbero più tornati. Di quei ragazzi, dunque, che adesso
erano così allegri e sorridenti, gran parte non avrebbe più
fatto ritorno; il sorriso si sarebbe spento loro sulle labbra, contratto
nella smorfia del dolore per le ferite subite o negli atroci spasmi
dell'agonia.
Questa sorte avrebbero condiviso le altre divisioni che erano destinate
al fronte russo, la 'Pasubio', per esempio, o la 'Sforzesca'...
Queste divisioni di fanteria italiane dovevano
aver in sorte la più brutta ricompensa per aver fatto fin lì
il proprio dovere: quella di raggiungere, marciando, il luogo di combattimento,
la prima linea, centinaia e centinaia di chilometri a piedi, in pratica
tutta l'Ucraina o quasi.
"A piedi e in colonna partimmo verso la steppa", così
racconta Mario Brandolini, del III Battaglione del 38° Reggimento,
autore di un bellissimo libro, che è un po' la cronistoria del
battaglione e di mezza vita sua, di lui Brandolini, degli anni in cui
vestiva il grigioverde come fante della compagnia comando. Un giusto
omaggio ai fanti della Ravenna, "la divisione di Capizzi",
come verrà chiamata dopo la guerra alludendo al suo bravo generale
comandante.
"Incominciammo a trovare una vasta pianura, campi lunghi a vista
d'occhio: per trovare un piccolo paese camminavamo delle mezze giornate,
per strade di campagna. Il giorno era anticipato di due ore nei confronti
del nostro orario italiano e nel mese di giugno, alle tre di mattina,
spuntava il sole. La sveglia era all'una, alle due si partiva e camminavamo
sino alle tre del pomeriggio, percorrendo dai trentacinque ai quaranta
chilometri al giorno, facendo tappa sempre nella periferia dei paesi..."
I fanti che arrivavano in Russia invariabilmente "ce l'avevano"
con le CC.NN. Quest'ultime camminavano anche loro, procedendo baldanzosamente
con il cavallo di san Francesco, ma andavano più spedite perchè
non avevano 'impedimenta'; tutti i bagagli erano autocarrati. I poveri
fanti, invece, niente: lo zaino stracolmo, il fucile, la maschera antigas,
le bombe a mano, i caricatori e chi più ne ha più ne metta;
erano talmente carichi che camminavano quasi piegati in due e per vedere
davanti dovevano allungare il collo.
Quei poveracci della 'Torino' arrivarono a farsi quasi mille chilometri
tutti con le suole... Addio scarponi, ma addio anche piedi, gambe, addio
tutto. Uno arrivava in linea che era già spremuto come un limone.
Nonostante si marciasse solamente, la morte era sempre in agguato:
"Un giorno", è sempre Brandolini che parla, "giunti
alla periferia di un paese, appena terminato di sistemare le tende,
presi il bidoncino dell'acqua per recarmi al pozzo e fare rifornimento.
Strada facendo, incontrai il nostro conducente Paolino Bruni. Lo vidi
pallido in viso, sembrava fuori di sè. Chiesi che cosa gli fosse
capitato e mi spiegò che in colonna con il mulo e giunti sul
posto (il tenente dei conducenti aveva indicato il bosco dove dovevano
essere condotti i muli) aveva fatto a gara con i colleghi per arrivare
fra i primi e sistemarsi bene. Ma accadde che il primo a entrare nel
bosco inciampò in una mina e saltò per aria insieme al
mulo. (Il bosco era stato minato dai Russi prima di ritirarsi). Gli
feci coraggio e gli diedi qualche sigaretta..."
Gli uomini arrivano in linea esausti, provati.
"Giungevano bruciati dal sole implacabile, sommersi dal polverone
che soffoca e acceca, arsi dalla sete, madidi di sudore, stanchi per
le notti trascorse malamente": sono parole dette per il trasferimento
della 'Sforzesca'.
I fanti della 'Pasubio' arrivano sul Don il 13 agosto, quelli della
'Sforzesca' nello stesso giorno si schierano in quel di Bobrowskij,
mentre la 'Ravenna' si attesta anch'essa sul Don, con alla sua destra
la 'Torino' e alla sua sinistra la divisione 'Cosseria'.
La disposizione delle fanterie italiane, anche tenendo conto delle notevoli
inferiorità in fatto d'armamento - soprattutto in armi automatiche,
mortai e artiglieria, per non parlare della cronica mancanza di mezzi,
che impediva qualunque mobilità, cosa invece indispensabile in
un fronte come quello russo - era come un velo sottile che punteggiava
la riva del Don. E' proprio dopo essersi accorti di questa esigua copertura
che i Russi decideranno di sfondare nel settore tenuto dai fanti italiani:
carri armati e artiglierie, dunque, contro fucili; questa la sorte!
"Son partito da Novara con quelli della 'Sforzesca'", racconta
Dante Reggia, oggi di professione sarto, a Milano. "Era l'anno
1942... il mese forse maggio o giugno, non ricordo bene: eravamo in
tanti, una scarampola che non finiva più...
>> Il colonnello era Luciani, da Novara, mi sembra...
Certo che quella tradotta era interminabile: passammo il Brennero, si
cantava, non avevamo la minima idea di quello che ci aspettava: pensavamo
che fosse stata una cosa facile: dai giornali si sapeva che i Tedeschi
erano avanzati a tutta velocità, occupando un territorio dopo
l'altro... E adesso erano padroni di tutta l'Ucraina. Dei commilitoni,
che sembravano più informati, dicevano che le armate tedesche
stavano adesso tentando di occupare tutti i bacini petroliferi e che
sarebbe bastato ancora un poco, poi avrebbero toccato la frontiera con
l'Iran, dopo aver valicato il Caucaso e invaso la Georgia...
Dante Reggia è oggi un uomo posato, tranquillo; abita in una
casa tutta linda e pulitina, una abitazione milanese al cento per cento,
ovattata e lontana dai rumori del traffico, nonostante la Stazione Centrale
con il suo andirivieni convulso di convogli sia poi solo a due passi.
Quando ha tempo, il lavoro lo assorbe parecchio, porta fuori il cane,
un collie, e alla Russia non ci pensa più da molto.
"E' passata molta acqua sotto ai ponti", dice. "Alla
fine non sembra neanche di averli vissuti quei giorni: è come
aver fatto un sogno, e brutto per di più..."
La divisione 'Sforzesca' proveniva dal fronte greco-albanese e doveva
partire da Novara per Losowaja e Gorlowka. Aveva il 53° e 54°
Reggimento fanteria, al comando dei colonnelli Contini e Viale, e un
reggimento di artiglieria comandato dal colonnello Tirindelli.
La divisione doveva giungere in Russia nella prima decade di luglio,
per poi combattere già soli quattro giorni dopo il suo arrivo,
con uno scontro anche il 18 dello stesso mese. Era fatta tutta da gente
del '22, in prevalenza lombardi o settentrionali.
Ha un ricordo vivo, Dante Reggia, pensando alla notte del 24 agosto,
quando tutto il fronte del Don fu agitato dagli echi di una furibonda
battaglia. Già il giorno 19, i Russi si erano accaniti contro
lo schieramento del 37° Reggimento fanteria 'Ravenna', comandato
dal colonnello Naldoni.
Il nemico era avvantaggiato. Si era, infatti, attestato su una collinetta
dominante una grossa ansa chiamata "ansa di Werch Mamon".
"Quella specie di cuneo nel nostro schieramento", racconta
un reduce della 'Ravenna', "era come una spina nel fianco, senza
contare che noi, fanti del III Battaglione del 37°, non riuscivamo
a tener saldo sotto tutti quegli attacchi. Difatti poco dopo arrivarono
i compagni del 38°; mi ricordo che c'era il colonnello Lupo con
il suo aiutante maggiore, mi pare fosse il tenente Silvani..."
L'apporto dei fanti del 38° era ostacolato dai continui tiri di
artiglieria russi. Sia per il fatto che i movimenti degli Italiani erano
sotto controllo da settimane, sia perchè numerosi informatori
si trovavano alle spalle del nostro schieramento, quei tiri arrivavano
con singolare precisione, sempre più fitti, a mano a mano, che
quelli del 38° si facevano sotto per dare man forte.
"Giunti vicino alla quota, vedemmo un conducente con la carretta
da battaglione che stava scendendo: aveva portato su le munizioni...
Arrivato a 50 metri da noi un colpo di mortaio da 105, gli scoppiò
vicino uccidendolo; la stessa sorte toccò al mulo".
Quota 220, quella che fronteggiava l'ansa dei Russi e sulla quale c'erano
gli uomini del III Battaglione del 38°, era ridotta a un colabrodo.
Una vera e propria pioggia di bombe continuava a rovesciarsi su quei
poveri disgraziati, costretti a resistere in quelle condizioni; tanti
erano i feriti che s'ammucchiavano che non c'era neppure il tempo di
medicarli tutti. La loro stessa evacuazione rappresentava un problema.
Anche gli uomini del colonnello Lupo si
trovano a mal partito e sono costretti alla difensiva:
"Prego comunicarmi situazione numerica perdite", chiede con
un fonogramma il colonnello al capitano Montagna e al tenente Bianchi.
Sono le ore 6 del 22 agosto.
L'artiglieria russa non ha smesso un attimo di sparare. Qualcuno fa
un breve calcolo mentale. Ogni obice nemico è in grado di vomitare
circa quattro colpi al minuto. Quanti saranno gli obici e le bocche
di artiglieria il cui rombo è divenuto un tuono continuo e senza
interruzione?
Alle ore 8,36 Lupo invia un secondo fonogramma. E' diretto ancora al
capitano Montagna. Sembra che i Russi si stiano ritirando. Occorre quindi
contrattaccare e riprendere le posizioni perdute nel corso della violenta
battaglia.
Terzo fonogramma alle ore 11,20:
"Fermarsi sulle posizioni attualmente raggiunte. Riordinare i reparti
e sgomberare i feriti. Resistere su dette posizioni in attesa di ordini".
Alle ore 12,40, quarto fonogramma. La pressione russa si è riaccesa;
nuove forze sono arrivate al campo avversario per dare man forte. Nonostante
che i fanti della 'Ravenna' facciano l'impossibile per resistere sotto
quella buriana, il loro tentativo è destinato a fallire; i Russi
sono sempre più forti; lo stesso capitano Montagna rimane ferito;
gli ordini del colonnello Lupo - di resistere ad ogni costo - non possono
essere più rispettati.
Lo stesso Lupo si rende conto del precipitare della situazione. Ordina
pertanto all'artiglieria di sparare senza interruzione, cercando di
frenare con quei colpi l'irruenza avversaria.
"All'imbrunire cessammo il fuoco", racconta il nostro testimone,
"ripiegammo oltre la nostra nuova linea e a notte ci condussero
in un campo di girasoli, già alti un metro e mezzo."
Nonostante ci sia il fondato timore che i Russi vogliano sfruttare la
situazione e inseguire quelli della 'Ravenna' in piena notte, non accadde
nulla del genere. Si ode sempre il cannone tuonare, ma il campo è
tranquillo. A volte basta un centimetro quadrato di terra, con la sua
pace innaturale, per infondere assurde speranze.
"Forse i Russi sono stanchi, non hanno più riserve, non
attaccheranno più", si pensava in quei momenti.
Invece al mattino sono lì, puntuali, all'appuntamento con il
nemico italiano, con i fanti conciati da far paura, gli elmetti infangati,
le divise che non hanno più nulla di militaresco, che paiono
mucchietti di stracci, cacciati addosso a forza.
Tutta la linea del fuoco è un sussultare continuo; la terra trema
e rimbomba come sotto gli effetti di un terremoto sotterraneo che squassi
ogni cosa.
"Ero seduto vicino al colonnello Lupo", racconta Brandolini.
"Udii una voce chiamarmi..."
Era un fante che avanzava fra i girasoli aprendosi il passaggio con
le mani; le corolle dei fiori ballonzolavano sopra il suo capo; il nemico
doveva certamente vedere quei grossi dischi gialli agitarsi sopra l'Italiano,
che continuava a chiamare.
Brandolini gli diede voce e l'altro gridò:
"Meno male..."
Ma il colloquio ebbe una brusca interruzione. Un colpo secco di bastone
fece abbassre il capo a Brandolini che si era alzata anche lui in piedi
e che con il suo elmetto superava, sia pure di poco, quelle placide
corolle: era il colonnello Naldoni in persona, furibondo. Tutte le retrovie
italiane erano battute dal fuoco avversario. Era davvero una situazione
insostenibile. Per buona sorte i colpi che piovevano, ma radi, fra i
girasoli, venivano assorbiti dal terreno; qualcuno anzi, vi affondava
senza esplodere: una fortuna per chi c'era accanto.
Quel fante che aveva così imprudentemente chiamato il collega,
era Fiorentini; se ne stava andando con una tanica da cinque litri a
prelevare acqua da una botte che era stata collocata poco lontano, oltre
il campo in cui aveva incontrato Brandolini.
Quest'ultimo lo vide tornare di lì a poco, cereo, disfatto, era
appena arrivato nei pressi della botte, disse, che un colpo di mortaio
l'aveva centrata in pieno.
Il giorno 25 si combatteva da ore quando
verso sera, i Russi intensificarono la loro pressione. Era giocoforza
contrattaccare per non venire travolti.
I fanti della 'Ravenna' erano stanchi; qualcuno aveva gli occhiali appannati
dal sudore. Anche padre Celestino, il cappellano, giovane e robusto,
con gli occhiali pure lui, era stanco ma non lo dava a vedere. A un
certo punto riunì tutti e si videro allora quei soldati inginocchiati
in circolo attorno a lui, sotto il sole implacabile. Ma molti avevano
voluto ugualmente conservare la cravatta, annodata per di più,
nonostante la calura e il sudore; c'era una certa aria di attesa. La
guerra di Russia, infatti, non fu come le altre. Arrivavano di quando
in quando i colpi delle artiglierie, ma si rimaneva a chiacchierare
con il commilitone, o ci si metteva con rassegnazione latina le mani
in tasca. Questo, poco prima di sferrare un attacco, di entrare nella
bolgia.
Così quei ragazzi, che un momento prima erano rimasti tranquilli
e un po' affaticati, in ginocchio vicino a don Celestino, balzarono
contro i Russi alla bomba a mano. Decisi.
Sotto quella foga alcuni nemici indietreggiarono abbandonando le armi.
Si contava molto, in effetti su quei ritrovamenti, poichè non
è che gli Italiani sguazzassero in quell'oro che in guerra è
rappresentato dalle dotazioni e dalle munizioni.
Mentre nel settore della 'Ravenna' si cercava
di tamponare alla meglio quella violentissima pressione avversaria,
nel settore della 'Sforzesca' era accaduto forse l'irreparabile.
"Saranno state le prime ore, le cinque o le sei, mi pare, del 20
agosto", racconta Dante Reggia. "I Russi ce l'avevano con
il nostro 54° Reggimento, comandato dal Viale...
Avevano passato il fiume a guado, qualcuno mi disse che erano arrivati
anche coi traghetti. Ecco, mi pare che puntassero nel punto di sutura
fra i due reggimenti, dunque il villaggio era Bobrowskij... sì,
la zona fra Pawlowsk e Bobrowskij, un punto delicato.
I Russi avevano molta artiglieria... Santo cielo come sparavano, pareva
il finimondo! Molti mortai anche. Pericolosi più questi di quella.
Beh, a un certo punto tutta la divisione si piegò sotto quella
ondata, vacillò.
Non avevamo esperienza. Io, per esempio, mi sentivo un novellino. Già
tanto se tenevo in mano un fucile. E confesso che quel fronte lì,
così ampio, così vasto, tutto quel cielo sopra la nostra
testa, quelle balke e quei campi a perdita d'occhio, mi avevano reso
incerto; ma qui come si fa a tenere, questo è un fronte immenso,
avevo pensato; e poi quel fiume, largo sì, ma non profondo (mi
pare sia il terzo del mondo come grandezza...)
E poi, quei Russi che sembrava stessero conducendo una battaglia di
logoramento: attacchi, pause, poi ancora attacchi, quasi a saggiare
la nostra consistenza, a tastarci il polso prima di ributtarci indietro.
C'era una pausa, si cominciava a tirare il respiro; adesso quelli smettono,
dicevamo; invece no; dopo un po' ricominciavano come prima, più
di prima.
Andammo avanti così fino al 24 agosto...
In pratica i Russi avevano già sfondato; accanto a noi erano
intervenuti quelli della 'Celere', i bersaglieri...
"Ci siamo messi lì a sparare; saranno state le due di notte.
Noi della compagnia comando del III Battaglione eravamo preoccupati
sempre di più.
Ci eravamo infilati in una buca. E' una notte che ricordo bene, questa;
ma non è sempre chiaro afferrare la situazione per un soldato
che si trovi in linea, appiattito al suolo. Non si riusciva ad avere
un quadro generale, capivamo poco, ecco. Forse gli ufficiali, loro sì,
sapevano qualche cosa di più. Ma così, in quel buio pesto,
sentivamo gli spari e basta. Vedevamo lampi accecanti, udivamo un tuonare
continuo, sopra le nostre teste guizzavano le traccianti. Non capivamo
neppure se i botti provenivano dai cannoni che erano alle nostre spalle
o da quelli che i Russi ci avevano messi sotto il naso.
Me ne stavo nella buca con il 91 che pesava maledettamente. Ci avevano
consigliato di metterci più al riparo che fosse possibile. In
pratica si assumevano posizioni innaturali, stando quasi sempre piegati
in due, o allungati a terra con il collo teso come quello di una gallina.
Bisogna dire che era un settore difficile.
La notte nessuno voleva andare di sentinella, perchè tra il buio
e i girasoli, non si vedeva più in là di un palmo...
Si diceva, ed era vero, che pattuglie russe perlustrassero di continuo
il fronte.
Ecco. Arrivavano dietro la sentinella ignara, si ergevano di colpo dall'ombra,
venivano fuori come se sbucassero dalla terra e la portavano via, la
trascinavano dall'altra parte del Don.
Questo nei casi migliori, perchè alla minima resistenza pugnalavano
il poveretto, perchè non desse l'allarme.
Anzi, rammento che quando toccava il turno di guardia, la notte, si
rimaneva fuori come baccalà, senza arrischiare un movimento per
timore di voltarsi e di trovarsi a faccia a faccia con un Russo.
Una sera che avevano messo di guardia me e il mio amico, quello mi aveva
detto: "Mettiamoci schiena contro schiena, ti te guardet de là
e mi guardi de chi, inscì se i Russi vegnen foera, non ci sorprendono"....
E così si era fatto. Io guardavo davanti e lui guardava indietro
e in quella maniera, poco regolamentare, per poche ore, quella notte,
abbiamo fatto le sentinelle".
In quella buca, scavata alla meglio con la baionetta, con il terreno
smosso ad accogliere il tuo corpo, sembrava di stare relativamente sicuri.
A un certo punto Dante Reggia avverte come una botte alla spalla, come
un piccolo pugno datogli da un amico in vena di scherzi. Subito dopo,
tutto il braccio gli si intorpidisce, come quando si batte l'articolazione
del gomito, quel formicolio che i bambini chiamano la "scossa elettrica".
" Non riuscivo più a maneggiare il fucile", racconta
ancora Dante Reggia.
Rammento di aver detto al tenente:
"Sento una cosa qui... Non riesco più a caricare il 91...
Devo essere stato colpito".
A dire il vero non avvertivo dolore e non mi ero neppure accorto di
perdere sangue. Comunque capivo che alla mia spalla era successo qualcosa
di abbastanza serio, per cui feci l'atto di venire fuori dalla buca
e di avviarmi verso il posto di medicazione. Ma il tenente mi bloccò
e mi disse:
"Stai qui, non ti muovere; c'è in corso una di quelle battaglie...
"
Così rimasi in quella buca fino alle quattro, o forse alle cinque
del mattino. In Russia cominciava a fare chiaro presto e forse proprio
per questa ragione il tiro nemico e la pressione avversaria erano scemati
un poco.
Ne approfittai per tornare indietro e andare all'infermeria. Lì
mi visitarono e il tenente medico mi disse, mentre mi attaccava il cartellino
al collo dopo avermi bendato:
"E' un piccolo foro da scheggia di mortaio che arriva fin sotto
l'ascella. Comunque devi farti estrarre questa scheggia all'ospedale,
altrimenti sono guai seri".
Con quel cartellino potei andare ancor più indietro, passando
oltre il posto di blocco dei carabinieri".
A prendersi le ... 'botte' dal nemico non
sono solamente i fanti della 'Sforzesca'; chi si trova anche a mal partito
è il 179° Reggimento fanteria tedesco.
La mattina del 25, dopo quella parentesi di calma di cui ha approfittato
Dante Reggia per correre verso il posto di medicazione, i Russi premono
una seconda volta.
Tutto il fronte di una terza divisione di fanteria, la 'Pasubio', è
martellato. Una leggera nebbia gravita sul fiume e il sole non è
riuscito a farla andare via. Di questo approfittano i Russi per attraversare
più volte il fiume: ma queste pattuglie sono in poco tempo ricacciate
sull'altra riva. Son pattuglie per modo di dire. Dante Reggia le ha
definite dei "pattuglioni"; in effetti manca poco che queste
pattuglie non raggiungano l'organico di una ... compagnia.
La mattina del giorno 26, dopo che per tutto il 25 attacchi sporadici
hanno tenuto i fanti sul chi va là, quelli della 'Sforzesca'
devono ancora far da banco di prova per la pressione nemica. Evidentemente
i generali russi stanno saggiando a fondo gli uomini che stanno loro
di fronte; guardano che consistenza ha la 'Ravenna', poi se la prendono
con la 'Sforzesca', danno la sveglia (amara) alla 'Pasubio' ed eccoli,
di nuovo, alle prese con la 'Sforzesca':
" Il racconto della giornata del 26 potrebbe essere lungo... Io
però ", dice Dante Reggia, "non ero più in prima
linea anche se ho saputo dai commilitoni quello che è accaduto,
minuto per minuto..."
Chi invece è rimasto in linea è il cappellano del 53°
Reggimento, don Bernardino Mondino.
E' lui ad aver steso la cronaca della giornata:
"... Ore 3... E' l'alba. Il cielo è leggermente velato di
nubi e il nuovo giorno preannuncia un triste presagio di morte. Avviso
gli ufficiali e i fanti del comando che fra poco celebrerò la
messa..."
Quella volontà suona strana. Un fante, in effetti, esclama sbigottito:
"Ma perchè celebrare la messa a quest'ora?"
Il cappellano non risponde. Ha in cuore la sensazione che i lutti, alla
fine della giornata, saranno molti.
"... Ore 4... Ho udito le confessioni e mi accingo a celebrare...
Lontano si ode il tuono del cannone e vicino gli scoppi delle granate.
I bagliori incendiano il cielo. La terra va in sussulto, un tragico
e disfatto ingombro di uomini e cose. Nel tumulto, un grido, un lamento,
un morente..."
Dopo le funzioni don Mondino dice:
"A nessuno è nascosta la terribile situazione. Siamo circondati.
Umanamente è inutile sperare... Alzo lo sguardo al Crocefisso
e alla Vergine; una promessa spontanea: 'Vergine Santa', esclamo, 'se
ci salvi ti porterò in Italia...' "
Alle cinque si ode il rombo di un apparecchio che si dirige verso le
linee nemiche e picchia sodo facendo l'impossibile per spezzare l'accerchiamento.
"Uno scoppio", dice don Mondino. "Uno squarcio... Una
speranza; la grazia è fatta..."
Alle sei c'è come una pausa, inquietante, subdola.
Poi altri colpi, alla cieca, a casaccio; cadono di qua e di là
senza un obiettivo preciso.
"... Ore 7... Sono desiderato al comando. Per la strada incontro
un ufficiale superiore.
"Preghi, cappellano, questa è la nostra Giarabub!"
In quella frase c'è qualcosa di epico", dice don Mondino.
"Al comando trovo un'ansia vibrante, di attesa... Si richiede altro
sudore, altro sangue, altri patimenti, altri sacrifici e altre tombe...
Alle 8,30 i Russi impegnano tutta la nostra difesa. Altri uomini accorrono
con il viso che non ha più parvenza umana. Li vedo passare a
uno a uno, stanchi, laceri, con la barba lunga e impolverata, le labbra
arse, la fronte corrugata in un supremo sforzo di volontà. Mi
chiedono la benedizione... due ore di estenuante battaglia. Le mani,
le braccia, i volti piagati e insanguinati, gli occhi rossi e gonfi,
la divisa a brandelli come la loro bandiera; ma i fanti sono ancora
lì, fermi e inchiodati a quel terreno, come appunto gli uomini
di Giarabub..."
Qul giorno ebbe anche un altro testimone, che non guardava al volto
degli uomini, ma che considerava, pensieroso, la situazione strategica
in cui veniva a trovarsi la sfortunata 'Sforzesca', dal nome altisonante,
evocatore di battaglie di secoli passati, di capitani di ventura come
Muzio Attendolo Sforza, ma ora sinonimo di un gruppo di uomini impotenti
a frenare il dilagare dei Russi. Questo testimone si chiama Contini,
un colonnello:
"Cinque pesanti reggimenti russi investono il caposaldo su tutto
il perimetro, attanagliando, in una stretta che vorrebbe essere mortale,
la difesa. Le artiglierie, le bombarde e le katiusce... Fanti, guastatori
e bersaglieri, alpini perfino, si battono a fianco a fianco in mirabile,
fraterna gara di ardimento, quasi a rinnovare nella lontana Russia i
fasti eroici di val Cancino...
Lungo l'orlo del caposaldo, mucchi di cadaveri - accatastati fin presso
le bocche da fuoco arroventate delle armi della difesa - attestano lo
slancio fanatico delle masse russe..."
Tutti i pezzi sparano a zero. Gli artiglieri sono costretti a battersi
all'arma bianca; non si riesce nemmeno più a sparare, chè
tutti i Russi ti sono addosso, a valanga, e bisogna ricacciarli a colpi
di bombe a mano per poter tornare al pezzo e far fuoco. Mai vista una
roba simile. A un certo punto si trovano a combattere tutti, in un caos
di reparti, divisioni, corpi; anche i Tedeschi ci sono di mezzo, son
quelli della 79° Divisione, anche loro presi in contropiede, come
già era successo, in scala minore, ai soldati del 179° Reggimento
fanteria. In poco tempo la divisione 'Sforzesca' ha qualcosa come 479
caduti, quasi 1500 feriti e circa 1200 dispersi.
Ma la 'Sforzesca' ha un torto: quello di avere ceduto, di essere indietreggiata
subito, concedendo al nemico importantissimi vantaggi. Di chi la colpa?
Ancora oggi se ne discute, mentre sulla divisione si è appiccicata
come una lebbra l'etichetta "cikai" (scappa), il nomignolo
che le avrebbero affibbiato i Russi dopo le non esaltanti prove fornite
in prima linea. Ma nel giudicare le cose, bisogna sempre mettersi nei
panni di chi era là; e ... "là" non si stava
affatto fra due guanciali.
Eppure per parecchio tempo si discusse sulla colpevolezza della 'Sforzesca',
se ne fece un tema d'obbligo. Specie fra Gariboldi e Messe. Il primo
voleva sapere, a tutti i costi, dal secondo chi fra gli ufficiali della
'Sforzesca' avesse mancato al proprio dovere; il secondo tendeva a imputare
la mancata resistenza più a un fattore contingente, organizzativo
e di armamento che non a un individuale capro espiatorio. Certo, il
morale al momento della maggiore pressione russa non era evidentemente
elevato: ne abbiamo una prova nelle parole di don Mondino, il quale
parlava già di sconfitta prima ancora che si sia ingaggiato il
combattimento, ma il pessimismo di don Mondino ha una ragione d'essere,
basandosi su quello che è successo nei giorni precedenti.
Ma perchè quel battibecco tra Gariboldi e Messe?
E' presto detto. Al momento della dura battaglia sul Don, Messe, in
qualità di comandante del vecchio CSIR aveva ormai a disposizione
solo la 'Pasubio', logoratissima, e, appunto, la 'Sforzesca'. La 'Celere',
invece, incontrata dal lettore di quest'opera nei capitoli precedenti,
dipendeva adesso direttamente dai Tedeschi, della VI Armata, quella
di Paulus (senza il 'von', come tutti - chissà perchè
- son soliti chiamarlo; Paulus, infatti, non era nobile).
Ma lasciamo perdere le polemiche, il sostenere a spada tratta le tesi
dell'innocenza, o della consapevolezza, della 'Sforzesca' e veniamo
al nostro Dante Reggia:
"Dopo quella giornata trascorsa nell'infermeria mi ero messo a
cercare l'ospedale; camminavo, naturalmente, a piedi me ne andai in
giro per farmi ricoverare; adesso la ferita, dopo averci messo su le
mani, con tutto quel disinfettante, mi bruciava... A farla breve eccomi
a Millerowo..."
Bastava arrivare nelle retrovie, anche immediate, del fronte, perchè
la realtà cambiasse totalmente. Da un lato, in linea, feriti,
morti, sporcizia, scarse dotazioni; nelle retrovie, invece, la bella
vita...
"E' un peccato doverlo precisare", racconta ancora Reggia,
" ma arrivai persino a vedere nelle retrovie, che il cognac, del
tutto sconosciuto in linea... mentre quelli dell'ospedale che avevano
le mani più lunghe lo prelevavano per portarlo alle signorine
ucraine o magari anche alle due o tre 'sister', alle infermiere reclutate
fra le popolazioni di cui soprattutto si servivano i Tedeschi, mentre
da noi c'erano solo gli infermieri, soldati della sanità, naturalmente.
Questo del cognac è uno dei tanti fatti da me visti dopo quel
mio incidente nella buca. Ma chissà cosa non doveva succedere
più in là; mi hanno raccontato, per esempio, che su un
mercatino di una cittadina ucraina dell'interno si vendevano splendidi
guanti di pelle italiani, con l'imbottitura interna di pelo; li vendevano
le contadine che evidentemente dovevano averli ricevuti da qualcuno;
d'altronde, ne ho avuto conferma leggendo più tardi queste stesse
cose su di un libro sulla Russia, scritto da un reduce, segno che tutti
vedevamo le cose allo stesso modo".
"Succedevano solo da noi queste cose? Non so. Certo che spiaceva
vederle, quando si pensava a come stavamo in linea. Faceva passar via
la voglia di combattere, quello spettacolo lì. Indubbiamente
è stato uno dei lati negativi della guerra". Chi parla è
un bersagliere, uno della 'Celere'.
Che cosa si poteva dire a favore della 'Sforzesca'?
Poche cose, ma significative. La prima battaglia difensiva del Don aveva
visto una divisione di soli sei battaglioni, come era la 'Sforzesca',
cercare di arginare la violenza di 27 battaglioni russi.
L'ARMIR, il vanto di Gariboldi, suo comandante, aveva ricevuto l'ordine
da parte tedesca di arrestare ad ogni costo il ripiegamento della divisione;
guai, infatti, se il fronte avesse dovuto cedere proprio in quel punto.
Tutta la 6° Armata, quella che combatteva sul fronte di Stalingrado,
al di là del corso del Don, sarebbe stata irrimediabilmente accerchiata.
Come si sa, proprio questo evento doveva succedere di lì a poco,
provocando la più grossa disfatta subita dall'esercito tedesco
in guerra.
D'altra parte i Tedeschi non erano, nemmeno loro, mondi da pecche: non
avevano mandato un solo corazzato in aiuto degli Italiani, che combattevano
contro le agguerrite unità russe, pur sapendo che in fatto di
carri armati gli Italiani erano a zero o quasi.
Nella curiosa guerra combattuta per mesi lungo le rive del placido Don,
le forze dell'Asse dimostreranno anche di aver pochi aerei; è
vero che in quei giorni i Russi ne avevano ancor meno, ed era una rarità
osservare nell'aria duelli di caccia, ma è anche vero che un
massiccio impiego dell'aviazione da parte nostra avrebbe contribuito
in maniera decisiva alle sorti delle truppe italiane.
Tale era la sicurezza di non essere disturbati dall'alto che i Russi
arrivarono a lavorare di notte, dall'altra parte del fiume, alla luce
dei riflettori, preparando così indisturbati tutto il necessario
per il definitvo sfondamento del fronte e il crollo delle forze dell'Asse.
Merito fors'anche di un generale russo, come dirà a guerra finita
un ex ufficiale ucraino a Franco La Guidara:
"Per mesi ho combattuto i vostri connazionali", questo l'esordio
dell'ufficiale.
"Nell'estate del 1942 eravamo sempre in azione. Il nostro generale
Jeremenko (da taluni definito il Rommel sovietico) voleva guadagnar
tempo per consentire la formazione oltre gli Urali di parecchie divisioni
corazzate sovietiche. Nel settore del Don ci costrinse, perciò,
a continui ripiegamenti e contrattacchi. Comandava allora un battaglione
e non ho dimenticato quell'inferno. Ricordo particolarmente l'eroismo
di un vostro ufficiale e di due soldati giovanissimi che, isolati in
un caposaldo nei pressi di Bolschoj, avrebbero potuto salvarsi. Intimammo
la resa in italiano, ed essi ci risposero con raffiche di mitra. Si
batterono coraggiosamente, finchè caddero sotto il fuoco dei
parabellum".
Ebbene, Bolschoj è proprio quello stesso villaggio, dove il 54°
Reggimento fanteria della divisione 'Sforzesca' dovette subire il più
violento attacco da parte russa.
Tutte le tessere del mosaico combaciano, quindi, perfettamente. Da un
lato abbiamo gli Italiani che sono arrivati in Russia senza la necessaria
preparazione. Un campo di addestramento in Piemonte non è certo
l'ideale per imparare a combattere in una sterminata pianura dominata
dai corazzati.
Quale addestramento avevano ricevuto i ragazzi della 'Ravenna' per affrontare
degnamente i carri armati russi?
Quale addestramento era stato loro impartito sul modo di contrastare
le continue infiltrazioni dei "pattuglioni"?
E che cosa sapevano quei giovani pieni di buona volontà, ma privi
di armi moderne, sulla rapida costituzione di apprestamenti difensivi
in zone esposte alla continua osservazione nemica?
Perchè, infine, gli Italiani non avevano fatto tesoro dei preziosi
ammaestramenti e dell'esperienza amara già compiuta dai commilitoni
del CSIR, arrivati in Russia nel '41?
Ma c'è ancora una domanda, la più scottante. Ed è
questa: perchè i responsabili delle operazioni italiane non hanno
dato retta ai comandi tedeschi, che suggerivano una difesa mobile, un
velo di truppe difensivo perfettamente motorizzato, pronto a cedere
in un punto e a ricostituirsi in un altro, proprio alle spalle del nemico
che aveva compiuto la penetrazione offensiva?
Diciamo francamente: di errori i responsabili militari di allora ne
hanno commessi molti, il che ingenera alcuni dubbi sulle conoscenze
tattiche e strategiche dei quadri dirigenti.
La stessa figura del generale Messe, pure uno dei nostri più
bravi comandanti, ne risulta appannata, specie poi se si mettono in
relazione i disastri subiti sul fronte russo con quelli che avverranno
in Tunisia. Tanto più significativi appaiono questi errori (se
pure di errori si può parlare), se si valuta attentamente l'aperta
critica di Messe alle concezioni strategiche di Rommel. Con questo non
si vuole affatto dire che il rivale di Messe, Gariboldi, abbia invece
avuto ragione: è noto a tutti la polemica fra i due e gli strascichi
che essa ha ingenerato dopo la guerra fra paladini e storici dell'uno
e dell'altro. Ma facciamo punto qui: basta con i 'mea culpa'...
E' vero: far la storia a posteriori è facile, soprattutto quando
si è in tempo di pace, al caldo e al sicuro fra quattro pareti,
senza il pericolo di venir falciati da un momento all'altro dalla mitraglia.
Fra i reparti che erano intervenuti in difesa
della 'Sforzesca', si trovava il 'Savoia Cavalleria'. Il reggimento
aveva dovuto aprirsi letteralmente la strada in mezzo alle orde dei
fanti, che scappavano da tutte le parti, con gli occhi pieni di terrore.
"Bettoni (il colonnello comandante)", scrive Luciano Lami,
"vedendo arrivare quella fiumana aveva fatto fermare la sua colonna
e imposto ai soldati di rassettare le uniformi e di lucidare le staffe.
Aveva ordinato anche di marciare composti, in perfetto assetto:
'Solo così', aveva detto, 'si può fermare il panico di
quella gente'.
La fiumana arrivò, mentre gli uomini marciavano silenziosi, preceduti
dal loro colonnello, di fianco al quale avanzava su uno splendido sauro
balzano il tenente Genzardi, con lo stendardo chiuso nella custodia
di cuoio".
Lo stesso Lami doveva intervistare, poi, Aristide Bottini, caporal maggiore
del I° Squadrone in Russia.
"Il contatto con queste truppe", narra il Bottini, "fu
desolante: magazzini distrutti, furerie in fiamme, gente ormai sbracata,
in maniche di camicia, che correva qua e là, piangendo, con la
faccia sconvolta dal terrore. Avevano mollato di colpo: erano appena
arrivati in linea, dopo una marcia a piedi durata due mesi, e non avevano
"nessuna preparazione e nessuna organizzazione..."
Chi sopportava a testa alta l'uragano del fuoco russo era il gruppo
della 'Tagliamento', i cui uomini venivano letteralmente sommersi da
una pioggia di proiettili.
Bisognava accorrere in aiuto di quella gente ormai decimata, ma se non
si faceva qualcosa per ovviare allo sfacelo della 'Sforzesca', il guaio
sarebbe stato irrimediabile.
Sempre nel libro del Lami c'è un'interessantissima intervista
con Gualtiero Lolli, caporale del II Squadrone. Ma prima di arrivare
al Lolli, terminiamo con il quadro apocalittico che ci fa il Bottini.
"Eravamo a disposizione del comando della 'Sforzesca', che ci avvertì
di porci a difesa del comando stesso", egli dice.
Avevamo lasciato i cavalli in cerchio, ai piedi di una collina, e ci
eravamo sistemati per squadre, in cima al crinale, con i fucili mitragliatori.
Verso sera sentimmo davanti a noi delle voci che si avvicinavano sempre
più: a un certo punto ci accorgemmo che erano voci di Italiani
che di tanto in tanto ci chiamavano, gridando: Savoia! Quando il gruppo
comparve a una cinquantina di metri, ci accorgemmo che si trattava di
nostri soldati, che camminavano con le mani alzate, seguiti da un nugolo
di Russi: questi avevano catturato delle pattuglie e le usavano come
esca. Noi eravamo quattro squadre, due plotoni scarsi: aprimmo il fuoco
immediatamente e lo sostenemmo per alcuni minuti, poi ripiegammo verso
i cavalli con l'idea di raggiungere i pezzi di artiglieria, che erano
a quattro chilometri da noi. Ma intanto i Russi, muovendosi a ferro
di cavallo, erano già arrivati alle nostre bestie, e quando vi
giungemmo anche noi, fummo costretti a batterci per riaverle.
" Ormai era buio", continua il Bottini, " e nessuno osava
sparare per paura di colpire i compagni. Ci fu chi, come il portarma
Berton, del II plotone, nel saltare a cavallo si sentì afferrare
per i calzoni da un russo e non trovò di meglio per sganciarsi
che rifilare un gran calcio in faccia all'avversario: avevamo improvvisamente
perso ogni nozione sul combattimento a distanza ravvicinata, noi e i
Russi..."
Era una scena di guerra d'altri tempi; nel buio ci si agitava, ci si
muoveva, ci si liberava dalle strette avversarie senza neppure riflettere
a quello che si stava facendo, come nei combattimenti all'arma bianca
delle guerre del passato.
"Anch'io", confessa il Bottini, "mi liberai dando un
calcio nel ventre a un avversario. L'amico Legnani, che montava la bellissima
cavalla che era stata di Bettoni, Tendina, saltò a cavallo senza
avere il tempo di stringere il sottopancia: così, mentre faceva
i primi tempi di galappo, la sella gli si rovesciò sottosopra;
allora, la sciabola tagliò le cinghie e continuò a montare
a pelo. In quel momento, però, si sentì chiamare dal suo
amico Garrone, che era rimasto appiedato:
'Dino, Dino, aiutami!'
Legnani, pur montando a pelo una cavalla che nessuno sapeva tenere,
riuscì a fare dietro-front e a far salire al volo il suo amico
portandolo in salvo".
Sorte davvero incredibile è invece quella di Bottini.
In quelle tenebre Bottini si è fermato accanto a Ferioli, il
suo portarma, il quale era rimasto ferito; a stento, sudando sette camicie,
Bottini era riuscito a issarlo su un cavallo e a farlo andare via, lontano
da quella morsa dei Russi. Ma il tempo perso dal Bottini fa sì
che i nemici lo circondino. Divincolandosi a suon di speroni, con il
cavallo a nitrire per il dolore, Bottini riesce a sfuggire ai suoi persecutori.
Ma in quelle tenebre ha perso il senso dell'orientamento, della direzione.
Non capisce dove stia correndo, così, a perdifiato. Solo poco
più tardi gli viene una fortunata intuizione. Abbandona le briglie
sul collo del cavallo e si fida del senso di orientamento della bestia.
L'animale, al passo, vaga per tutta la notte seguendo il suo istinto
e al mattino, nella caligine dell'alba, Bottini scopre con il cuore
che gli balza in petto per la gioia, di essere arrivato sano e salvo
fra i suoi commilitoni. Intanto, quelli della 'Tagliamento' continuavano
a resistere sotto i colpi: decimati, distrutti, a pezzi, ma miracolosamente
tenevano ancora duro.
"Sentivamo distintamente", dice Gualtiero Lolli, il caporale
del II Squadrone di cui abbiamo parlato prima, "nel fragore del
combattimento le urla - urrà Stalin - dei Russi che andavano
all'assalto. Era già notte, ma a causa del fuoco dei mortai e
delle mitragliatrici, ci si vedeva come di giorno: li stavano massacrando
tutti..."
Quelli della 'Tagliamento', dunque, pagano di persona il cedimento della
'Sforzesca'. Sono quattro gatti, che con le unghie e coi denti si difendono
rabbiosamente. Nelle tenebre squarciate dai lampi s'intravede ogni tanto
un elmetto al di sopra della mischia, contro il quale si accaniscono
le traccianti nemiche. Armato di solo moschetto, quell'ignoto trova
ancora la forza di prendere accuratamente la mira, guardando la direzione
da cui arrivano guizzando le traccianti; spara e colpisce, spara e colpisce,
senza soluzione di continuità, finchè si abbatte anche
lui sopra il cadavere degli altri, dei commilitoni.
Quanto più a lungo dura, per una miracolosa forza di volontà,
la lotta dei ragazzi della 'Tagliamento', con tanta maggiore rabbia
s'accaniscono i Russi sopra quelle posizioni. Li si vede chiaramente
accorrere a frotte, in quel buio dai bagliori accecanti, dalle vampe
che tingono di bluastro e di giallo il cielo, con il fumo degli scoppi
a riflettere bizzarramente il lampo delle esplosioni.
I Russi paiono sbronzi, tanto si fanno sotto, si buttano correndo con
il parabellum agitato da destra a sinistra a vomitare traccianti.
I ventagli delle traiettorie fanno dei curiosi effetti di luce, dei
ricami geometrici, delle linee appena paraboliche, quando il colpo si
perde troppo lontano.
Come i gatti dalle sette vite, quei coraggiosi resistono al Russo. Lo
frenano, lo uccidono. Nella fretta spasmodica non c'è tempo di
distinguere fra chi viene avanti sparando e chi alza le mani in segno
di resa: può essere un tranello, un trucco per farti cacciare
fuori il naso dalla buca e stenderti secco. Si spara, quindi, finchè
si può, finchè ci sono munizioni oppure si è ammazzati
come bestie dal nemico avanzante.
"Dalle balke si alzavano i bagliori delle cannonate,", racconta
Nino Malingambi, sempre del II Squadrone, al già citato Lami.
"Si sentiva gridare distintamente: mamma! Aiuto! Savoia, Italia!
... Erano quelli della 'Tagliamento' che avevano ricevuto l'ordine di
non ripiegare "comunque". Quando incontrammo un grosso gruppo
di sbandati (erano quelli della 'Sforzesca', N.d.A.) feci scendere il
mio ospite e gli dissi:
"Il moschetto non mollarlo, sennò sei fregato..."
I ragazzi del 'Savoia' hanno infatti preso in arcione parecchi soldati
della divisione di fanteria, vaganti senza sapere nemmeno verso quale
direzione:
"...trovavamo ancora quelli della 'Sforzesca', racconta sempre
il Malingambi, "che imploravano perchè li aiutassimo a scappare
più in fretta. Io ne avevo appunto preso uno in arcione, per
qualche chilometro. Gli chiesi com'era andata, ma non mi rispose; si
teneva stretto alla mia vita, come un bambino, e tremava. Solo dopo
qualche minuto di silenzio, sembrò ricordarsi della mia domanda
e mi rispose:
"Lassù c'è la morte..."
"Mi, se gu de div la verità, gh'avevi paura... gent che
sparava de tutt i part... me sun vist intorna on regimenti de Russi...
roba de mett de part il 91 e andà via... da una part tucc mort...
de l'altra istess..."
Non ha voglia che si scriva il suo nome questo reduce della 'Sforzesca'
(acqua passata, per fortuna, dice), ma nel suo milanese smozzicato (non
sappiamo se l'abbiamo trascritto poi giusto...) il quadro che vien fuori
è semplicemente apocalittico. La parola che ricorre più
di frequente, quasi un intercalare, è "part", parte.
Dovunque guardasse, da una parte o dall'altra, si trovava di fronte
i Russi. Alla fine, la paura l'aveva squassato da cima a fondo, rendendolo
incapace di qualsiasi reazione. Aveva buttato via il fucile, persino
l'elmetto s'era sfilato, mettendosi poi a correre a più non posso
fuori da quell'inferno. La fortuna l'aveva aiutato facendolo capitare
in mezzo ad altri Italiani. Ma altri, che avevano seguito il suo stesso
esempio, erano stati falciati dai Russi, mentre scappavano.
Il perchè di questo panico collettivo non sarà mai compreso.
L'ipotesi più probabile è che nessuno li avesse preparati
non dico materialmente, perchè come abbiamo visto l'addestramento
era stato modesto, ma nemmeno spiritualmente, alla buriana.
Nessuno aveva detto loro: "State con gli occhi aperti, cuore saldo
e cercate di dar botte più che potete, senza vacillare."
La confusione era tale, che più tardi, degli autocarri della
divisione, carichi di uniformi, furono catturati dai Russi; i sovietici
vestirono le nostre divise e con quelle andarono in giro sparacchiando
coi parabellum, traendo in inganno quei poveri disgraziati che cercavano
la salvezza dove invece c'era la morte.
Anche due del 'Savoia' rischiano di cadere nell'inganno. Per fortuna
un Russo travestito grida:
"Idi sudà!", venite qui...
Inutile dire che i due del 'Savoia', mangiata la foglia, mettono le
gambe in spalla e schizzano via.
I due battaglioni della 'Tagliamento' erano dunque rimasti soli a dover
arginare la fiumana dei Russi. Ma il brutto doveva ancora venire. Aveva
attraversato il Don, la punta avanzata della 14° Divisione della
guardia russa, quella che portava il nome di Stalin; i nuovi arrivati
stavano per infilarsi nella lingua di terreno lasciata sgombra dagli
Italiani che erano fuggiti:
"Per ore e ore", racconta il già citato Bottini, "abbiamo
continuato a correre fra una balka e l'altra per dare l'impressione
ai Russi che quel tratto di steppa fosse presidiato: spuntavamo sulla
cresta di una balka, facevamo fuoco per qualche minuto, poi scendevamo,
e via, al galoppo, per quattro o cinque chilometri, per sbuacare da
un'altra parte. In poche ore facemmo cinque o sei combattimenti brevi:
una specie di velo protettivo davanti alle nostre posizioni..."
Nonostante questa fatica, arriva inspiegabilmente l'ordine di occupare
stabilmente un'altura. Quelli del'Savoia' scendono da cavallo e si avviano
sulla pendice, ma non hanno fatto che pochi passi che i Russi, avendoli
individuati, li bersagliano con i mortai.
Nei pressi c'è, rattrappito al suolo, ferito, un sergente della
''Tagliamento'. Solo. Appena vede i giovani del 'Savoia', fa loro un
cenno chè si fermino, non si muovano, poi sussurra:
"Zitti ragazzi, per carità; dietro alla cresta, a 200 metri,
c'è tutta una divisione di Russi..."
Quel sergente, cui i 40 cavalleggeri che hanno ricevuto l'ordine di
occupare quella cresta devono la vita, era stato abbandonato dai suoi,
che lo avevano dato per morto.
Al comando di quelli della 'Tagliamento', un maggiore se la prende con
il 54° della 'Sforzesca':
"Quelli se la sono squagliata e ci hanno lasciato col fianco sinistro
scoperto; così i Russi ci aggirano e ci imbottigliano!"
Tuttavia la caparbia resistenza dei giovani della 'Tagliamento' doveva
portare i suoi frutti. Quello stesso maggiore doveva più tardi,
sudato e stravolto dalla fatica, versarsi in testa un paio di gavette
d'acqua, muovendo il capo come un cane che abbia fatto il bagno e che
si scrolli di dosso le gocce. Nel suo sguardo c'era un pizzico di trionfo:
"Gliele abbiamo date sui denti..."
Ciò nonostante il maggiore continuava a temere una manovra avvolgente;
se i Russi avessero compiuto un tentativo di accerchiamento, sarebbe
stata davvero dura; ma per fortuna o gli ordini ricevuti contrastavano
con un'ulteriore avanzata o forse, per davvero, i Russi ne avevano avuto
anche loro abbastanza. Va' a sapere; fatto sta che nella mattina del
23, i Sovietici, pur esercitando una pressione frontale, s'erano guardati
bene dal mettere in atto quell'avvolgimento di cui sopra.
Nella notte il 'Savoia cavalleria' si doveva preparare per quel furioso
scontro del 24, passato alla storia come "la Carica di Isbuscenskij",
una delle più belle pagine di tutta la storia italiana.
Il 3 settembre, comunque, il generale Cavallero,
direttamente da Roma, chiedeva al generale Gariboldi un rapporto sulla
divisione 'Sforzesca'; voleva sapere da Messe, perchè mai quella
divisione di fanteria fosse così subitaneamente crollata sotto
i colpi del nemico. Ribadiva più volte il concetto che il rapporto
Messe doveva essergli trasmesso 'integralmente'.
Cominciavano le dolenti note.
Comunque, già il giorno 4, Gariboldi era in grado di inviare
a Roma la relazione Messe. Furibondi addirittura i Tedeschi, in particolare
Werner von Tippelskirch.
Tuttavia i Tedeschi, rendendosi conto del momento particolarmente delicato
, anche se quel crollo dei fanti italiani per loro era criminale, finiranno
per archiviare il caso. Il maggiore Fellmer, del comando di von Tippelskirch
e ufficiale di collegamento tedesco presso Messe, dirà più
o meno queste parole: siamo pronti a raccogliere una richiesta di stralcio
d'ogni giudizio circa il comportamento della divisione, qualora il comando
dell'ARMIR ne faccia esplicita richiesta...
Era un bonario cancellare con un tratto di spugna ogni venatura polemica.
Eppure, proprio il primo cedimento della divisione italiana doveva essere
la causa del futuro sfondamento del settore da parte russa. Quel non
trovare neppure una reazione ritardatrice aveva concesso ai Russi una
fiducia in se stessi che non avrebbero mai avuto qualora si fossero
trovati di fronte a una reazione furibonda, mentre l'inconsistenza bellica
della presenza italiana li aveva automaticamente indotti a rafforzare
il più possibile le proprie misure d'attacco in quel particolare
settore.
In altre parole i Russi avevano capito questo:
I°- Gli Italiani erano deboli. Le nuove divisioni di fanteria non
avevano apportato alcun rinforzo al loro schieramento;
2°- considerato che non c'erano carri o artiglierie sufficientemente
potenti, che le dotazioni erano misere, il colpo di maglio andava sferrato
proprio lì, dove c'erano i fanti italiani;
3°- occorreva tuttavia prendere tempo per attendere i nuovi mezzi
corazzati, che erano in fase di avanzata costruzione nelle fabbriche
oltre gli Urali;
4°- il crollo del fronte italiano avrebbe rapidamente permesso l'isolamento
e l'accerchiamento dei Tedeschi, che miravano a Stalingrado e il loro
annientamento;
5°- fatto ciò, si sarebbe potuto dilagare a ovest e riconquistare
definitivamente i territori perduti: il compito sarebbe spettato ai
mezzi corazzati.
Nel settore tedesco si stava esaminando, con molta attenzione, il nuovo
dipanarsi degli avvenimenti. Alla fine si decise di chiudere ogni rivendicazione
polemica e di ricominciare tutto daccapo, tanto più che nel settore
minacciato doveva giungere a dare manforte e a sostituire i reparti
indeboliti tutto il Corpo d'armata alpino.
Proprio per chiudere ogni strascico e non creare pericolosi attriti
fra gli uomini in lotta, il generale von Tippelskirch comunicherà
a Messe che il comando tedesco concedeva 30 croci di ferro da assgnare
a quelli del CSIR, che più si erano distinti negli scontri di
fine agosto. Messe coglie la palla al balzo per proporre come luogo
idoneo al conferimento delle onorificenze il comando della divisione
'Sforzesca', ritenendolo il posto più adatto per rendere giustizia
(sono queste le parole dello stesso Messe) alla divisione "ingiustamente
toccata".
Queste decorazioni verranno conferite il giorno 28 settembre. Per la
circostanza lo stesso von Tippelskirch farà un discorsetto in
cui dirà:
"... la tenace resistenza delle unità italiane, impiegate
e operanti da sole, non solo ha frustrato le intenzioni del nemico di
sfondare il fronte, ma ha anche reso vani i suoi sforzi per attirare
altre unità e alleggerire il fronte di Stalingrado dalla pressione
incessante. Vi ringrazio", concludeva il generale von Tippelskirch,
"a nome dell'esercito germanico e, in particolar modo, a nome di
tutti i camerati tedeschi impegnati davanti a Stalingrado, per il vostro
spirito combattivo e la vostra tenacia..."
Curiosamente, proprio lo stesso giorno, il comando dell'ARMIR (leggi
Gariboldi) chiedeva al generale Messe un nuovo rapporto sulla 'Sforzesca'
e sul comportamento degli appartenenti alla divisione, soprattutto gli
ufficiali, comandanti di battaglione compresi.
Questo significava gettare olio sul fuoco e riattizzare una polemica
che i Tedeschi volevano, invece, sopire. E' in un simile quadro che
va vista perciò la lettera scritta dallo stesso Messe a Gariboldi:
il generale voleva rassegnare le dimissioni...
Messe rientrerà dal fronte dell'est motivando chiaramente il
suo disaccordo con Gariboldi con l'espressione di incompatibilità
spirituale.
"Il mese di agosto passò",
racconta Brandolini, "e a settembre lasciammo Krassno Orykowo ad
altre compagnie della nostra divisione (la 'Ravenna') e andammo a dare
il cambio al I° Battaglione del 37° Reggimento fanteria, che
si trovava in due paesetti vicino al Don, Sswinjucha e Ssolonzi..."
Questo mutamento o scambio di posizioni ebbe luogo d |