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VaneCopertina di Vane

Capitolo I.

Vista da un osservatore anche attento, la cosa era immobile; eppure ferveva di attività. Non era cosciente, ma conteneva in sé forze sovrumane. Non aveva sensazioni, non provava sentimenti: viveva e lavorava.
A distanza di anni però, nel lago piatto della sua esistenza, passava una sorta di onda, una lieve increspatura, che la riscaldava tutta e la faceva fremere.
Ma si trattava di un istante.

*

Shinto era un popolare di sedici anni. Come tutti i ragazzi di Vane era dotato di un fisico atletico, ma rispetto agli altri aveva una certa tendenza ad esporlo, che si sarebbe potuta scambiare per esibizionismo. I lineamenti del suo volto, virili nonostante la giovane età, ma ingentiliti dagli zigomi e dal mento poco pronunciati, gli accattivavano particolari simpatie, da parte di amici e conoscenti; lui però viveva i rapporti umani con imbarazzo: gli riusciva naturale essere affabile e disponibile con tutti, ma non sapeva spingersi oltre la pura cortesia.
In realtà, si sentiva a suo agio unicamente nei momenti di solitudine, come in quell'ultimo scampolo di pomeriggio, che stava trascorrendo comodamente appoggiato alla palma "grande", come la chiamava lui, lungo la china erbosa dello stagno di Vane.
Prediligeva quel luogo da sempre, lo chiamava "la collina della pace", e l'amava soprattutto perché da lì si sentivano schiamazzare in lontananza i ragazzi più giovani: gli echi giungevano attutiti e tenevano compagnia, senza però disturbare la quiete ed il corso dei suoi pensieri.
Lo stagno, abbastanza fuori mano rispetto al gruppo di case che costituiva il centro abitato, era scarsamente frequentato, forse perché il terreno ripido e scoperto che per gran parte lo circondava era poco adatto ai giochi dei più piccoli; ma anche gli adolescenti lo evitavano, preferendo in genere, per le loro prime scaramucce amorose, l'ombra delle frasche.
Shinto si sentiva troppo "grande" per frequentare i primi, e non aveva ancora provato gli stimoli tipici dei secondi.
E poi, lo sapeva bene, c'era in lui qualcosa di strano. A volte le sue parole non venivano recepite secondo il significato voluto, e lui aveva quasi l'impressione di parlare un'altra lingua. Questo lo addolorava, e un po' lo preoccupava, dal momento che a Vane tutti consideravano essenziale la socializza-zione. Da un po' di tempo, poi, gli riusciva molesta persino la solitudine: Tobia, il suo cane, non riempiva più i lunghi pomeriggi, durante i quali sua madre era fuori a lavorare e lui studiava a casa. Certamente gli voleva sempre bene, tant'è vero che anche quel giorno l'aveva portato a spasso con sé, ma...
Ad un certo punto si accorse che il cane, che sino a poco prima si era aggirato scodinzolando intorno allo stagno, era scomparso. Mentre le ombre iniziavano ad allungarsi - era quasi l'ora di cena - capì che doveva essere andato a scorrazzare per i "colli esterni" e pensò che mettersi alla sua ricerca non era una buona idea: tutti sconsigliavano di allontanarsi troppo dal villaggio, e la collina della pace era già vicina al limite...
Restò alcuni istanti in piedi, indeciso sul da farsi. Poi pensò che non poteva lasciarlo all'addiaccio per tutta la notte: era ancora un cucciolo. Immerso in questi pensieri prese a chiamarlo, scrutando gli immediati dintorni.
Quando decise di salire la china, il sole era appena tramontato. Certo, doveva esistere un qualche insegnamento religioso che proibiva esplicitamente di inoltrarsi per i colli esterni - ne era quasi sicuro. Eppure, tutte le volte che aveva chiesto i motivi di quella proibizione, aveva ricevuto delle risposte oscure. Forse fu questo che lo spinse ad agire: "Almeno saprò cosa c'è di male" pensò, ed in tal modo stabilì, senza saperlo, il corso futuro della sua esistenza.
Già alcune volte gli istruttori avevano fatto presente ai celesti la sua predisposizione ad infrangere piccole regole, ma le denunce erano sempre state accolte con sufficienza, come se le vere trasgressioni, a Vane, fossero del tutto impossibili. E poi, la sua condizione di orfano costituiva una comoda spiegazione per tutti.
S'incamminò lentamente, guardandosi attorno per cercare Tobia, ma anche per controllare che nessuno lo seguisse.
Aveva già superato un paio di dossi, e della città vedeva solamente il Quartiere, la parte più alta del centro abitato, quella riservata ai celesti, quando d'un tratto lo colse una certa inquietudine e si sentì in colpa, ammettendo finalmente fra se e se di aver compiuto un atto proibito. Molti popolari sostenevano che i celesti, grazie al loro contatto privilegiato con Dio, potevano sapere in qualsiasi momento ciò che faceva ogni singolo abitante di Vane. Però il pensiero che il suo amico si fosse fatto male ad una zampa lo spinse a continuare: Dio avrebbe capito.
Questa supposizione non lo tranquillizzò; anzi, si accorse che più andava avanti, più l'inquietudine cresceva. Il cuore aveva accelerato le pulsazioni, così si fermò per un istante e provò a gridare il nome del cane, ma dalla gola gli uscì solamente un suono rauco e tremante. Prese a correre, mentre il timore cresceva, montava, lo invadeva.
Ormai in preda al panico, volgeva lo sguardo tutt'intorno, non più per cercare Tobia, ma per il presentimento di scorgere da un istante all'altro qualcosa di orribile. Durante le esercitazioni più dure, la mente urlava "Ora! Ora!", perché non sopportava più l'attesa e bramava di vedere il pericolo ed affrontarlo. Quella volta però era diverso: sapeva che, se avesse smesso di correre, sarebbe impazzito.
All'improvviso sentì un colpo violentissimo alla testa. L'urto fu così potente, che lui rimbalzò all'indietro e cadde per terra. Si rialzò subito e, mentre al terrore subentrava una furia cieca, lanciò un urlo belluino e disperato, e si mise a colpire, usando tutte le tecniche che conosceva. Davanti a lui non vi era nulla - vedeva confusamente che la salita continuava - ma le sue mani ed i piedi cozzavano ugualmente contro qualcosa di solido.
Dopo un po' cadde esausto, aspettando il colpo finale da parte dell'avversario, che però non venne. Con una mano sulla fronte a massaggiarsi il punto dolorante, allungò l'altra per ritrovare l'equilibrio, ma qualcosa di freddo e liscio gl'impedì di oltrepassare un certo punto, pur senza reagire al contatto.
Ancora sconvolto, ritrasse di scatto la mano, si alzò e si mise a correre verso il villaggio. Riprovò subito il panico di prima, ma oramai l'ignoto rimaneva alle sue spalle, mentre davanti a lui si avvicinavano sempre più le luci amiche del paese.

*

Superò di corsa le prime case, guardato con un pizzico di stupore dagli ultimi popolari che stavano rientrando nelle loro abitazioni, poi costeggiò a passo spedito il Quartiere, che era come sempre avvolto nell'ombra e nel silenzio, e giunse finalmente in prossimità della sua abitazione.
Entrò, ancora sudato ed accaldato, e s'indispettì quando notò Tobia, che stava mangiando dalla ciotola con la consueta avidità.
- Cosa succede, Shinto? - chiese sua madre con apprensione, appena lo vide. - Sei in ritardo. E cos'hai fatto alla fronte? Ma sei pieno di lividi! Oggi non era giorno di esercitazioni...
- Niente. Sono andato a sbattere contro un albero. Va tutto bene - tagliò corto. Sua madre era solita elaborare teorie strampalate, per lo più a sfondo tragico, partendo da minimi indizi e Shinto aveva imparato, in certe occasioni, a trincerarsi nel mutismo più assoluto.
Lui e la madre vivevano nella casa posta tra l'Auditorium e la piscina, dalla parte opposta di Vane rispetto alla collina della pace. Da quando erano rimasti soli, avevano dovuto rimodulare il proprio appartamento, come prevedevano i ferrei regolamenti di Vane. In pratica però la differenza si riduceva ad una stanza in meno, poiché su Vane le abitazioni si assomigliavano tutte (almeno quelle dei popolari): ogni casa comprendeva tre o quattro appartamenti, generalmente distribuiti su due piani; le pareti interne bianche, i vetri a specchio e la mobilia, color legno chiaro, erano ovunque identici; altrettanto accadeva per gli elettrodomestici, diffusi capillarmente ed inamovibili. I pezzi d'arredamento forniti dagli "armadi" (lenzuola, tende, asciugamani, stoviglie…) erano gli unici che si poteva in qualche modo personalizzare, scegliendo fra le varie opzioni proposte. Ma era impossibile affezionarsi anche a queste suppellettili, dal momento che i materiali soggetti ad usura venivano gestiti automaticamente dagli armadi: in pratica vi s'infilava dentro la roba sporca, si schiacciavano un paio di pulsanti, e non si sapeva mai se quella che veniva ripresentata al successivo prelievo, pulita e stirata, era la stessa, o una cosa del tutto nuova.
Lisia lo stava guardando con aria preoccupata. La morte del marito, dieci anni addietro, le aveva affilato i lineamenti del volto, che pure s'intuivano belli e delicati, dietro una maschera di dolore risentito. Ad un certo punto strinse ulteriormente le labbra, quasi ad impedire alle parole di uscirne. Poi però non si trattenne più:
- Devi imparare a comportarti più... meno... Sei troppo vivace, Shinto! - gli disse, mentre lui tornava dal bagno con la fronte impomatata. - Gli istruttori l'hanno già notato e se un giorno o l'altro dovessero parlarne con chi so io...
- Ho sbattuto contro un albero, ma'! - rispose lui, mentre impostava l'armadio per la cena. - "Arrosto" e insalata anche per te?
- I celesti possono sapere tutto, possono vedere tutto. Ricorda com'è morto tuo padre. Ricordalo.
Le loro discussioni più accese terminavano invariabilmente in questo modo; il padre di Shinto era morto durante un' "esercitazione", una prova di combattimento fisico contro le "sagome", creature artificiali semi-animate. Tutti i popolari tra i quattordici e i trentacinque anni dovevano sottoporvisi periodicamente; in più, un paio di volte nella loro vita, dovevano combattere una "zero", una prova in cui le creature non erano controllate dagli istruttori e quindi il grado di sicurezza era praticamente nullo. Sorgo, il padre di Shinto, era morto proprio in una zero e alcuni popolari - fra i quali sicuramente la sua vedova - pensavano che quel tipo di esercitazioni servisse ai celesti per sbarazzarsi delle persone scomode.

*

Appena terminata la cena, Shinto andò a fare due passi nel parco, poco lontano da casa sua. Si trattava di un punto di ritrovo frequentato assiduamente dai giovani popolari, poiché era l'unica parte del bosco in cui gli alberi lasciavano il posto a piccole radure pianeggianti, rigogliose d'erba rasata. I prati erano punteggiati qua e là da laghetti di varie dimensioni, le cui acque placide e fresche invitavano ai giochi ed alla compagnia.
Come si aspettava, lungo la strada incontrò Funo, uno dei pochi coetanei con i quali riusciva ad avere un minimo di confidenza. Si fermarono a chiacchierare sul ciglio della radura, appena superati gli ultimi alberi che circondavano le case. Shinto accennò per sommi capi il racconto dell'esperienza appena vissuta.
- ... invisibile, ti dico, una cosa da incubo! - gli stava dicendo.
- Oh, non riesco a capire, Shinto, mi dispiace - rispose l'altro.
Lui si voltò dall'altra parte, spazientito. Funo continuava a fissarlo, con gli occhi dolci e un po' vacui degli adolescenti di Vane.
- Scusami, Funo, ho scherzato - gli disse. - Volevo inventare un altro gioco, ma vedo che non è molto divertente.
Il ragazzino gli posò una mano sulla spalla, per consolarlo dell'insuccesso.
- Non importa, Shinto. Perché non andiamo a giocare con gli altri, dai laghetti? - gli chiese, con occhi scintillanti d'eccitazione.
- No, grazie, vai tu.
Ricevette un'occhiata meravigliata e dispiaciuta, che ormai conosceva bene. Funo rimase interdetto ancora un istante, poi si mise a correre verso l'acqua.
In quel modo lui restò solo, sempre più conscio del solco che stava scavando tra sé e gli altri. Eppure non era lui, a volerlo, erano le situazioni: provava cose che gli altri non provavano, vedeva cose che gli altri non vedevano.

*

Il mattino successivo si svegliò con il solito mal di testa. Da tempo non vi faceva più caso, soprattutto dopo che i celesti avevano rinunciato a formulare ipotesi sulle cause di quel malessere: l'avevano visitato, l'avevano interrogato, erano giunti al punto di infilarlo in uno di quei "sanitari" in cui, tanti anni addietro, era morto suo padre: non era servito a nulla. Allora avevano provato a cambiargli il cuscino, e poi l'intero letto; un bel giorno avevano allontanato lui e la madre dalla casa e vi erano entrati in gruppo, portando con sé alcuni oggetti voluminosi, accuratamente occultati dentro imballature posticce. Dopo un altro mese, constatata l'inutilità di ogni tentativo, gli avevano tenuto un lungo discorso, infarcito di "patìe" e "gèniti", dal quale Shinto aveva tratto il succo che col mal di testa doveva imparare a convivere. Sua madre aveva accolto quel responso con tragica rassegnazione, mista a sollievo. Lui invece l'aveva accettato con serenità, anche perché il dolore cessava regolarmente, pochi minuti dopo aver abbandonato il letto. Anche quel giorno, quindi, fu lesto ad alzarsi e andò a fare colazione insieme a Lisia.
Lei lo stava aspettando, seduta. Iniziò a parlare al suo secondo boccone.
- Mangia piano, Shinto, poi non digerisci e… e…
- … Rimango appesantito. Lo so, mamma - rispose lui. - Cerca di stare tranquilla, vuoi? L'esercitazione di oggi è normale, sarà la solita sciocchezza.
- Ma proprio tu…
"Tutte le volte lo stesso discorso!" pensò il giovane, esasperato.
- Non è una zero, ma' - disse poi con dolcezza, riponendo il piatto vuoto nell'armadio.
- Hai preso le vitamine? E l'energetico, l'hai preso?
- Ho preso tutto, era già incluso nel menù. Ti chiamo appena ho finito, va bene?
- Vai. Sta attento.
Lisia restò sola, a macerarsi con le sue ansie, incapace di conciliare il suo odio blasfemo verso i celesti con la sua religiosità, alimentata da una fede in Dio pressoché assoluta. Il terribile segreto che custodiva, se da un lato le forniva una nebulosa spiegazione di tutto, dall'altro le impediva di cercare conforto, soprattutto nel figlio. Chiuse gli occhi e pregò.
Shinto costeggiò i pochi caseggiati che separavano la sua abitazione dalla palestra, poi entrò nell'ampio edificio, servendosi dell'ingresso laterale, che portava direttamente al sotterraneo (il piano terra era costituito dall'Auditorium, che veniva usato nelle rarissime occasioni in cui i celesti convocavano un'assemblea generale dei popolari).
Arrivato in palestra, riconobbe i ragazzi già presenti, li salutò ed entrò insieme a loro nello spogliatoio. Si svestì rapidamente ed entrò nelle docce, scambiando con gli altri i soliti scherzi. Dopo la pioggia di vento rientrò nel vestibolo, indossò la pesante tuta da combattimento e ricevette dall'istruttore il coltello ed il tirapugni. Intorno a lui, gli altri ragazzi chiassavano allegramente e con apparente spensieratezza.
Vide sul tabellone che avrebbe combattuto da solo. Si avviò verso il primo cubo libero, varcò la soglia esterna ed attese l'autorizzazione ad entrare. Mentre il cubo preparava lo scenario programmato per la sua esercitazione, controllò meccanicamente che tutto l'equipaggiamento fosse a posto, dai lacci degli anfibi ai velcro della mimetica. Notò con disappunto che dall'altra parte della guardiola iniziava a cadere la neve: aveva sempre odiato il freddo. Dopo un paio di minuti il terreno era tutto imbiancato, ma l'intensità della nevicata non accennava a diminuire, mentre una corrente d'aria faceva turbinare i fiocchi in tutte le direzioni. Svolse da una tasca la mimetica bianca e si affrettò ad indossarla.
Alla fine la porta interna si aprì e fu subito investito dall'aria gelida. Avanzò con decisione, nonostante il vento fortissimo gli sbattesse sul viso grossi fiocchi di neve. Giunto in mezzo alla radura, iniziò a muoversi con circospezione, cercando di scrutare nella tormenta. All'improvviso, da dietro una cunetta che il bianco uniforme del paesaggio rendeva quasi invisibile, vide sbucare un'enorme sagoma bianca. Mentre sguainava il pugnale, notò i suoi artigli e le zanne affilate, e ne calcolò mentalmente le capacità d'allungo. Iniziò a muoversi in tondo, dimenticando il freddo e limitandosi a socchiudere gli occhi per evitare che la neve lo accecasse. Studiò i movimenti della sagoma e si avvide della sua lentezza. Provò qualche finta e prese nota del suo scarso equilibrio: sembrava una cosa facile.
Le si avventò contro, agitando la lama, poi si buttò a terra e falciò con le gambe, per atterrarla. Questa però, con un guizzo d'agilità insospettabile fino a quel momento, saltò a piè pari e si fermò a fissarlo, mentre lui, compiute due capriole, si rialzava rapidamente.
"Va bene, fai tu la prima mossa" pensò allora.
Dopo alcuni istanti l'automa prese a indietreggiare, grugnendo. Shinto restò interdetto, poi ricordò che non sempre le esercitazioni si concludevano in modo cruento. Addirittura, qualcuno raccontava di sagome che si erano messe a parlare e avevano intrapreso relazioni amichevoli. Ai ragazzi era lasciata la più ampia libertà d'azione, anche se quasi sempre si finiva con uno scontro. Shinto sapeva che avrebbe potuto inseguire l'avversario e provare ad attaccarlo, ma non era per natura violento, così aspettò ancora un po'. Alla fine, quando fu chiaro che la sagoma non si curava più di lui, tornò verso l'uscita.
- I soliti fortunelli! - lo prese in giro Gozo mentre, terminato il briefing, facevano la doccia insieme agli altri. Come ogni volta, finite le esercitazioni vere e proprie, i ragazzi ne avevano visionato i filmati insieme agli istruttori, dai quali erano giunti commenti e consigli sui comportamenti da seguire nelle situazioni più disparate.
Gozo era un ragazzo pieno di vita, sempre pronto a motteggiare gli altri, compresi gli istruttori, che erano pur sempre dei popolari, ma ne costituivano in qualche modo l'élite, godendo di un rapporto privilegiato con i celesti.
Shinto provava per Gozo una predilezione particolare, forse perché riusciva a sdrammatizzare quegli stessi momenti che lui viveva con preoccupazione e riflessione.
- Già, e tu allora? - lo rimbeccò, facendosi sentire dagli altri. - Mancava poco che ti facevi sgozzare da quella… da quella lucertola.
- "Lucertola"? Era alta due metri e mezzo!

*

Aveva il pomeriggio libero, così, terminato il pranzo, accompagnò Lisia fino ai campi. Mentre chiacchieravano sui vantaggi del lavoro agricolo, rispetto alle altre occupazioni popolari, Shinto pensò che in fondo sua madre era una persona piacevole, quando non si lasciava trascinare dalle sue macabre elucubrazioni.
Lei invece stava pensando che gli occhi di suo figlio a volte brillavano di curiosità e intelligenza, e che era veramente strano che i celesti non si fossero mai accorti di questa sua peculiarità. Questo pensiero però le fece tornare l'ansia e, con un procedimento cui era ormai avvezza, lo scacciò prontamente.
- Guarda, stanno venendo su proprio bene - gli disse, mentre si addentravano nel campo di granturco. - Vedi, a quest'altezza sono quasi pronte… fra poco metteremo in funzione le mietitrebbie… Dai, prendine una!
Shinto le sorrise con fare complice, poi spiccò una pannocchia dal gambo.
- Sì, sgranocchiala così - lo incalzò la madre, ruotando le mani.
Tobia prese a fissarlo, con la tipica espressione di aspettativa di tutti i cani. Dopo avergliene lanciato qualche pezzetto, che il cane afferrò al volo, per sputarlo subito dopo con disgusto, Shinto assaporò con piacere i chicchi gialli e duri. Pensò che sua madre in mezzo ai campi si rasserenava, i lineamenti del suo volto si addolcivano, e la sua passata bellezza riaffiorava. Il completo da lavoro le disegnava piacevolmente i seni, piccoli ma ancora alti, e la linea dei fianchi, dolce, anche se un po' troppo lunga, rispetto al corpo.
- Così! - le disse, con la bocca ancora piena, infilando le dita fra le ciocche bionde di lei. - Devi tirare indietro i capelli: lascia la fronte libera, che si veda che sei bella!
- Oh, sciocco! - fece lei, con ritrosia.
Lui si guardò intorno, con aria svagata, e pensò che nei campi si respirava la vera natura. Certo, gli odori erano un po' troppo forti - sapeva benissimo che i rifiuti organici della gente, una volta trattati, finivano in quella terra. E poi c'erano tutti quegli insetti, ai quali non era abituato, perché nei prati e nello stagno, che lui frequentava normalmente, erano meno numerosi. Però, come aveva detto anni prima Job - il celeste che era stato suo maestro - lì si vedeva proprio la natura "contenta". E questo, inspiegabilmente, aveva benefici influssi anche su sua madre. Si scoprì improvvisamente commosso, al pensiero di quella donna, dolce e remissiva, alla quale la sfortuna (la sfortuna?) aveva levato il marito così presto. Certo, prima o poi Lisia avrebbe accettato la compagnia di un altro uomo, ma in quel periodo non si poteva dire che fosse felice. Sentì il bisogno di far qualcosa per aiutarla, e decise di rinunciare all'idea - che stava coltivando - di confidarle le sue scoperte: quello sarebbe stato il suo modo di proteggerla, anche se gli costava, una volta di più, la solitudine.
Salutata la madre, prese con sé Tobia e si avviò verso la collina della pace; ma, sentendo il bisogno di vedere le cose da un punto di vista diverso dal solito, andò a sedersi dall'altra parte dello stagno, ai margini del bosco, lo sguardo rivolto ai colli esterni.
Raccolse un bastoncino di legno e prese a mordicchiarlo, mentre pensava con un brivido che forse, quella cosa contro cui il giorno prima era andato a sbattere, e su cui si era appoggiato poco dopo, era la mano di Dio, che l'aveva fermato prima che fosse troppo tardi. Qualcosa però gli diceva che, se Dio si fosse occupato direttamente di lui, gli avrebbe dato un segno un po' più chiaro della sua attenzione. Ma quella cosa… era così reale, così materiale, per quanto invisibile… Ad esempio era liscia e uniforme.
In effetti - pensò, massaggiandosi il bitorzolo sulla fronte - considerando la violenza con cui vi aveva sbattuto contro, era veramente strano che non si fosse tagliato.
Ma una parete liscia e uniforme, anche se non si vedeva, doveva avere una sua funzione: i celesti, quando parlavano del Dio che aveva creato Vane e ne aveva istituito le leggi, assicuravano che non aveva lasciato nulla al caso, che ogni oggetto di Vane aveva il suo scopo.
Forse era giunto alla fine del Creato; ma, pensò, in questo caso perché aveva visto chiaramente che i prati continuavano, oltre la barriera?
"Un muro!" capì finalmente. Si era scontrato con un muro invisibile, ecco la verità! Ma i muri servivano a creare intimità, riparo e ad impedire le distrazioni. Quello, a cosa serviva? Ovviamente era inutile rivolgere la domanda ai celesti, i quali per altro non volevano neppure che i popolari si allontanassero dal bosco... E poi c'era la paura: anche quella, in fondo, poteva essere considerata un muro, a sua volta una difesa per la stessa barriera invisibile. Però non era pericolosa… Anzi, proprio a ridosso del muro essa spariva!
Ecco, gli insegnamenti dei celesti si rivelavano falsi e fuorvianti!
Il pensiero che sua madre potesse aver ragione, e che i celesti non fossero quelle brave persone che pretendevano di essere, gli infallibili rappresentanti di un dio benevolo, gli mise lo stomaco in subbuglio: e se suo padre fosse realmente morto perché dava fastidio? I celesti avevano ucciso suo padre?!?
Sentì delle grosse lacrime scendergli lungo le guance, mentre un'ondata di commozione gli serrava il petto. Non era mai stato particolarmente attaccato al ricordo di Sorgo, ma in quel momento sentì un feroce senso di colpa, al pensiero di averlo in qualche modo tradito, di non aver mai sofferto più di tanto la sua assenza, e forse anche di averlo considerato un po' colpevole, perché - in definitiva - l'aveva abbandonato quando lui era ancora un bambino.
E invece, ecco, adesso intuiva che forse era morto proprio per lui, per smascherare un inganno, per far sì che suo figlio vivesse una vita migliore, libera da imbrogli e violenze.
In quello stesso istante, poco distanti da lui, un ragazzo e una ragazza si stavano scambiando delle effusioni, al riparo di un basso cespuglio. Shinto non li aveva notati, ma loro sì. In un primo tempo non gli avevano badato, poi però la ragazza si era distratta.
- Come si chiama? - chiese, voltandosi verso di lui.
- Shinto. È un tipo strano.
- Ma... cosa fa lì, da solo? Aspetta, sta piangendo!
- Te l'ho detto, Lans, è un tipo strano. Suo padre è morto in una zero.
- Lo dici come se questa fosse la causa della sua stranezza…
- Senti, ma che t'importa? Non socializza, lo sanno tutti!
- Già - convenne Lans, ma ormai la sua attenzione era rivolta altrove.
- Va bene, ho capito - disse il ragazzo, leggermente spazientito. - Per oggi basta. Me ne vado. Tu resti qui?
- Ancora un po', sì.

*

Alla fine, stanco di ragionare su problemi dei quali non vedeva la soluzione, si alzò bruscamente in piedi, deciso ad agire. Tobia iniziò a tirargli l'orlo della tuta, invitandolo a giocare, ma lui restò fermo, indeciso per qualche istante se portarselo appresso o no.
- No, Tobia, non adesso - gli disse. - Vieni, invece, accompagnami, ti porto a fare un giro sui colli.
Diede una rapida occhiata in giro, per assicurarsi di non essere visto, poi aggirò il laghetto e s'incamminò per la collina della pace. Questa volta non stava inseguendo Tobia: questa volta il peccato era voluto e cercato. Si rese conto che stava varcando una soglia, ma spazzò questi pensieri con una smorfia: la curiosità era troppo forte.
Non aveva notato una ragazzina, che lo fissava dall'ombra di un cespuglio.
Aveva superato da pochi metri il culmine del primo colle, quando il cane prese ad uggiolare. Shinto si voltò indietro per incoraggiarlo, pensando che volesse fermarsi per pura pigrizia. Il cane però, anziché seguirlo, puntò le zampe e si mise ad abbaiare. Allora tornò indietro e lo prese in braccio: sapeva che di lì a poco avrebbe raggiunto il punto in cui iniziava quella strana paura, e l'idea di avere Tobia al suo fianco non gli dispiaceva. Fatti alcuni passi, però, l'animale guaì disperatamente e si divincolò con tale disperazione, che riuscì a sgusciargli dalle braccia, indirizzandosi subito verso lo stagno. Lo rincorse per un poco, poi vide spuntare una ragazza dal ciglio della collina.
- … Shinto? - chiese imbarazzata la giovane, con il capo leggermente inclinato e gli occhi spalancati.
Mentre Tobia approfittava del diversivo per scappar via, lui rimase impietrito, pensando che l'avevano scoperto, che la sua vita era finita, che sua madre, dopo il marito, avrebbe perso anche il figlio, e tutto a causa di una stupida, presuntuosa idea, tutto per colpa di una curiosità veramente inutile: ebbene, i celesti mentivano, e allora? Di fronte all'immagine di sua madre sola e disperata, tutte le elucubrazioni sul muro e sui celesti sembravano sciocchezze prive d'importanza.
Questi pensieri gli attraversarono la mente nello spazio di un istante.
- Io sono Shinto - rispose invece, quasi ammettendo con orgoglio la propria colpa.
- Io… io mi chiamo Lans - disse lei, con un tenue sorriso.
Allora lui intuì che quella ragazza non l'aveva seguito per denunciarlo ai celesti.
- Sì, credo di averti già vista… sei della Seconda - disse, incapace di trovare parole un po' più acute.
- Sì, anch'io ti ho già visto. Ma… cosa fai qui? Non si può.
Shinto prese la decisione in maniera del tutto istintiva. Non sapeva perché, ma sentiva che stava facendo la cosa giusta. La prese per mano e la trascinò con sé.
- Vieni, devo farti vedere una cosa - esclamò, senza neanche guardarla.
Fatti pochi passi, si sentì pervadere dalla solita angoscia. Nel medesimo istante la ragazza prese a urlare, portandosi le mani alle orecchie. Convinto che provasse le sue stesse sensazioni, la prese in braccio di forza e, mentre lei tentava di divincolarsi, corse a perdifiato verso il muro, urlando anche lui per vincere il terrore.
Rallentò poco prima del muro, cercando di ricordare l'ampiezza della zona della paura, per non sbattere nuovamente contro il "muro".
L'urto fu molto più attutito della prima volta. Si abbandonò esausto contro la parete invisibile, tenendo sempre la ragazza stretta a sé, poi si accorse che era svenuta.
Se la ritrovò così tra le braccia, il volto esanime a pochi centimetri dal suo. In un primo momento provò l'istinto di appoggiarla a terra; poi però scoprì che quella posizione gli piaceva. La strinse a sé, mentre con l'altra mano le accarezzava piano la tempia, passando le dita fra i capelli. Nel frattempo la fissava, studiandone i lineamenti, e scoprì che erano di una dolcezza inusuale.
Era proprio bella, il volto si adattava perfettamente al palmo della sua mano. La fronte era ampia e quadrata, circondata dall'attaccatura regolare di capelli castani e lisci, che poco dopo s'increspavano in piccole onde. I muscoli del viso erano rilassati, ma in maniera innaturale, e lui provò una fitta di rimorso per quello che aveva fatto: con che diritto l'aveva resa partecipe dei suoi peccati? Gli venne da pensare che un viso così dolce non avrebbe mai dovuto conoscere il dolore. L'accarezzò ancora, passando le dita sulle sopracciglia, appena accennate e morbide come piume. Stava già per rianimarla (sapeva che non è un bene restare a lungo svenuti), quando, notando alcuni piccoli movimenti nel suo volto ed una mutazione del respiro, ebbe la sensazione che si fosse già ripresa. Provò un istante d'imbarazzo e perse la sua prima occasione.
- Scusami, scusami… - prese a mormorare. - Mi dispiace, non dovevo sottoporti a questo…. questo… questa cosa.
- Oh… mi ha fatto tanto male - disse lei, mettendosi a sedere e massaggiandosi le orecchie. - Per fortuna che adesso è passato…
- Male?! Non avevi paura?
- No, solo male. Ma… perché l'hai fatto? I celesti lo sanno, dev'essere per questo che dicono di non allontanarsi dal bosco.
- Guarda qui - disse lui, scostando la testa.
- Dove? Ma… su cosa sei appoggiato? Come fai a stare così?
Dammi la mano - disse lui. E provò un brivido intenso, a stringere quella mano morbida, liscia e calda, che si lasciava guidare. Gliel'accostò dolcemente al muro, finché lei sobbalzò.
- Ma non c'è niente! Eppure… - spinse con la mano. - Eppure c'è qualcosa che m'impedisce di…
Mentre lei restava sbalordita, continuando a tastare il muro, Shinto provò un empito di pura gioia, vedendo che qualcun altro era in grado di provare le sue stesse sensazioni, soprattutto vedendo che quella ragazza dolce, bella, di una bellezza che sapeva di giustizia e d'innocenza, si lasciava guidare da lui. In un istante pregno di magia, sentì che con lei al suo fianco avrebbe potuto affrontare qualsiasi cosa, sfidare i celesti, smascherare le loro falsità, e avrebbe sempre saputo di trovarsi dalla parte del giusto.
- Tu non mi tradirai, vero Lans? - le chiese, con un sussurro.
Lei lo guardò negli occhi, apertamente.
- Non lo farò mai - rispose, come se avesse aspettato da tempo quella domanda. Shinto, ritenendola molto più conscia della situazione di quanto in realtà non fosse, avrebbe voluto mettersi a ballare e a saltellare tutt'intorno, cantando a squarciagola, ma si limitò ad alzarsi, voltandosi verso il "muro".
- Ho scoperto questa cosa un po' di tempo fa - disse, per uscire da quel momento d'imbarazzo. - Io credo che i celesti mentano, riguardo a queste cose.
- Mentano?!
- Pensaci un attimo: hai visto anche tu che questo è una sorta di muro.
- Un muro… - rispose lei, accarezzando la superficie con la mano aperta, mentre un lungo brivido la percorreva.
- I muri servono solo a due cose: creare intimità e impedire distrazioni. Eppure vedi anche tu che qui la salita continua. E quella p… quel dolore che hai provato prima, e che poi è passato, appena siamo arrivati qui, non è anche quello un altro "muro"?
- Ma perché i celesti non vorrebbero che noi veniamo qui? Non c'è niente da vedere!
- Non lo so, il perché, ma io sono convinto che mentono. Adesso vieni, allontaniamoci da qui.
Le sensazioni spiacevoli ripresero subito, ma Lans scoprì che, premendo forte le mani sulle orecchie, la testa le faceva meno male - solo un poco - e con i gesti invitò Shinto a imitarla.
Dopo pochi minuti stavano entrambi con la schiena appoggiata alla palma grande. Shinto sfiorava con la sua la spalla di lei, ben conscio di questo contatto, nonostante la sua mente lavorasse freneticamente nel tentativo di far quadrare fra loro i nuovi fatti.
Lans invece si sentiva frastornata, come se lui, in qualche modo, continuasse a trascinarla da qualche parte misteriosa, e lei fosse incapace di opporsi.
- Shinto, i celesti non possono mentire! - esclamò ad un tratto, rompendo il silenzio. - Loro sono diversi da noi, loro nascono diversi. Hai detto una bestemmia. Io… tu mi piaci, e verrei nel boschetto con te anche adesso, se non fossi così sconvolta, ma dici delle cose troppo… troppo strane!
Lui non rispose subito, perché l'esplicita proposta di Lans l'aveva scosso. Non era così che doveva succedergli la prima volta! Certo, anche lui voleva portarla nel bosco, praticamente da quando ne aveva stretto il volto tra le mani, ma adesso quella prospettiva lo terrorizzava: non l'aveva mai fatto, con nessuna! Se lei se ne fosse accorta, l'avrebbe certamente deriso: nessuno, a sedici anni, aspettava ancora il primo bacio! No, non poteva rischiare. Decise quindi di parlare di quell'altra cosa, perdendo la sua seconda occasione.
- Certo, mi rendo conto che posso sembrarti sciocco. Ma vedi, la parete c'è, l'hai sentita anche tu. E loro non ne parlano mai… Non ne hanno mai parlato! Forse siamo gli unici popolari che ne conoscono l'esistenza.
- E chi ti dice che loro ne sappiano qualcosa? La testa mi faceva un male cane, mentre mi trascinavi! Forse loro sanno solo che avvicinarsi a quel punto fa male, così lo sconsigliano. E poi, come ha fatto a venirti in mente l'idea di andarci, la prima volta?
Shinto non rispose, ma pensò che forse anche lui si stava fissando su idee strane, proprio come sua madre. Combattuto dai dubbi, capì per la prima volta quanto sia difficile confrontare le proprie idee con quelle degli altri. Difficile, ma anche piacevole, soprattutto se "gli altri" erano Lans.
- Sai, in fondo per me non è così importante - ammise. - Però mi ha fatto conoscere te. - La guardò sorridendo, con un'ombra di richiesta di scuse negli occhi. - Se vuoi, non parliamone più.
- Domani andiamo a scuola insieme? - chiese lei, che evidentemente aveva subito apprezzato la prospettiva di rimuovere quell'argomento dai loro discorsi.
- Si!… Passerò a prenderti! - disse Shinto di slancio, entusiasmato da quella prospettiva, che oltre a tutto inseriva un piccolo gradino intermedio, tra la collina della pace ed il famigerato boschetto.