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Megio la naja dei soldati modello McDonald
Di Vittorio Ravà

Abu Ghraib deve far riflettere: un esercito di professionisti non può dimenticare l'etica

L' Unità d'Italia si è compiuta grazie al servizio militare. Non so chi l'abbia detto, ma questo concetto continua ad essere tramandato. E ad essere attuale. Inviando i giovani del Sud a fare il militare al nord e quelli del nord al sud e quelli dell'est all'ovest, quasi ripetendo in maniera pedissequa l'ordine del "facimmo ammuina" della Marina Borbonica, abbiamo creato un interscambio delle culture di classe nel nostro Paese, una rete, una maglia di esperienze che, nonostante quello che alcuni dicono, né la rete di Internet, né le tv satellitari, sono in grado di sostituire . Per molti giovani, la leva è stata l'unica possibilità di viaggiare, di uscire dal proprio paese. La gente di mare ha potuto vedere le montagne per la prima volta, la gente di montagna ha potuto vedere il mare. Chiunque arrivi a New York per la prima volta, crede di esserci già stato, familiare com'è con Sex and the City; diventare commilitoni, però, oltre all'interscambio geografico, serve al proletariato e alla borghesia per scambiare le proprie culture e incrociare le diverse cult u re . Pensando ai soldati americani in Iraq, e non metto nemmeno in discussione l'esecrabilità delle torture, sono rimasto profondamente turbato dalle fotografie a mo' di souvenir che questo proletariato di McDonald's fa con i cadaveri o con i corpi martoriati, che sostituiscono quelle che i soldati che hanno liberato il Bel Paese nel 1943-45 facevano con i luoghi e i paesaggi del Gran Tour. Gli americani della Seconda Guerra Mondiale, di cui festeggiamo il 60° anniversario il 4 giugno, erano bravi, buoni e belli. Sarà perché li paragonavamo ai tedeschi, oppure perché l'autocontrollo sociale dell'esercito lavorava in un altro modo? Questi poveri cristi, anzi, queste povere criste che si spaparanzano sui cadaveri, non sono altro che tanti mostri di Milwaukee che si fanno fotografare, non credo solo perché hanno a disposizione le fotocamere digitali, ma per esibire ai loro amici qualcosa di diverso dalla noia del loro paesino attraversato solo dalla main street. Ma dove è finita quella sana cultura americana dei film western? Dov'è il settimo cavalleggeri? Dove sono gli uomini di West Point, accademia militare da noi più conosciuta della nostrana Nunziatella? Perché i giovani che poi vanno a lavorare a Wall Street o che fanno i ricercatori alla Johns Hopkins University non sono lì? Perché l'A- merica portatrice di cultura non è più nell'esercito? Questo è il risultato dell'esercito dei professionisti. L'esercito di professionisti è una bella giustificazione sociale che tutti noi ci diamo per evitare che i nostri figli facciano la naia, per evitare i nostri patemi d'animo e dove ricicliamo del proletariato disoccupato. E dopo pretendiamo anche che diventino portatori di cultura e di valori. Ma un esercito dei professionisti, deve essere anche professionale, non solo sull'uso delle armi, ma anche sui comportamenti sociali e sulle culture dei Paesi occ u p at i . Naomi Klein sull'Espresso di venerdì 21 afferma che «il libero scambio ha trasformato il mercato del lavoro americano in una clessidra: moltissimi lavori di basso livello, un giusto numero di posti di lavoro di alto livello, e pochissimi impieghi di livello medio. Al contempo però passare da un lavoro di basso livello a uno di livello più elevato è diventato sempre più difficile se si pensa che dal 1990 a oggi le tasse universitarie sono aumentate di oltre il 50%. Ed ecco dove subentrano le forze armate americane. L'esercito si pone come un ponte di raccordo per ovviare al crescente vuoto di classe di cui l'America è diventata vittima: perché paga le tasse universitarie in cambio del servizio militare. Una sorta di servizio militare obbligatorio, chiamatelo pure servizio di leva Nafta». Mi sono sempre domandato perché McDonald's fosse considerato il simbolo da abbattere per i no-global. Oggi forse me ne sono fatto una ragione: il lavoratore di McDonald's è il nuovo proletariato. Carne da macello interscambiabile con tutti meno che con i robot. La deprofessionalizzazione è stata portata al massimo livello: le macchine garantiscono quello standard qualitativo che può sopportare qualsiasi incapacità umana. E allora il mio pensiero è andato a quella straordinaria epoca dell'aristocrazia operaia. Vi ricordate quegli operai metalmeccanici che quando si avvicinavano alla mac- china, come per magia trasformavano qualsiasi cigolio in un simbolo di efficienza futurista? O quei contadini toscani capaci di potare un ulivo in modo che l'anno successivo producesse il doppio? O quei muratori che tiravano su muri perfetti a bolla che nessun architetto era capace di progettare? Dove sono finiti? Hanno lasciato le imprese e le fabbriche e sono tutti artigiani? Quel tipo di persone era nell'esercito e interscambiavano le culture con medici, ingegneri, avvocati e professori di lettere. Le foto dell'Iraq ci hanno fatto riflettere tutti sulle mostruosità della guerra. Ora riguardiamole con attenzione. E pensiamo a questa nuova mostruosità, figlia dell'ignoranza, della non cultura e di quei valori derivanti dallo shopping center, dalla discoteca e dalla televisione. Valori che non dobbiamo chiamare valori, perché derivano dall'incapacità delle famiglie nel perpetuare un'azione educativa. Famiglie che si limitano a crescere i figli senza educarli. L'America deve riflettere. Queste fotografie devono diventare argomento della campagna elettorale perché è troppo comodo giudicare superficialmente solo come documento delle barbarie dei soldati. Dietro c'è molto di più: un Paese che ha perso la propria cultura positiva. A dispetto di quei sorrisi e di quei pollici alzati.

da Libero del 4 giugno 2004