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Vane Capitolo
I. Vista da un osservatore anche attento,
la cosa era immobile; eppure ferveva di attività. Non era cosciente, ma
conteneva in sé forze sovrumane. Non aveva sensazioni, non provava sentimenti:
viveva e lavorava. A distanza di anni però, nel lago piatto della
sua esistenza, passava una sorta di onda, una lieve increspatura, che la riscaldava
tutta e la faceva fremere. Ma si trattava di un istante. * Shinto
era un popolare di sedici anni. Come tutti i ragazzi di Vane era dotato di un
fisico atletico, ma rispetto agli altri aveva una certa tendenza ad esporlo, che
si sarebbe potuta scambiare per esibizionismo. I lineamenti del suo volto, virili
nonostante la giovane età, ma ingentiliti dagli zigomi e dal mento poco
pronunciati, gli accattivavano particolari simpatie, da parte di amici e conoscenti;
lui però viveva i rapporti umani con imbarazzo: gli riusciva naturale essere
affabile e disponibile con tutti, ma non sapeva spingersi oltre la pura cortesia.
In realtà, si sentiva a suo agio unicamente nei momenti di solitudine,
come in quell'ultimo scampolo di pomeriggio, che stava trascorrendo comodamente
appoggiato alla palma "grande", come la chiamava lui, lungo la china
erbosa dello stagno di Vane. Prediligeva quel luogo da sempre, lo chiamava
"la collina della pace", e l'amava soprattutto perché da lì
si sentivano schiamazzare in lontananza i ragazzi più giovani: gli echi
giungevano attutiti e tenevano compagnia, senza però disturbare la quiete
ed il corso dei suoi pensieri. Lo stagno, abbastanza fuori mano rispetto
al gruppo di case che costituiva il centro abitato, era scarsamente frequentato,
forse perché il terreno ripido e scoperto che per gran parte lo circondava
era poco adatto ai giochi dei più piccoli; ma anche gli adolescenti lo
evitavano, preferendo in genere, per le loro prime scaramucce amorose, l'ombra
delle frasche. Shinto si sentiva troppo "grande" per frequentare
i primi, e non aveva ancora provato gli stimoli tipici dei secondi. E poi,
lo sapeva bene, c'era in lui qualcosa di strano. A volte le sue parole non venivano
recepite secondo il significato voluto, e lui aveva quasi l'impressione di parlare
un'altra lingua. Questo lo addolorava, e un po' lo preoccupava, dal momento che
a Vane tutti consideravano essenziale la socializza-zione. Da un po' di tempo,
poi, gli riusciva molesta persino la solitudine: Tobia, il suo cane, non riempiva
più i lunghi pomeriggi, durante i quali sua madre era fuori a lavorare
e lui studiava a casa. Certamente gli voleva sempre bene, tant'è vero che
anche quel giorno l'aveva portato a spasso con sé, ma... Ad un certo
punto si accorse che il cane, che sino a poco prima si era aggirato scodinzolando
intorno allo stagno, era scomparso. Mentre le ombre iniziavano ad allungarsi -
era quasi l'ora di cena - capì che doveva essere andato a scorrazzare per
i "colli esterni" e pensò che mettersi alla sua ricerca non era
una buona idea: tutti sconsigliavano di allontanarsi troppo dal villaggio, e la
collina della pace era già vicina al limite... Restò alcuni
istanti in piedi, indeciso sul da farsi. Poi pensò che non poteva lasciarlo
all'addiaccio per tutta la notte: era ancora un cucciolo. Immerso in questi pensieri
prese a chiamarlo, scrutando gli immediati dintorni. Quando decise di salire
la china, il sole era appena tramontato. Certo, doveva esistere un qualche insegnamento
religioso che proibiva esplicitamente di inoltrarsi per i colli esterni - ne era
quasi sicuro. Eppure, tutte le volte che aveva chiesto i motivi di quella proibizione,
aveva ricevuto delle risposte oscure. Forse fu questo che lo spinse ad agire:
"Almeno saprò cosa c'è di male" pensò, ed in tal
modo stabilì, senza saperlo, il corso futuro della sua esistenza. Già
alcune volte gli istruttori avevano fatto presente ai celesti la sua predisposizione
ad infrangere piccole regole, ma le denunce erano sempre state accolte con sufficienza,
come se le vere trasgressioni, a Vane, fossero del tutto impossibili. E poi, la
sua condizione di orfano costituiva una comoda spiegazione per tutti. S'incamminò
lentamente, guardandosi attorno per cercare Tobia, ma anche per controllare che
nessuno lo seguisse. Aveva già superato un paio di dossi, e della
città vedeva solamente il Quartiere, la parte più alta del centro
abitato, quella riservata ai celesti, quando d'un tratto lo colse una certa inquietudine
e si sentì in colpa, ammettendo finalmente fra se e se di aver compiuto
un atto proibito. Molti popolari sostenevano che i celesti, grazie al loro contatto
privilegiato con Dio, potevano sapere in qualsiasi momento ciò che faceva
ogni singolo abitante di Vane. Però il pensiero che il suo amico si fosse
fatto male ad una zampa lo spinse a continuare: Dio avrebbe capito. Questa
supposizione non lo tranquillizzò; anzi, si accorse che più andava
avanti, più l'inquietudine cresceva. Il cuore aveva accelerato le pulsazioni,
così si fermò per un istante e provò a gridare il nome del
cane, ma dalla gola gli uscì solamente un suono rauco e tremante. Prese
a correre, mentre il timore cresceva, montava, lo invadeva. Ormai in preda
al panico, volgeva lo sguardo tutt'intorno, non più per cercare Tobia,
ma per il presentimento di scorgere da un istante all'altro qualcosa di orribile.
Durante le esercitazioni più dure, la mente urlava "Ora! Ora!",
perché non sopportava più l'attesa e bramava di vedere il pericolo
ed affrontarlo. Quella volta però era diverso: sapeva che, se avesse smesso
di correre, sarebbe impazzito. All'improvviso sentì un colpo violentissimo
alla testa. L'urto fu così potente, che lui rimbalzò all'indietro
e cadde per terra. Si rialzò subito e, mentre al terrore subentrava una
furia cieca, lanciò un urlo belluino e disperato, e si mise a colpire,
usando tutte le tecniche che conosceva. Davanti a lui non vi era nulla - vedeva
confusamente che la salita continuava - ma le sue mani ed i piedi cozzavano ugualmente
contro qualcosa di solido. Dopo un po' cadde esausto, aspettando il colpo
finale da parte dell'avversario, che però non venne. Con una mano sulla
fronte a massaggiarsi il punto dolorante, allungò l'altra per ritrovare
l'equilibrio, ma qualcosa di freddo e liscio gl'impedì di oltrepassare
un certo punto, pur senza reagire al contatto. Ancora sconvolto, ritrasse
di scatto la mano, si alzò e si mise a correre verso il villaggio. Riprovò
subito il panico di prima, ma oramai l'ignoto rimaneva alle sue spalle, mentre
davanti a lui si avvicinavano sempre più le luci amiche del paese. * Superò
di corsa le prime case, guardato con un pizzico di stupore dagli ultimi popolari
che stavano rientrando nelle loro abitazioni, poi costeggiò a passo spedito
il Quartiere, che era come sempre avvolto nell'ombra e nel silenzio, e giunse
finalmente in prossimità della sua abitazione. Entrò, ancora
sudato ed accaldato, e s'indispettì quando notò Tobia, che stava
mangiando dalla ciotola con la consueta avidità. - Cosa succede, Shinto?
- chiese sua madre con apprensione, appena lo vide. - Sei in ritardo. E cos'hai
fatto alla fronte? Ma sei pieno di lividi! Oggi non era giorno di esercitazioni...
- Niente. Sono andato a sbattere contro un albero. Va tutto bene - tagliò
corto. Sua madre era solita elaborare teorie strampalate, per lo più a
sfondo tragico, partendo da minimi indizi e Shinto aveva imparato, in certe occasioni,
a trincerarsi nel mutismo più assoluto. Lui e la madre vivevano nella
casa posta tra l'Auditorium e la piscina, dalla parte opposta di Vane rispetto
alla collina della pace. Da quando erano rimasti soli, avevano dovuto rimodulare
il proprio appartamento, come prevedevano i ferrei regolamenti di Vane. In pratica
però la differenza si riduceva ad una stanza in meno, poiché su
Vane le abitazioni si assomigliavano tutte (almeno quelle dei popolari): ogni
casa comprendeva tre o quattro appartamenti, generalmente distribuiti su due piani;
le pareti interne bianche, i vetri a specchio e la mobilia, color legno chiaro,
erano ovunque identici; altrettanto accadeva per gli elettrodomestici, diffusi
capillarmente ed inamovibili. I pezzi d'arredamento forniti dagli "armadi"
(lenzuola, tende, asciugamani, stoviglie
) erano gli unici che si poteva
in qualche modo personalizzare, scegliendo fra le varie opzioni proposte. Ma era
impossibile affezionarsi anche a queste suppellettili, dal momento che i materiali
soggetti ad usura venivano gestiti automaticamente dagli armadi: in pratica vi
s'infilava dentro la roba sporca, si schiacciavano un paio di pulsanti, e non
si sapeva mai se quella che veniva ripresentata al successivo prelievo, pulita
e stirata, era la stessa, o una cosa del tutto nuova. Lisia lo stava guardando
con aria preoccupata. La morte del marito, dieci anni addietro, le aveva affilato
i lineamenti del volto, che pure s'intuivano belli e delicati, dietro una maschera
di dolore risentito. Ad un certo punto strinse ulteriormente le labbra, quasi
ad impedire alle parole di uscirne. Poi però non si trattenne più:
- Devi imparare a comportarti più... meno... Sei troppo vivace, Shinto!
- gli disse, mentre lui tornava dal bagno con la fronte impomatata. - Gli istruttori
l'hanno già notato e se un giorno o l'altro dovessero parlarne con chi
so io... - Ho sbattuto contro un albero, ma'! - rispose lui, mentre impostava
l'armadio per la cena. - "Arrosto" e insalata anche per te? - I
celesti possono sapere tutto, possono vedere tutto. Ricorda com'è morto
tuo padre. Ricordalo. Le loro discussioni più accese terminavano invariabilmente
in questo modo; il padre di Shinto era morto durante un' "esercitazione",
una prova di combattimento fisico contro le "sagome", creature artificiali
semi-animate. Tutti i popolari tra i quattordici e i trentacinque anni dovevano
sottoporvisi periodicamente; in più, un paio di volte nella loro vita,
dovevano combattere una "zero", una prova in cui le creature non erano
controllate dagli istruttori e quindi il grado di sicurezza era praticamente nullo.
Sorgo, il padre di Shinto, era morto proprio in una zero e alcuni popolari - fra
i quali sicuramente la sua vedova - pensavano che quel tipo di esercitazioni servisse
ai celesti per sbarazzarsi delle persone scomode. * Appena
terminata la cena, Shinto andò a fare due passi nel parco, poco lontano
da casa sua. Si trattava di un punto di ritrovo frequentato assiduamente dai giovani
popolari, poiché era l'unica parte del bosco in cui gli alberi lasciavano
il posto a piccole radure pianeggianti, rigogliose d'erba rasata. I prati erano
punteggiati qua e là da laghetti di varie dimensioni, le cui acque placide
e fresche invitavano ai giochi ed alla compagnia. Come si aspettava, lungo
la strada incontrò Funo, uno dei pochi coetanei con i quali riusciva ad
avere un minimo di confidenza. Si fermarono a chiacchierare sul ciglio della radura,
appena superati gli ultimi alberi che circondavano le case. Shinto accennò
per sommi capi il racconto dell'esperienza appena vissuta. - ... invisibile,
ti dico, una cosa da incubo! - gli stava dicendo. - Oh, non riesco a capire,
Shinto, mi dispiace - rispose l'altro. Lui si voltò dall'altra parte,
spazientito. Funo continuava a fissarlo, con gli occhi dolci e un po' vacui degli
adolescenti di Vane. - Scusami, Funo, ho scherzato - gli disse. - Volevo
inventare un altro gioco, ma vedo che non è molto divertente. Il ragazzino
gli posò una mano sulla spalla, per consolarlo dell'insuccesso. - Non
importa, Shinto. Perché non andiamo a giocare con gli altri, dai laghetti?
- gli chiese, con occhi scintillanti d'eccitazione. - No, grazie, vai tu.
Ricevette un'occhiata meravigliata e dispiaciuta, che ormai conosceva bene. Funo
rimase interdetto ancora un istante, poi si mise a correre verso l'acqua.
In quel modo lui restò solo, sempre più conscio del solco che stava
scavando tra sé e gli altri. Eppure non era lui, a volerlo, erano le situazioni:
provava cose che gli altri non provavano, vedeva cose che gli altri non vedevano.
* Il mattino
successivo si svegliò con il solito mal di testa. Da tempo non vi faceva
più caso, soprattutto dopo che i celesti avevano rinunciato a formulare
ipotesi sulle cause di quel malessere: l'avevano visitato, l'avevano interrogato,
erano giunti al punto di infilarlo in uno di quei "sanitari" in cui,
tanti anni addietro, era morto suo padre: non era servito a nulla. Allora avevano
provato a cambiargli il cuscino, e poi l'intero letto; un bel giorno avevano allontanato
lui e la madre dalla casa e vi erano entrati in gruppo, portando con sé
alcuni oggetti voluminosi, accuratamente occultati dentro imballature posticce.
Dopo un altro mese, constatata l'inutilità di ogni tentativo, gli avevano
tenuto un lungo discorso, infarcito di "patìe" e "gèniti",
dal quale Shinto aveva tratto il succo che col mal di testa doveva imparare a
convivere. Sua madre aveva accolto quel responso con tragica rassegnazione, mista
a sollievo. Lui invece l'aveva accettato con serenità, anche perché
il dolore cessava regolarmente, pochi minuti dopo aver abbandonato il letto. Anche
quel giorno, quindi, fu lesto ad alzarsi e andò a fare colazione insieme
a Lisia. Lei lo stava aspettando, seduta. Iniziò a parlare al suo secondo
boccone. - Mangia piano, Shinto, poi non digerisci e
e
-
Rimango appesantito. Lo so, mamma - rispose lui. - Cerca di stare tranquilla,
vuoi? L'esercitazione di oggi è normale, sarà la solita sciocchezza.
- Ma proprio tu
"Tutte le volte lo stesso discorso!" pensò
il giovane, esasperato. - Non è una zero, ma' - disse poi con dolcezza,
riponendo il piatto vuoto nell'armadio. - Hai preso le vitamine? E l'energetico,
l'hai preso? - Ho preso tutto, era già incluso nel menù. Ti
chiamo appena ho finito, va bene? - Vai. Sta attento. Lisia restò
sola, a macerarsi con le sue ansie, incapace di conciliare il suo odio blasfemo
verso i celesti con la sua religiosità, alimentata da una fede in Dio pressoché
assoluta. Il terribile segreto che custodiva, se da un lato le forniva una nebulosa
spiegazione di tutto, dall'altro le impediva di cercare conforto, soprattutto
nel figlio. Chiuse gli occhi e pregò. Shinto costeggiò i pochi
caseggiati che separavano la sua abitazione dalla palestra, poi entrò nell'ampio
edificio, servendosi dell'ingresso laterale, che portava direttamente al sotterraneo
(il piano terra era costituito dall'Auditorium, che veniva usato nelle rarissime
occasioni in cui i celesti convocavano un'assemblea generale dei popolari).
Arrivato in palestra, riconobbe i ragazzi già presenti, li salutò
ed entrò insieme a loro nello spogliatoio. Si svestì rapidamente
ed entrò nelle docce, scambiando con gli altri i soliti scherzi. Dopo la
pioggia di vento rientrò nel vestibolo, indossò la pesante tuta
da combattimento e ricevette dall'istruttore il coltello ed il tirapugni. Intorno
a lui, gli altri ragazzi chiassavano allegramente e con apparente spensieratezza.
Vide sul tabellone che avrebbe combattuto da solo. Si avviò verso
il primo cubo libero, varcò la soglia esterna ed attese l'autorizzazione
ad entrare. Mentre il cubo preparava lo scenario programmato per la sua esercitazione,
controllò meccanicamente che tutto l'equipaggiamento fosse a posto, dai
lacci degli anfibi ai velcro della mimetica. Notò con disappunto che dall'altra
parte della guardiola iniziava a cadere la neve: aveva sempre odiato il freddo.
Dopo un paio di minuti il terreno era tutto imbiancato, ma l'intensità
della nevicata non accennava a diminuire, mentre una corrente d'aria faceva turbinare
i fiocchi in tutte le direzioni. Svolse da una tasca la mimetica bianca e si affrettò
ad indossarla. Alla fine la porta interna si aprì e fu subito investito
dall'aria gelida. Avanzò con decisione, nonostante il vento fortissimo
gli sbattesse sul viso grossi fiocchi di neve. Giunto in mezzo alla radura, iniziò
a muoversi con circospezione, cercando di scrutare nella tormenta. All'improvviso,
da dietro una cunetta che il bianco uniforme del paesaggio rendeva quasi invisibile,
vide sbucare un'enorme sagoma bianca. Mentre sguainava il pugnale, notò
i suoi artigli e le zanne affilate, e ne calcolò mentalmente le capacità
d'allungo. Iniziò a muoversi in tondo, dimenticando il freddo e limitandosi
a socchiudere gli occhi per evitare che la neve lo accecasse. Studiò i
movimenti della sagoma e si avvide della sua lentezza. Provò qualche finta
e prese nota del suo scarso equilibrio: sembrava una cosa facile. Le si avventò
contro, agitando la lama, poi si buttò a terra e falciò con le gambe,
per atterrarla. Questa però, con un guizzo d'agilità insospettabile
fino a quel momento, saltò a piè pari e si fermò a fissarlo,
mentre lui, compiute due capriole, si rialzava rapidamente. "Va bene,
fai tu la prima mossa" pensò allora. Dopo alcuni istanti l'automa
prese a indietreggiare, grugnendo. Shinto restò interdetto, poi ricordò
che non sempre le esercitazioni si concludevano in modo cruento. Addirittura,
qualcuno raccontava di sagome che si erano messe a parlare e avevano intrapreso
relazioni amichevoli. Ai ragazzi era lasciata la più ampia libertà
d'azione, anche se quasi sempre si finiva con uno scontro. Shinto sapeva che avrebbe
potuto inseguire l'avversario e provare ad attaccarlo, ma non era per natura violento,
così aspettò ancora un po'. Alla fine, quando fu chiaro che la sagoma
non si curava più di lui, tornò verso l'uscita. - I soliti fortunelli!
- lo prese in giro Gozo mentre, terminato il briefing, facevano la doccia insieme
agli altri. Come ogni volta, finite le esercitazioni vere e proprie, i ragazzi
ne avevano visionato i filmati insieme agli istruttori, dai quali erano giunti
commenti e consigli sui comportamenti da seguire nelle situazioni più disparate.
Gozo era un ragazzo pieno di vita, sempre pronto a motteggiare gli altri,
compresi gli istruttori, che erano pur sempre dei popolari, ma ne costituivano
in qualche modo l'élite, godendo di un rapporto privilegiato con i celesti.
Shinto provava per Gozo una predilezione particolare, forse perché
riusciva a sdrammatizzare quegli stessi momenti che lui viveva con preoccupazione
e riflessione. - Già, e tu allora? - lo rimbeccò, facendosi
sentire dagli altri. - Mancava poco che ti facevi sgozzare da quella
da
quella lucertola. - "Lucertola"? Era alta due metri e mezzo! * Aveva
il pomeriggio libero, così, terminato il pranzo, accompagnò Lisia
fino ai campi. Mentre chiacchieravano sui vantaggi del lavoro agricolo, rispetto
alle altre occupazioni popolari, Shinto pensò che in fondo sua madre era
una persona piacevole, quando non si lasciava trascinare dalle sue macabre elucubrazioni.
Lei invece stava pensando che gli occhi di suo figlio a volte brillavano di curiosità
e intelligenza, e che era veramente strano che i celesti non si fossero mai accorti
di questa sua peculiarità. Questo pensiero però le fece tornare
l'ansia e, con un procedimento cui era ormai avvezza, lo scacciò prontamente.
- Guarda, stanno venendo su proprio bene - gli disse, mentre si addentravano
nel campo di granturco. - Vedi, a quest'altezza sono quasi pronte
fra poco
metteremo in funzione le mietitrebbie
Dai, prendine una! Shinto le sorrise
con fare complice, poi spiccò una pannocchia dal gambo. - Sì,
sgranocchiala così - lo incalzò la madre, ruotando le mani.
Tobia prese a fissarlo, con la tipica espressione di aspettativa di tutti i cani.
Dopo avergliene lanciato qualche pezzetto, che il cane afferrò al volo,
per sputarlo subito dopo con disgusto, Shinto assaporò con piacere i chicchi
gialli e duri. Pensò che sua madre in mezzo ai campi si rasserenava, i
lineamenti del suo volto si addolcivano, e la sua passata bellezza riaffiorava.
Il completo da lavoro le disegnava piacevolmente i seni, piccoli ma ancora alti,
e la linea dei fianchi, dolce, anche se un po' troppo lunga, rispetto al corpo.
- Così! - le disse, con la bocca ancora piena, infilando le dita fra
le ciocche bionde di lei. - Devi tirare indietro i capelli: lascia la fronte libera,
che si veda che sei bella! - Oh, sciocco! - fece lei, con ritrosia. Lui
si guardò intorno, con aria svagata, e pensò che nei campi si respirava
la vera natura. Certo, gli odori erano un po' troppo forti - sapeva benissimo
che i rifiuti organici della gente, una volta trattati, finivano in quella terra.
E poi c'erano tutti quegli insetti, ai quali non era abituato, perché nei
prati e nello stagno, che lui frequentava normalmente, erano meno numerosi. Però,
come aveva detto anni prima Job - il celeste che era stato suo maestro - lì
si vedeva proprio la natura "contenta". E questo, inspiegabilmente,
aveva benefici influssi anche su sua madre. Si scoprì improvvisamente commosso,
al pensiero di quella donna, dolce e remissiva, alla quale la sfortuna (la sfortuna?)
aveva levato il marito così presto. Certo, prima o poi Lisia avrebbe accettato
la compagnia di un altro uomo, ma in quel periodo non si poteva dire che fosse
felice. Sentì il bisogno di far qualcosa per aiutarla, e decise di rinunciare
all'idea - che stava coltivando - di confidarle le sue scoperte: quello sarebbe
stato il suo modo di proteggerla, anche se gli costava, una volta di più,
la solitudine. Salutata la madre, prese con sé Tobia e si avviò
verso la collina della pace; ma, sentendo il bisogno di vedere le cose da un punto
di vista diverso dal solito, andò a sedersi dall'altra parte dello stagno,
ai margini del bosco, lo sguardo rivolto ai colli esterni. Raccolse un bastoncino
di legno e prese a mordicchiarlo, mentre pensava con un brivido che forse, quella
cosa contro cui il giorno prima era andato a sbattere, e su cui si era appoggiato
poco dopo, era la mano di Dio, che l'aveva fermato prima che fosse troppo tardi.
Qualcosa però gli diceva che, se Dio si fosse occupato direttamente di
lui, gli avrebbe dato un segno un po' più chiaro della sua attenzione.
Ma quella cosa
era così reale, così materiale, per quanto
invisibile
Ad esempio era liscia e uniforme. In effetti - pensò,
massaggiandosi il bitorzolo sulla fronte - considerando la violenza con cui vi
aveva sbattuto contro, era veramente strano che non si fosse tagliato. Ma
una parete liscia e uniforme, anche se non si vedeva, doveva avere una sua funzione:
i celesti, quando parlavano del Dio che aveva creato Vane e ne aveva istituito
le leggi, assicuravano che non aveva lasciato nulla al caso, che ogni oggetto
di Vane aveva il suo scopo. Forse era giunto alla fine del Creato; ma, pensò,
in questo caso perché aveva visto chiaramente che i prati continuavano,
oltre la barriera? "Un muro!" capì finalmente. Si era scontrato
con un muro invisibile, ecco la verità! Ma i muri servivano a creare intimità,
riparo e ad impedire le distrazioni. Quello, a cosa serviva? Ovviamente era inutile
rivolgere la domanda ai celesti, i quali per altro non volevano neppure che i
popolari si allontanassero dal bosco... E poi c'era la paura: anche quella, in
fondo, poteva essere considerata un muro, a sua volta una difesa per la stessa
barriera invisibile. Però non era pericolosa
Anzi, proprio a ridosso
del muro essa spariva! Ecco, gli insegnamenti dei celesti si rivelavano falsi
e fuorvianti! Il pensiero che sua madre potesse aver ragione, e che i celesti
non fossero quelle brave persone che pretendevano di essere, gli infallibili rappresentanti
di un dio benevolo, gli mise lo stomaco in subbuglio: e se suo padre fosse realmente
morto perché dava fastidio? I celesti avevano ucciso suo padre?!?
Sentì delle grosse lacrime scendergli lungo le guance, mentre un'ondata
di commozione gli serrava il petto. Non era mai stato particolarmente attaccato
al ricordo di Sorgo, ma in quel momento sentì un feroce senso di colpa,
al pensiero di averlo in qualche modo tradito, di non aver mai sofferto più
di tanto la sua assenza, e forse anche di averlo considerato un po' colpevole,
perché - in definitiva - l'aveva abbandonato quando lui era ancora un bambino.
E invece, ecco, adesso intuiva che forse era morto proprio per lui, per smascherare
un inganno, per far sì che suo figlio vivesse una vita migliore, libera
da imbrogli e violenze. In quello stesso istante, poco distanti da lui, un
ragazzo e una ragazza si stavano scambiando delle effusioni, al riparo di un basso
cespuglio. Shinto non li aveva notati, ma loro sì. In un primo tempo non
gli avevano badato, poi però la ragazza si era distratta. - Come si
chiama? - chiese, voltandosi verso di lui. - Shinto. È un tipo strano.
- Ma... cosa fa lì, da solo? Aspetta, sta piangendo! - Te l'ho detto,
Lans, è un tipo strano. Suo padre è morto in una zero. - Lo
dici come se questa fosse la causa della sua stranezza
- Senti, ma che
t'importa? Non socializza, lo sanno tutti! - Già - convenne Lans, ma
ormai la sua attenzione era rivolta altrove. - Va bene, ho capito - disse
il ragazzo, leggermente spazientito. - Per oggi basta. Me ne vado. Tu resti qui?
- Ancora un po', sì. * Alla
fine, stanco di ragionare su problemi dei quali non vedeva la soluzione, si alzò
bruscamente in piedi, deciso ad agire. Tobia iniziò a tirargli l'orlo della
tuta, invitandolo a giocare, ma lui restò fermo, indeciso per qualche istante
se portarselo appresso o no. - No, Tobia, non adesso - gli disse. - Vieni,
invece, accompagnami, ti porto a fare un giro sui colli. Diede una rapida
occhiata in giro, per assicurarsi di non essere visto, poi aggirò il laghetto
e s'incamminò per la collina della pace. Questa volta non stava inseguendo
Tobia: questa volta il peccato era voluto e cercato. Si rese conto che stava varcando
una soglia, ma spazzò questi pensieri con una smorfia: la curiosità
era troppo forte. Non aveva notato una ragazzina, che lo fissava dall'ombra
di un cespuglio. Aveva superato da pochi metri il culmine del primo colle,
quando il cane prese ad uggiolare. Shinto si voltò indietro per incoraggiarlo,
pensando che volesse fermarsi per pura pigrizia. Il cane però, anziché
seguirlo, puntò le zampe e si mise ad abbaiare. Allora tornò indietro
e lo prese in braccio: sapeva che di lì a poco avrebbe raggiunto il punto
in cui iniziava quella strana paura, e l'idea di avere Tobia al suo fianco non
gli dispiaceva. Fatti alcuni passi, però, l'animale guaì disperatamente
e si divincolò con tale disperazione, che riuscì a sgusciargli dalle
braccia, indirizzandosi subito verso lo stagno. Lo rincorse per un poco, poi vide
spuntare una ragazza dal ciglio della collina. -
Shinto? - chiese imbarazzata
la giovane, con il capo leggermente inclinato e gli occhi spalancati. Mentre
Tobia approfittava del diversivo per scappar via, lui rimase impietrito, pensando
che l'avevano scoperto, che la sua vita era finita, che sua madre, dopo il marito,
avrebbe perso anche il figlio, e tutto a causa di una stupida, presuntuosa idea,
tutto per colpa di una curiosità veramente inutile: ebbene, i celesti mentivano,
e allora? Di fronte all'immagine di sua madre sola e disperata, tutte le elucubrazioni
sul muro e sui celesti sembravano sciocchezze prive d'importanza. Questi pensieri
gli attraversarono la mente nello spazio di un istante. - Io sono Shinto -
rispose invece, quasi ammettendo con orgoglio la propria colpa. - Io
io mi chiamo Lans - disse lei, con un tenue sorriso. Allora lui intuì
che quella ragazza non l'aveva seguito per denunciarlo ai celesti. - Sì,
credo di averti già vista
sei della Seconda - disse, incapace di
trovare parole un po' più acute. - Sì, anch'io ti ho già
visto. Ma
cosa fai qui? Non si può. Shinto prese la decisione
in maniera del tutto istintiva. Non sapeva perché, ma sentiva che stava
facendo la cosa giusta. La prese per mano e la trascinò con sé.
- Vieni, devo farti vedere una cosa - esclamò, senza neanche guardarla.
Fatti pochi passi, si sentì pervadere dalla solita angoscia. Nel medesimo
istante la ragazza prese a urlare, portandosi le mani alle orecchie. Convinto
che provasse le sue stesse sensazioni, la prese in braccio di forza e, mentre
lei tentava di divincolarsi, corse a perdifiato verso il muro, urlando anche lui
per vincere il terrore. Rallentò poco prima del muro, cercando di
ricordare l'ampiezza della zona della paura, per non sbattere nuovamente contro
il "muro". L'urto fu molto più attutito della prima volta.
Si abbandonò esausto contro la parete invisibile, tenendo sempre la ragazza
stretta a sé, poi si accorse che era svenuta. Se la ritrovò
così tra le braccia, il volto esanime a pochi centimetri dal suo. In un
primo momento provò l'istinto di appoggiarla a terra; poi però scoprì
che quella posizione gli piaceva. La strinse a sé, mentre con l'altra mano
le accarezzava piano la tempia, passando le dita fra i capelli. Nel frattempo
la fissava, studiandone i lineamenti, e scoprì che erano di una dolcezza
inusuale. Era proprio bella, il volto si adattava perfettamente al palmo della
sua mano. La fronte era ampia e quadrata, circondata dall'attaccatura regolare
di capelli castani e lisci, che poco dopo s'increspavano in piccole onde. I muscoli
del viso erano rilassati, ma in maniera innaturale, e lui provò una fitta
di rimorso per quello che aveva fatto: con che diritto l'aveva resa partecipe
dei suoi peccati? Gli venne da pensare che un viso così dolce non avrebbe
mai dovuto conoscere il dolore. L'accarezzò ancora, passando le dita sulle
sopracciglia, appena accennate e morbide come piume. Stava già per rianimarla
(sapeva che non è un bene restare a lungo svenuti), quando, notando alcuni
piccoli movimenti nel suo volto ed una mutazione del respiro, ebbe la sensazione
che si fosse già ripresa. Provò un istante d'imbarazzo e perse la
sua prima occasione. - Scusami, scusami
- prese a mormorare. - Mi dispiace,
non dovevo sottoporti a questo
. questo
questa cosa. - Oh
mi ha fatto tanto male - disse lei, mettendosi a sedere e massaggiandosi le orecchie.
- Per fortuna che adesso è passato
- Male?! Non avevi paura?
- No, solo male. Ma
perché l'hai fatto? I celesti lo sanno, dev'essere
per questo che dicono di non allontanarsi dal bosco. - Guarda qui - disse
lui, scostando la testa. - Dove? Ma
su cosa sei appoggiato? Come fai
a stare così? Dammi la mano - disse lui. E provò un brivido
intenso, a stringere quella mano morbida, liscia e calda, che si lasciava guidare.
Gliel'accostò dolcemente al muro, finché lei sobbalzò.
- Ma non c'è niente! Eppure
- spinse con la mano. - Eppure c'è
qualcosa che m'impedisce di
Mentre lei restava sbalordita, continuando
a tastare il muro, Shinto provò un empito di pura gioia, vedendo che qualcun
altro era in grado di provare le sue stesse sensazioni, soprattutto vedendo che
quella ragazza dolce, bella, di una bellezza che sapeva di giustizia e d'innocenza,
si lasciava guidare da lui. In un istante pregno di magia, sentì che con
lei al suo fianco avrebbe potuto affrontare qualsiasi cosa, sfidare i celesti,
smascherare le loro falsità, e avrebbe sempre saputo di trovarsi dalla
parte del giusto. - Tu non mi tradirai, vero Lans? - le chiese, con un sussurro.
Lei lo guardò negli occhi, apertamente. - Non lo farò mai -
rispose, come se avesse aspettato da tempo quella domanda. Shinto, ritenendola
molto più conscia della situazione di quanto in realtà non fosse,
avrebbe voluto mettersi a ballare e a saltellare tutt'intorno, cantando a squarciagola,
ma si limitò ad alzarsi, voltandosi verso il "muro". - Ho
scoperto questa cosa un po' di tempo fa - disse, per uscire da quel momento d'imbarazzo.
- Io credo che i celesti mentano, riguardo a queste cose. - Mentano?!
- Pensaci un attimo: hai visto anche tu che questo è una sorta di muro.
- Un muro
- rispose lei, accarezzando la superficie con la mano aperta,
mentre un lungo brivido la percorreva. - I muri servono solo a due cose: creare
intimità e impedire distrazioni. Eppure vedi anche tu che qui la salita
continua. E quella p
quel dolore che hai provato prima, e che poi è
passato, appena siamo arrivati qui, non è anche quello un altro "muro"?
- Ma perché i celesti non vorrebbero che noi veniamo qui? Non c'è
niente da vedere! - Non lo so, il perché, ma io sono convinto che mentono.
Adesso vieni, allontaniamoci da qui. Le sensazioni spiacevoli ripresero subito,
ma Lans scoprì che, premendo forte le mani sulle orecchie, la testa le
faceva meno male - solo un poco - e con i gesti invitò Shinto a imitarla.
Dopo pochi minuti stavano entrambi con la schiena appoggiata alla palma grande.
Shinto sfiorava con la sua la spalla di lei, ben conscio di questo contatto, nonostante
la sua mente lavorasse freneticamente nel tentativo di far quadrare fra loro i
nuovi fatti. Lans invece si sentiva frastornata, come se lui, in qualche
modo, continuasse a trascinarla da qualche parte misteriosa, e lei fosse incapace
di opporsi. - Shinto, i celesti non possono mentire! - esclamò ad un
tratto, rompendo il silenzio. - Loro sono diversi da noi, loro nascono diversi.
Hai detto una bestemmia. Io
tu mi piaci, e verrei nel boschetto con te anche
adesso, se non fossi così sconvolta, ma dici delle cose troppo
troppo
strane! Lui non rispose subito, perché l'esplicita proposta di Lans
l'aveva scosso. Non era così che doveva succedergli la prima volta! Certo,
anche lui voleva portarla nel bosco, praticamente da quando ne aveva stretto il
volto tra le mani, ma adesso quella prospettiva lo terrorizzava: non l'aveva mai
fatto, con nessuna! Se lei se ne fosse accorta, l'avrebbe certamente deriso: nessuno,
a sedici anni, aspettava ancora il primo bacio! No, non poteva rischiare. Decise
quindi di parlare di quell'altra cosa, perdendo la sua seconda occasione.
- Certo, mi rendo conto che posso sembrarti sciocco. Ma vedi, la parete c'è,
l'hai sentita anche tu. E loro non ne parlano mai
Non ne hanno mai parlato!
Forse siamo gli unici popolari che ne conoscono l'esistenza. - E chi ti dice
che loro ne sappiano qualcosa? La testa mi faceva un male cane, mentre mi trascinavi!
Forse loro sanno solo che avvicinarsi a quel punto fa male, così lo sconsigliano.
E poi, come ha fatto a venirti in mente l'idea di andarci, la prima volta?
Shinto non rispose, ma pensò che forse anche lui si stava fissando su idee
strane, proprio come sua madre. Combattuto dai dubbi, capì per la prima
volta quanto sia difficile confrontare le proprie idee con quelle degli altri.
Difficile, ma anche piacevole, soprattutto se "gli altri" erano Lans.
- Sai, in fondo per me non è così importante - ammise. - Però
mi ha fatto conoscere te. - La guardò sorridendo, con un'ombra di richiesta
di scuse negli occhi. - Se vuoi, non parliamone più. - Domani andiamo
a scuola insieme? - chiese lei, che evidentemente aveva subito apprezzato la prospettiva
di rimuovere quell'argomento dai loro discorsi. - Si!
Passerò
a prenderti! - disse Shinto di slancio, entusiasmato da quella prospettiva, che
oltre a tutto inseriva un piccolo gradino intermedio, tra la collina della pace
ed il famigerato boschetto. |