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56 - diario apocrifo del 56° corso Auc Smalp

Timore reverenziale, curiosità, ammirazione, invidia, pudore e picere della scoperta. Questi gli stati d'animo che - distinti e coincidenti - mi si sono manifestati prendendo in mano il Diario apocrifo del 56° corso Auc Smalp, che pochi giorni fa ho avuto il piacere di ricevere in dono dall'amico Gianfranco Consolini.

Si tratta di un'opera importante; sia per le dimensioni, l'impaginazione, la rilegatura, la cura grafica, che per il valore testimoniale che rappresenta, anche se mi rendo conto che probabilmente non tutti potranno capire quest'ultima affermazione.

Il 56° corso è iniziato nel 1969 e - trent'anni dopo - tutti gli ex-allievi hanno ritenuto di fornire il loro contributo, con aneddoti relativi alla loro vita durante e dopo la scuola e fotografie, alla creazione di un libro (anzi un "tomo") che li facesse ancora sentire uniti e partecipi di un'esperienza forse unica e irripetibile.

In primo luogo, le sigle:

- Auc, Allievo Ufficiale di Complemento;
- Smalp, Scuola Militare Alpina.

Dicevo:

- Timore reverenziale, perché, essendo io stesso un alpino - anzi un sottotenente degli alpini del 125° Auc Smalp, quindi apparentemente un pari grado - o forse proprio perché sono un alpino, ho imparato alcuni valori: rispetto per l'anziano, spirito di corpo, fratellanza.

- Curiosità, perché volevo scoprire se e come, in tutto il tempo trascorso fra la loro e la mia esperienza, fosse cambiato qualcosa. Ed ho scoperto che tutto è cambiato e niente è cambiato.

Forse è il caso di spiegare meglio quest'ultima affermazione: è cambiato tutto nei dettagli, non è cambiato nulla nella sostanza. I dettagli sono rappresentati dall'evoluzione della divisa, dal fatto che a noi non fosse concesso portare barba e baffi, che i nostri capelli fossero di gran lunga più corti (il giorno prima di partire andai dal barbiere e chiesi un "taglio tattico", due giorni dopo l'arrivo ad Aosta mi sfoltirono ancora abbondantemente la chioma), che a noi venisse chiesto prevalentemente di correre, mentre i "veci" camminavano. La sostanza invece è che alla fine tutti siamo diventati "alpini", anzi ufficiali degli alpini con le responsabilità che ne derivano.

- Ammirazione, perché non so se il mio corso riuscirà mai a rimanere così unito e a produrre un'opera (anche virtuale) che possa mai soltanto avvicinarsi a questo diario apocrifo del 56°. E non mi si dica che si tratta di una circostanza fortunata!

- Invidia, perché loro andavano in montagna molto, ma molto più di noi. Noi, "bersaglieri" delle Alpi - "correre! Correre!! CORRERE!!!", alla fin fine andavamo sempre negli stessi posti...

- Pudore, perché, mano a mano che mi addentravo nella lettura, provavo la sensazione di invadere un universo privato, anzi intimo, che mi invogliava a smettere, ma al contempo a proseguire - e qui siamo al piacere della scoperta - per cercare e trovare le analogie e le differenze fra la loro e la mia esperienza, per sforzare la memoria e riconoscere i luoghi, per vedere se, nel corso della vita avevo mai avuto modo di conoscere personalmente qualcuno di loro, per tentare di vedere se la distribuzione geografica dei corsi era nel frattempo cambiata.

Conclusioni? Lo zaino era pesante per tutti, la salita era ripida per tutti, la vita di caserma era difficile per tutti. Allo stesso modo.

Non mi resta che dire grazie "veci" e al prossimo trentennale!

Alberto Soave
31 marzo 2003