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Mario Rigoni Stern
La vita

Mario Rigoni Stern, terzo di sette fratelli, nasce il 1° novembre del 1921 ad Asiago, un piccolo paese dell’Altipiano dei Sette Comuni nelle Prealpi venete, in provincia di Vicenza. La vita giovanile è fatta di scuola (sino alla terza avviamento al lavoro), di letture, ma anche di giochi tra quei boschi e prati che avranno tanta parte nei suoi racconti.

Nel 1938, a diciassette anni, frequenta, volontario, la Scuola militare centrale d’alpinismo d’Aosta (che poi diventerà successivamente Scuola Militare Alpina, ndr), dove in breve diviene caporale e poi caporalmaggiore e a sua volta istruttore. Si tratta di un’esperienza destinata ben presto a misurarsi con la dura realtà, perché con l’entrata in guerra dell’Italia, nella primavera del 1940, viene inviato sul fronte francese e, nel successivo novembre su quello albanese e greco, ove si guadagna la promozione a sergente. Con tale grado, dopo il trasferimento al Battaglione sciatori del Monte Cervino, il 13 gennaio 1942 parte una prima volta per la Russia, da cui rientra in primavera. Nella successiva estate è la volta del fronte del Don, che raggiunge col grado di sergente maggiore del Battaglione Vestone, della Tridentina, e dal quale, dopo l’attacco delle forze sovietiche, ha inizio il lungo e drammatico ripiegamento attraverso la steppa, culminato nella battaglia di Nikolajewka (26 gennaio 1943) per aprirsi un varco nell’accerchiamento nemico.

Il rientro in Italia avviene nella primavera, ma le disavventure non sono finite. La caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, lo trova in licenza. Richiamato al reparto, col successivo 8 settembre sulla strada di casa, viene catturato dai tedeschi. Inizia così la sua odissea nei Lager, tra Innsbruck e i campi della Prussia orientale e dell’Est europeo sino a quando, dall’Austria, valicate a piedi le montagne, il 9 maggio 1945 può finalmente rientrare in "baita", a casa.

Ma il rientro non è certo meno drammatico, per i reduci, divisi tra la tentazione dell’emigrazione e la ricerca di un ambientamento in patria. Per Rigoni Stern tale situazione si risolve nel dicembre di quello stesso anno quando, in seguito ad una manifestazione di protesta, viene assunto presso l’Ufficio imposte del catasto del suo stesso comune, Asiago, ove nel 1946 si sposa, e dove nasceranno i suoi tre figli.

Inizia a questo punto la seconda fase della sua vita: quella di scrittore che non vuole però essere considerato professionalmente tale. Gli inizi lo vedranno alle prese con le annotazioni stese nel corso degli anni, annotazioni che durante le pause di mezzogiorno dal lavoro d’ufficio batte faticosamente a macchina con due dita e che un amico invia poi in lettura a Vittorini, direttore della collana I Gettoni di Einaudi. E di quel racconto Vittorini s’innamora: lo convoca a Milano (1950) e lo sollecita a lavorare di lima sul manoscritto, dandogli anche dei suggerimenti e instaurando con l’alpino un rapporto di lunga amicizia.

Il lavoro di ripulitura procede per mesi e giunge in porto nel 1953, quando accompagnato da una presentazione dello stesso Vittorini, "Il sergente nella neve, Ricordi della ritirata di Russia" vede la luce presso Einaudi. Premiato col Viareggio Opera Prima, "Il sergente nella neve", con quel diverso modo di raccontare la guerra rispetto alla folta memorialistica in uscita nel frattempo, si guadagna le immediate simpatie dei lettori che fanno volare il libro verso le quattro edizioni in pochi mesi, con traduzioni varie in Europa e persino in Giappone, un’edizione scolastica e pure il progetto di un film con Ermanno Olmi.

Rigoni Stern appare a molti, a questo punto, l’autore di un unico libro. La smentita giunge però nove anni dopo, quando nel 1962 esce sempre presso Einaudi "Il bosco degli urogalli", un volume nel quale l’autore raccoglie i racconti che dal 1958 è venuto pubblicando su periodici mentre continuava a lavorare al catasto. E, col Premio Puccini-Senigallia, giunge a questo punto anche la definitiva consacrazione come scrittore. A scandire inizialmente gli anni successivi sono però ancora soprattutto pubblicazioni belliche ("Quota Albania"); l’esperienza russa è sempre troppo vicina, quasi come un senso di colpa per gli amici che non sono tornati; e così, dopo che nel 1969 riesce ad ottenere il pensionamento anticipato grazie ai benefici di legge a favore dei reduci, con i soldi della buonuscita decide di tornare in Russia sui luoghi del suo primo libro (e lo racconterà in "Ritorno sul Don"), una visita ripetuta nel 1975, questa volta su invito dell’agenzia di stampa sovietica Novosti.

A questo punto interviene una svolta anche narrativa, che si può cogliere ad esempio nell’inverno 1976 in un racconto comparso su Tuttolibri: è una delle tante sue "piccole storie" di uomini, che, destinata a crescergli dentro col tempo, nel 1978 approda alla felicissima "Storia di Tönle", con la quale l’anno successivo vince i premi Bagutta e Campiello, cui farà seguito, nel 1982, il premio Nonino-Risit d’aur riservato alle opere che "riaffermino gli alti valori della cultura contadina". Del resto è soprattutto in tale direzione che vanno ora le sue scritture: dai racconti che tra il 1979-80 viene pubblicando sulla Stampa col titolo "Lavori di montagna", confluiti nel 1980 con altro materiale in "Uomini, boschi e api"; a "L’anno della vittoria" (1985), che si ricollega all’esperienza di Tönle; ai racconti di "Amore di confine" (1986), "Il libro degli animali" (1990) e "Arboreto salvatico" (1991); sino ai tenerissimi "Le stagioni di Giacomo" (1995) e "Sentieri sotto la neve" (1998).

Dalla tesi per l'esame di stato di Sara Rossetto

Ci piacerebbe che la storia di Mario Rigoni Stern fosse una storia eccezionale, per la sua intensità e per la sua drammaticità. Purtroppo non è così: è la storia di un'intera generazione, mandata al macello della Seconda Guerra Mondiale con scarsa preparazione e ancor meno equipaggiamento.

Altre storie analoghe sono riportate in questo sito (v. i diari nella sezione storia).

Questo non sminuisce affatto il valore testimoniale e letterario dell'opera di Mario Rigoni Stern, tutt'altro!