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Vane Prefazione La prima stesura di questo romanzo risale a più di vent'anni fa, ed ha partecipato, fortunatamente (e del tutto meritatamente) senza successo, a quello che credo fosse il primo concorso di Urania riservato ad autori italiani. Dopo di allora, i casi della vita mi allontanarono dalla letteratura (almeno dalla sua forma "attiva"), fino a quando, reduce (nel più autentico senso della parola) dalla Scuola Militare Alpina, decisi di affrescare questa mia esperienza in un secondo romanzo. Vuoi perché nel frattempo le mie doti letterarie erano migliorate, vuoi per mera fortuna, vuoi per un maggiore impegno da parte mia (ma soprattutto da parte di mia moglie) nella ricerca di un editore, questo secondo romanzo venne pubblicato nella primavera del 2001, col titolo de La Cinque, grazie all'editore genovese De Ferrari. Nel frattempo, però, i personaggi di Vane non erano morti: come ho tentato di esprimere - in forma più o meno poetica - nell'invocazione alla Musa, essi sono cresciuti insieme a me, hanno modellato ed arricchito il loro carattere, mi hanno - insomma - tenuto sempre compagnia. Ad un certo punto, però, hanno preso ad agitarsi, ad esprimere malcontento. Sì, volevano prendere vita. In fondo, come dar loro torto? Stavano aspettando, da lustri e lustri, di acquistare nuova dignità, di vedere attuate le loro potenzialità in una trama compiuta, articolata Ed ecco così che - nello spazio di un paio di mesi - è nata questa seconda versione di Vane, che - rispetto alla prima - conserva a malapena i nomi di alcuni personaggi e l'ambientazione generale. Ma, mentre fornivo loro la mia penna come tramite, andavo via via scoprendo che essi, nel frattempo, erano diventati dei personaggi "veri". Così, ho deciso di dar loro corda, e di lasciare che acquisissero sempre maggiore spessore. In effetti, ho sempre pensato che la fantascienza, nel campo letterario, non riscuotesse il successo che meritava, per il fatto che in genere i suoi autori (e sottolineo in genere, dal momento che la mia cultura nel settore è da parecchi anni alquanto lacunosa) dedicavano alle loro "invenzioni" più o meno futuribili maggiore attenzione, che non piuttosto alla caratterizzazione dei personaggi. E invece, credo, ciò che rende appassionante e memorabile un romanzo è proprio la presenza al suo interno di personaggi veri, credibili, a tutto tondo. Non so se sono riuscito ad ottenere questo scopo, ma di certo, al fine di raggiungerlo, ho speso molte energie. Anzi, qualche volta ho avuto l'impressione - e questa è stata la cosa più bella capitatami, mentre lo scrivevo - che i personaggi mi prendessero la mano, e fossero loro a raccontarsi, ovviando ai miei errori, ai miei limiti, alle mie incomprensioni, nel tentare di interpretarli. Urania, dammi la forza. Non eran perduti,
v'era un mondo per loro. E
Tu dàgli vita, completa le loro storie, Ma sorreggi questa mano,
E
voi, | ||||||||